Il giorno seguente, dopo aver terminato la lezione di giocoliere tenuta da Selvin nella residenza di Rene`, avrei dovuto partire per il Vulcan de Pacaya. Il sabato mattina, con tutti quei bambini, fu molto allegro e il tempo passo` rapidamente.
Durante l'intervallo, Selvin mi invito` ad andare con lui a Guatemala City, informandomi che quella sera avrebbe dovuto lavorare alle 21.00 circa, per un'ora, ma poi sarebbe stato libero per il resto della serata ed anche per tutta la domenica. Avrei potuto dormire una notte a casa sua e tornare ad Antigua nel pomeriggio.
Passai a casa a cambiarmi, prendere dentifricio, spazzolino e biancheria di ricambio e montai in macchina. Beatrice ci lascio` ai piedi di un grattacielo vicino al centro della capitale e noi ci dirigemmo verso il grande parcheggio sotterraneo. Tra le innumerevoli automobili posteggiate, Selvin mi domando` quale mi piacesse ed io gli indicai un PK nero appena uscito dal concessionario. ¨A me invece piace di piu`questo!¨ disse sghignazzando, mentre si avvicinava ad un piccolo furgoncino color sabbia parcheggiato a pochi centimetri dal muro. Sembrava che fosse lì da almeno vent'anni. La carrozzeria era dorniata, arruginita e sporca. Delle gomme era rimasta ormai solo la camera d'aria ed un paio di cavi neri penzolavano dal paraurti anteriore. Da un tergicristallo, ciondolava il gommino nero per pulire i vetri che era attaccato solo per un paio di centimetri al pezzo di metallo arrugginito. ¨Si, hai ragione...questo e` molto meglio!¨ risposi esultante, balzando su quello strano mezzo che sembrava essere stato usato da un gruppo di hippies per fare il giro del mondo. Al cruscotto mancavano tutte le parti in plastica. Quelle meccaniche erano visibili vicino ai nostri piedi e sembrava lo scheletro di un animale nel deserto. Il bracciolo della mia portiera era spezzato in tre parti. Per tirare giu` il finestrino, ho dovuto prendere quello che era rimasto della manopola in ferro appoggiata al cruscotto, inserirla nell'ingranaggio e girare con forza. Nella parte posteriore c'era di tutto: borse, vestiti, scatole in ferro, bicchieri di fastfood... che ricoprivano il divano in stoffa marrone.
Selvin, prima d partire, scavalco` la montagna ed arrivo` in fondo in fondo .. sentii degli strani rumori metallici e mi chiesi che cosa stasse facendo. Forse doveva tirare una specie di corda per avviare il motore? Quando torno`, mi avverti` che la prima cosa che dovevamo fare, era andare a fare rifornimento.
Mangiammo pranzo in un chiosco vicino alla sua universita`, punto di ritrovo per molto dei suoi amici.
Uno di questi aveva esagerato un po` con l'alcool ed in modo pacifico manifestava il suo dolore per la perdita della sua ragazza, avvenuta un anno fa a causa di un cancro. Mi mostro` la piccola fototessera in bianco e nero: il viso della ragazza era scolorito e sciupato da piccole pieghe causate dai molti anni passati nel suo portafoglio, rimaneva, però, candido ed incantevole e quando lui la guardò, si fece scappare qualche lacrima.
Dopo il panino con salciccia e cipolla ci dirigemmo verso un`altra zona della citta`, presso una piccola associazione che si occupa dell'educazione, della prevenzione per le malattie sessuali e della lotta contro la volenza sulle donne. Selvin tenne un corso di ¨Espressioni del corpo libero¨ al quale partecipai anch'io.
Una volta a settimana lavora per questa associazione e lo fa, praticamente, gratis.
La zona 1 e` quella al centro della citta` ed e` caratterizzata dalla Plaza Mayor. Sulle guide c'e` scritto che sono 15 le zone della citta`, in realta`, compresa la zona periferica, sono ben 24 e ricoprono un vasto territorio collinare. Nella piazza centrale abbiamo avuto la fortuna di assistere ad un concerto di Marimba. Questa volta, pero`, erano 6 veri e propri musicisti che battevano simultaneamente ed ad una velocita` impressionante, quelle strane bacchette, creando suoni con ritmi molto coinvolgenti e trascinanti.
Di fronte ad un numeroso pubblico a sedere fatto coppie di una certa eta`, ballavano ruotando come piccole trottole.
Nella piazza, alcuni uomini, intrattenevano gruppi di una trentina di persone. Recitavano monologhi, menzionando Dio, il diavolo, il tradimento coniugale ecc... , cercando di sembrare il più possibile credibili, per riuscire, alla fine, a vendere strani prodotti con il potere (dicono loro)di purificare l'anima e tenere lontano il malocchio.
Arrivarono dieci militari che calarono la grande bandiera nazionale che sventolava al centro della piazza. Questa cerimonia si ripete tutti i giorni, ma non e` apprezzata come il cambio della guardia a Londra. Anzi, mentre Selvin li guardava con disprezzo, un uomo passo` a pochi metri da loro con un grande carrello in legno, gridando :¨cocco!cocco!cocco!....¨. Scoppiammo in una grossa risata che si placo` in un solo secondo quando due soldati si voltarono verso di noi con un'espressione irritata, imbracciando, fieri, i loro fucili.
Selvin mi disse che odia l'esercito e che non è l'unico a provare questo sentimento in Guatemala. Mi spiego` che e` uno dei corpi militari aventi l'addestramento piu`duro. Non solo per lo sforzo fisico, soprattutto per il lungo tempo al quale quei piccoli soldati sono costretti a rimanere senza mangiare e senza bere nelle condizioni atmosferiche piu` difficili.
Finalmente mi porto` nel luogo chiamato ¨Le cien puertas¨ di cui avevo tanto sentito parlare. E` un vicolo che attraversa da un lato all'altro un enorme palazzo a pochi metri dalla piazza. Ci sono 6 o 7 locali, molto vicini tra loro, con i tavolini e gli sgabelli posti all'esterno. Il piu` vecchio di questi, si chiama appunto ¨Le cien puertas¨ ed assomiglia molto al tipico pub europeo. Tra questi, a pochi centimetri l'una dall'altra, quasi cento porte in legno si affiancano sui due fianchi del vicolo.
Nel tardo pomeriggio, ad un'ora prefissata, una delle due entrate viene chiusa, creando un stretta e lunga piazzetta, dove centinaia di ragazzi, ballano, bevono, fumano ascoltando ogni genere di musica. L'atmosfera era ancora molto tranquilla quando arrivammo e, seduti su due sgabelli con i gomiti appoggiati ad un grande bancone in legno scuro, Selvin mi racconto` in modo un po` piu` dettagliato la sua tranquilla, ma alquanto bizzarra esistenza che, per ora, vive giorno per giorno, con un sacco di progetti per il futuro.
Senza rendercene conto, ridendo e scherzando con altri due ragazzi che si erano uniti a noi, il sole era calato ed si erano fatte le 19.30. Terminammo la birra e la mia lezione di ¨spagnolo urbano¨ che tutti e tre facevano a gara per tenere, insegnandomi slang, modi di dire, parole strane e qualche parolaccia.
Ci incamminammo verso il furgone e nel tragitto ci fermammo da un gruppo di amici di Selvin che chiaccheravano fumando marijuana seduti ai piedi della grande fontana illuminata di fronte al Palacio Nacional.
Arrivammo a casa dell' ¨amica¨ tedesca di Selvin dopo circa 30 minuti. Con lei vivono altre due ragazze ed una signora sui 50 anni , tutte provenienti dalla Germania. Liza, l`¨amica¨, era in cucina con Selvin, la signora, arrivata da 2 mesi, camminava avanti e indietro lungo la grande sala, scuotendo vistosamente la testa rivolta verso il basso e borbottando parole in spagnolo con un forte accento germanico. Una ragazza era in camera a vestirsi e ad aspettarla c'era un'americana che chiaccherava in inglese con l'ultima delle inquiline, seduta sul divano di fronte a lei. Io rimasi in piedi tra i due sofa` ad ammirare la bellezza della ragazza statunitense. Ha gli occhi azzurro cielo e, guardandola, percepivo la morbidezza della pelle chiara del suo viso. Con un seducente sorriso mostrava i denti bianchissimi, contornati dalle sottili labbra color carne. Portava un'acconciatura molto semplice: i capelli castano chiaro erano raccolti sulla nuca ed evidenziavano i suoi tratti delicati. Indossava una maglietta bianca a maniche corte ed un paio di jeans attillati. A piedi nudi, sedeva con le gambe incrociate sul grande divano letto con un libro aperto tra le mani, mi guardava dal basso verso l'alto mentre io la scrutavo in ogni suo particolare, incantato da tanta bellezza. Avrebbe potuto essere una modella perche`, quando si alzo` per uscire, scopri` che era piu`alta di me e fisicamente perfetta.
Parlavo spagnolo con una americana, lei parlava inglese con una tedesca che a sua volta parlava tedesco con le altre inquiline. Per l´ennesima volta mi trovavo in cima alla `Torre di Babele`.
Verso le 21.00 montammo nuovamente sul pulmino scassato, perche` Selvin doveva andare a lavorare. Eravamo entrambi esausti dopo la lunga giornata e lui aveva l'espressione di chi deve andare a "guadagnarsi la pagnotta pero` non ne ha nessuna voglia". Continuava a ripetere a bassa voce, con un accento molto buffo, una delle poche parole che conosce in italiano:`` Fanculo,fanculo!``.
Accese la radio a cd portatile posta tra i due sedili e, non so come, collegata con la batteria del suo furgoncino. C'era una canzone dei Rolling Stone, mi accesi una sigaretta, appoggiai la testa sullo schienale e mi lasciai trasportare dalle luci e dai profumi della citta` avvolta nella notte. Avevo la mente sgombra da ogni pensiero, l'aria fresca della sera mi teneva sollevato il braccio fuori dal finestrino. Non avevo idea di dove fossi o di dove stessi andando esattamente, ma non mi interessava. Semplicemente, mi rilassavo, ascoltavo la musica e mi fidavo del mio nuovo amico.
Arrivati nella `zona viva` fui abbagliato dalle insegne luminose dei grandi e lussuosi alberghi. Bar, ristoranti, discoteche, costeggiano le strade affollate della zona piu` ricca della citta`. Trovammo parcheggio al primo colpo e Selvin ando` a cambiarsi nel retro del furgone. Dal finestrino vedevo solo la piccola luce blu del suo cellulare, che si muoveva rapidamente all'interno, mi domandavo come facesse a trovare quello che cercava, al buio, in mezzo a quell'ammasso di oggetti accatastati. Usci` dopo piu` di un quarto d`ora. Indossava scarpe bianche, pantaloni classici neri sorretti da un paio di bretelle, una maglietta a maniche lunghe con strisce rosse e bianche orizzontali, con sopra un gilet nero. Si era truccato leggermente, prolungando la linea degli occhi con una matita nera. In testa, portava uno dei sui tanti ed affezionati sombreri. Con quei baffi, arrotolati all'insu`, appariva come un vero e proprio personaggio da circo.
Entrammo nella hall dell'hotel a cinque stelle in cerca della sua amica, e finimmo nel retro del grande salone dove era in corso la festa di laurea di un ragazzo. In un lunghissimo e stretto corridoio, una cinquantina di camerieri affannati correvano su` e giu` in un via vai caotico. Il rumore delle stoviglie che sbattevano era assordante e tutti ci guardavano chiedendosi cosa ci facessero un giocoliere ed uno straniero in jeans e maglietta, sul loro posto di lavoro. Aspettammo mezz`ora nella sala vuota di fianco a quella della festa. Selvin dormiva, disteso sulla moquette rossa, mentre io osservavo due ragazzi che con velocita` e impegno posizionavano le sedie, formando tanti semicerchi davanti al grande palco. Il capo dell'animazione entro nella sala, e dopo aver svegliato Selvin smuovendolo con un piede, ci invito` a mangiare. Il salone era gremito, le donne indossavano abiti eleganti, degni dell'ultimo ballo di Cenerentola, gli uomini erano tutti in giacca e cravatta. I maestosi tavoli rotondi, erano apparecchiati con estrema cura, piatti di porcellana dipinti a mano e grandi calici di cristallo rendevano ogni tavolo un esempio di eleganza e raffinatezza.
Ci servimmo insieme agli invitati, sul lungo e abbondante buffet coperto con tovaglie bianche. Avendo solo un panino nello stomaco, riempimmo i nostri piatti il piu` possibile di quelle prelibate pietanze dall'aspetto invitante e dalle intense fragranze. Uscimmo felici e con l`acquolina in bocca dal retro, da dove eravamo entrati pochi minuti prima. I camerieri ci servirono un bicchiere di cocacola a testa e mangiammo sul palco della sala ormai pronta per lo spettacolo del giorno successivo. Quando, nella sala di fianco, termino` la cena ed inizio` la discoteca, finalmente chiamarono Selvin, la sua amica ed un altro ragazzo che che aveva mangiato con noi. Io rimasi in piedi, dietro ai tavoli del buffet ormai spovvisto di cibo, ad osservare il mio amico che faceva roteare le clavi di plastica bianca, provocando effetti pirotecnici davanti alla luce dello strobo, mentre i due colleghi lo affiancavano ballando in cima a trampoli illuminati dai fari colorati che si muovevano velocemente a ritmo di musica. Il tutto duro` poco piu` di 30 minuti, poi Selvin lasciò la pista e, mentre la festa continuava, uscimmo dall'hotel.
Tornammo a fare una capatina alle `cien puertas` prima di andare a casa. Mancava poco piu` di un`ora alla chiusura dei locali e rimasi stupito di trovarci ancora tutta quella gente. I bar avevano aumentato il volume della musica al massimo, centinaia di bottiglie di birra da un litro erano appoggiate in ogni angolo del vicolo affollato. Nell'aria, una miscela di profumi di cibo e marijuana. L'atmosfera era molto allegra, ma non sembrava pericolosa. Rimasi sorpreso di non riuscire a trovare nemmeno un ¨Grigo¨ (statunitense) o qualsiasi altro straniero, tra la gente. Il posto e` frequentato quasi solo da guatemaltechi. Mentre ci facevamo largo tra la ressa, Selvin si fermava in continuazione a salutare tutti quelli che conosceva, non mancando nemmeno una volta di presentarmi :¨El es el mi amigo Mateo¨.
Aspettammo la chiusura dei locali ed andammo a casa a dormire.
Ero passato dal mangiare un panino dal ¨sudicio¨ in una strada, ad un buffet in un hotel a cinque stelle. La cosa divertente fu che solo nel primo dei due posti dovetti pagare, 60 centesimi di euro. Cominciavo a sentirmi un vero Guatemalteco.....