ITINERARIO
Il mio viaggio
Lo so, è un po' lungo e se lo leggo mi viene da ridere. Ripenso al quel giorno, 26 marzo 2009. La settimana prima mi ero messo in contatto con la scuola di spagnolo ad Antigua, in Guatemala, per avere informazioni e mi ero fatto fare un po' di preventivi per il biglietto aereo. Navigavo su internet guardando foto del centro America , leggevo racconti di viaggio e mandavo qualche email alle agenzie. Stavo sognando, sognando ad occhi aperti. Mi stavo organizzando ma ancora non c'era niente di sicuro; nemmeno io ero sicuro. Mi alzo alle 9.00, sono solo in casa e sembra essere un giovedì come tanti altri. Ormai è da molto tempo che penso a questo viaggio, ne ho parlato con qualcuno, per avere delle opinioni a riguardo, ma sembra che nessuno capisca davvero il vero motivo e l'importanza del mio progetto. Preparo un tè e mentre aspetto che si raffreddi faccio una doccia. Mi sento bene,passo quasi 10 minuti sotto l'acqua e mi rilasso. Martin Jondo è in salotto che suona per me 'Jah Gringo' (http://www.youtube.com/watch?v=j25kZ4dskys&feature=related) e mi vengono in mente tanti ricordi. Ricordo l'estate passata, i miei viaggi a Madrid, Valencia, FuerteVentura, Barcellona, New York . Così comincio a guardare le foto che non vedevo da tanto tempo.
Sono dell'idea che questa storia del digitale abbia un po' rovinato il piacere di guardare le foto,perché se ne fanno troppe si lasciano sul pc e non si guardano mai. A me piacciono gli album, da poter sfogliare, da far vedere agli amici quando vengono a casa, dove ci sono quelle migliori ma anche quelle venute un po' male che però dispiace buttare via. Il cd va avanti ed io mi perdo nelle immagini delle spiagge, del mare, del cielo, dei palazzi.....penso a quanto stavo bene quando ero là e a come riuscivo ad essere me stesso, mi sentivo libero.
Così, d'un tratto, scatta qualcosa dentro di me, non penso più, mi lascio andare, mi vesto, prendo le chiavi dello scooter e mi precipito in banca. Prelevo i soldi necessari, vado a San Giovanni in agenzia, entro e dico che voglio fare un biglietto per Antigua! Lo voglio aperto 6 mesi e pago una tassa per poterlo prolungare fino ad un anno.
Avevo aspettato per tanto tempo quel giorno, avevo passato intere serate a chiedermi quando sarebbe arrivato il momento giusto per farlo............poi............. mi sono reso conto che il momento giusto per fare qualcosa di importante per noi stessi siamo noi a crearcelo, siamo noi a volerlo. Se aspettiamo che siano le persone, le situazioni, i soldi, il lavoro, tutti i fattori che ci circondano a plasmare il momento appropriato per realizzare i nostri sogni, non ci riusciremo mai.
Pago,ringrazio ed esco.
Stringendo forte con la mano la busta di plastica arancione con dentro il foglio che mi avrebbe cambiato la vita, passo attraverso la gente e penso che nessuno sa quello che ho appena fatto. Il cuore va a mille km all'ora e le gambe a duemila. Monto sullo scooter e parto, la strada di ritorno mi sembra infinita, vorrei che non cessasse mai qual momento, in mezzo alla statale comincio a gridare, come un ragazzino sulle montagne russe, nessuno può sentirmi, nessuno se ne accorge, quell' istante è solo mio, e io grido, grido più forte che posso. Mi lacrimano gli occhi dalla gioia. Non ho pensato se fosse giusto o sbagliato, se costasse troppo o troppo poco, non ho pensato come avrei fatto con il lavoro, con mia sorella, con la casa, con la macchina e tutto il resto. L'unica cosa alla quale ho pensato è che io lo volevo davvero!
Il giorno seguente comunico a mia sorella Giorgia la mia decisione e lei si dimostra entusiasta per me. Sa che quello che sto per fare è la realizzazione di un sogno, di una passione che va al di là di tutto il resto. Tra di noi c'è un rapporto molto forte e percepisco in lei anche un po' di tristezza perché si rende conto che non ci vedremo più per molto tempo. Mi metto subito in contatto con la scuola in Guatemala ed informo Sarita, colei che si occupa della gestione dei corsi di spagnolo, che il mio giorno di arrivo è il 6 di settembre. Scelgo di alloggiare in una famiglia perché credo che sia il modo migliore per potersi integrare pienamente con la cultura e le usanze del posto, la informo che frequenterò la scuola per un mese e poi partirò per visitare il centro America.
Trascorro una settimana a fantasticare su tutto quello che farò e che vedrò, mentre aspetto con ansia che torni mio fratello Simone dal Messico per poterlo dire anche a lui. Tutti i giorni controllo la mia email aspettando una risposta da Sarita. Finalmente arriva! Ricevo una email dove viene ben descritto tutto quello che è compreso nella quota (molto più conveniente rispetto ad altre associazioni simili) che dovrò pagare una volta arrivato in Guatemala.
"Encluidos: Trasporto dall'aeroporto di città del Guatemala ad Antigua il giorno 6 september (hora 14.00)Corso di lingua spagnola 5 giorni a settimana (lunedì-venerdì) - 4 settimane - fino al 3 de octubre 2009alloggio 4 settimane in famiglia con pensione completaAssistenza da parte dell'agenzia di Walter per ogni cosa tu abbia bisogno . Ritorno in areoporto il 3 ottobre (o seguenti)Per ora ti viene chiesto un anticipo del 10%.Se ti va bene il preventivo ti mando il voucher di prenotazione.Le famiglie che utilizziamo sono tutte nel centro di Antigua. Ottima scelta quella di soggiornare presso di loro, si aiuta la popolazione locale e si capisce come è la vita in centro america. Bravo!!! "
La leggo un paio di volte, poi vado a prendere il mio biglietto nel cassetto del comodino in camera da letto, lo apro e li mi sorge un enorme dubbio!!! Se io ho in mano un biglietto per Antigua, a cosa mi serve il trasporto dall'aeroporto di città del Guatemala ad Antigua? In quel momento mi si gela il sangue nelle vene, gocce di sudore cominciano a scendermi sulla fronte. Vado su google, scrivo : Antigua Guatemala aeroporto. Cosa scopro? Che ad Antigua in Guatemala non c'è nessun aeroporto!!!! No, non ci posso credere! Ma allora ho fatto il biglietto sbagliato! Impossibile! Ma per dove ho fatto il biglietto allora? Dove atterrerò?
Scrivo Antigua su google ed eccomi qua, http://www.google.it/search?hl=it&q=antigua+&meta= una piccola isola dei Caraibi della quale io non ero a conoscenza nemmeno dell'esistenza. Incredibile!
Mi fiondo in agenzia per avere spiegazioni, mi dicono che loro non possono più fare niente per me, la compagnia aerea, se annullassi il biglietto, mi rimborserebbe solo una piccola parte dell'importo e farne un altro diretto da Roma a Guatemala City costerebbe molto di più. Torno a casa, racconto tutto a mia sorella e comincio a pensare a come il non sapere le cose nella vita, a volte ti possa danneggiare. Il mattino seguente trovo un biglietto sul tavolo della cucina,era di mia sorella:
" buon giorno, lo so che è dura alzarsi alle 5 del mattino per andare a lavorare, ma pensa che tra un anno a quest'ora sarai dall'altra parte del mondo...chissà dove, chissà con chi! Anche se c'è stato quest'intoppo del biglietto vedrai che il tuo sogno andrà avanti, basta essere determinati, e tu lo sei! Sei forte! Ti voglio tanto bene e non smetterò mai di dirtelo, sei il mio fratellino speciale e non so come farei se non ti avessi vicino! Intendo nel cuore, con i sentimenti. Non ha importanza la distanza fisica,se c'è di mezzo il bene che ci vogliamo! Buon lavoro. Un bacio. Giorgia."
Questo messaggio mi ha dato molta forza, mi ha fatto pensare che se ho sbagliato, devo pagarne le conseguenze e quindi devo andare ai Caraibi! Ho cominciato a contattare persone di Antigua-Barbuda nella speranza di trovare una sistemazione ad un prezzo accessibile. L'isola è carissima e non esistono ostelli o pensioni. Con un po' di fortuna ho trovato un resort vicino al mare a 45 $ a notte dove alloggerò per 10 giorni. Ho fatto il biglietto per il 17 settembre da Antigua a Guatemala City e la somma dei due biglietti è risultata uguale all'importo di un biglietto diretto dall'Italia per il Guatemala. Ho comunicato l'inconveniente a Sarita, senza entrare nei dettagli, per non fare brutta figura e lei mi ha risposto che non c'erano problemi,avrebbe rimandato tutto di 10 giorni.
Così ho preso questa vicenda con filosofia ed ottimismo, forse era destino.
Poi....... in fin dei conti........ si sta parlando di andare 10 giorni in un'isola dei Caraibi, non è poi così male.....
E' per questo motivo che ho cominciato a prendere lezioni private di inglese, per riuscire a cavarmela in quei 10 giorni. A proposito, si è fatto davvero tardi, sono le 2.35 del mattino ed io alle 10 ho lezione, è meglio che vada a dormire.
giovedì 31 dicembre 2009
29.12.09 Huatulco-Mexico
Efi e Marcos vendono solo ed esclusivamente "misceladas", cioe´ una miscela composta da : 700 ml di birra chiara, succo di arancia, salsa piccante, salsa inglese, peperoncino rosso in polvere con il quale adornano il bordo del grande boccale in plastica bagnato da succo di lime. A me, personalmente, non fa impazzire, ma qui in Mexico e´ una delle bevande che va per la maggiore e dicono essere una ottima "medicina" dopo la sbornia.
Approfittando dei suoi continui spostamenti tra Huatulco e Puerto, decisi di andare con lui e fermarmi là per tutto il fine settimana e ritornare in bus la domenica sera. Appena arrivati, ci accorgemmo immediatamente di come fosse cambiato l'ambiente rispetto alle settimane precedenti. Sul ciglio della statale principale che risale fino al centro della citta´ : una fila infinita di autobus di tutte le classi e dimensioni, riusciva quasi a coprire la vista della spiaggia alla nostra sinistra. Il traffico era intenso e caotico, il sole picchiava forte sull'asfalto e le persone sbucavano da ogni angolo della strada. Parcheggiammo l'auto di fronte al negozio, scaricammo alcune casse di birra ed andammo ad aprire. Dopo averlo aiutato a sistemare la birra in frigo ed aver dato una ripulita al bancone in legno che solo una settimana fa io e Marcos avevamo commissionato ad un falegname del posto, lo salutai e mi diressi verso la spiaggia.
Prima di percorrerla in direzione sud alla ricerca di un posto tranquillo dove potermi sistemare e godermi un po' di sole, decisi di andare dalla parte opposta, per scoprire cosa c'era dietro le enormi rocce che delimitano l'inizio della spiaggia di Zicatela. Sapevo che dall'altro lato avrei trovato un'altra spiaggia, quella centrale di Puerto, frequentata quasi solo esclusivamente da Messicani. Lunga un paio di km, a forma di mezzaluna, termina con un promontorio dove nascono le case della citta´. Oltrepassato il piccolo sentiero di sabbia all'interno delle rocce, sbucai dall'altra parte e rimasi allibito da quello che avevo davanti ai miei occhi. Penso che la spiaggia di Riccione il 15 di agosto, si possa quasi considerare deserta al confronto! Una massa spropositata di gente si accalcava sulla sabbia, il letto di ombrelloni colorati che la ricopriva, mi fece ricordare il mercato di Chichicastenango, in Guatemala, dove, osservando dall'alto, i tendoni bianchi nascondevano le bancarelle e le persone che vi camminavano attorno. Sotto questi ombrelloni,una piccola citta´ nell'ombra aveva preso vita: lettini, sedie e tavoli in plastica, asciugamani da mare, gente distesa ricoperta di sabbia, bambini che correvano in tutte le direzioni entrando ed uscendo dall'acqua, tavolate allestite con cibi e bevande di tutti i tipi, creavano un ambiente caotico. Dall'acqua, a pochi metri dall'inizio della distesa di ombrelloni, provenivano grida isteriche e felici degli innumerevoli bagnanti che ad ogni onda, vi ci sbattevano contro per poi lasciarsi trascinare fino a riva. Tutti sembravano a loro agio in quel delirio caotico, non so come, ma riuscivano a rilassarsi ed a divertirsi ed a passare in un modo a mio avviso molto singolare, le loro vacanze di Natale.
Dopo una breve passeggiata in mezzo a quella folla, quasi un po' spaventato, decisi di tornare indietro e cercare un po' di pace lungo i km della spiaggia di Zicatela. La percorsi quasi tutta fino in fondo, e fu davvero una bella passeggiata, durata quasi due ore. Mi sistemai nella zona dove finiscono gli stabilimenti balneari ed i numerosi bar e ristoranti sulla spiaggia. Pur essendoci musica, in alcuni di questi, e molta gente, riuscii comunque a trovare la tranquillita´ che stavo cercando, data la grande estensione della spiaggia. Fare il bagno non fu una cosa facile ed in realta´ nemmeno molto piacevole, a causa dell'altezza delle onde. Andare al largo, di oltre 30 metri dalla riva, dove queste si infrangevano, era praticamente un suicidio. Con l'acqua all'altezza dell'ombelico, venivo trasportato dalle correnti con una forza sovraumana ed i bagnini richiamavano in continuazione,con l'uso di fischietti, chiunque si allontanasse.
Dal cielo, cadevano come fiocchi di neve, i paracadutisti che volteggiavano con le loro vele colorate: una decina ogni mezz'ora, per tutto il pomeriggio. I piu´ esperti si avvicinavano al suolo a velocita´ impressionante roteando su loro stessi come in balia di un vortice, per poi frenare all'ultimo secondo ed atterrare con precisione quasi millimetrica a pochi metri dalla gente distesa a prendere il sole. Qualcuno, sembrava davvero che si stesse per schiantare al suolo e personalmente, ritengo un po' pericoloso aver adibito una spiaggia affollata a pista di atterraggio per i paracadutisti. Pero´ come tutte le cose, dopo lo stupore iniziale, cominciai a non farci quasi piu´ caso, ma dentro di me nacque una gran voglia di riprovare quella che e´ stata senza dubbio la cosa piu´ eccitante che io abbia mai fatto nella mia via: lanciarmi da 3000 metri di altezza nel vuoto e dopo 20 secondi di pura adrenalina, ritrovarsi nel luogo piu´ tranquillo, pacifico ed affascinante dove io sia mai stato, il cielo. Non ho idea di quanto costi fare un lancio, ma sono molto tentato e consapevole che ne vale davvero la pena, quindi un giorno di questi andro´ ad informarmi e forse anch'io, saro´ uno di quei fiocchi di neve che cadono ogni giorno sulla spiaggia di Puerto Escondido.
Il pomeriggio passo´ rapidamente e verso le 6, il sole comincio´ a calare ed io rimasi lì, ad osservare a bocca aperta lo spettacolo che stava per cominciare. Il numero dei surfisti aumento´ in modo spropositato lungo tutta la spiaggia e le onde cominciarorono a raggiungere altezze superiori ai 3 metri. Non avevo mai visto nulla di simile in vita mia, per lo meno non dal vivo. Incredibilmente, il mare all'orizzonte era piatto e calmo e, dal nulla, a cinquanta metri dalla riva, montagne d'acqua lunghe decine di metri, si innalzavano verso il cielo con una imponenza spropositata ed impattavano su loro stesse creando tubi di aria ed un frastuono capace di coprire qualsiasi altro rumore.
Ammirare i coraggiosi, ma anche sicuramente professionisti, ragazzi cavalcare quelle onde, fu davvero emozionante. Ognuna di esse era differente da quella che pochi secondi prima l'aveva preceduta, e diversa da quella che gia´ incombeva alle sue spalle. I gabbiani volavano radenti alle loro creste ed in lontananza, una striscia arancione delimitava il confine tra l'oceano ed il cielo. Aspettai che facesse buio per andarmene, tornai al negozio di Efi dove lo trovai intento a preparare quelli strani cocktails per un gruppo di americani. Lui sarebbe ritornato a Huatulco a notte inoltrata, ma ormai ero deciso a fermarmi per la notte. Salii su un taxi e mi diressi verso il centro, alla ricerca di un hotel. Quello che mi aveva indicato Efi, uno dei piu´ economici di tutti, esponeva un grosso cartello appeso al bancone della reception con su scritto "NO TENEMOS ABITACIONES", non dovetti nemmeno scendere dal taxi per leggerlo, cosi´ mi feci portare in un'altra via dove il taxista mi disse che con un po' di fortuna avrei trovato da dormire. Mentre camminavo tra la gente ed attraversavo la strada in continuazione cercando di non farmi investire, passando da un hotel all'altro, davanti a me vedevo sempre e solo lo stesso cartello "NO TENEMOS ABITACIONES". Poi, entrai in uno dove mi chiesero 500 pesos per una notte (circa 25 euro), una cifra spropositata per il tipo di Hotel, anche per il fatto che mi dissero che avrei dovuto lasciare la camera prima delle 9 del mattino seguente, perche´ avevano gia´ un'altra prenotazione. Capii velocemente che quello era il prezzo imposto per tutti durante le settimane di Natale e Capodanno. Cosi´ accettai quella cifra per una camera all'hotel "Central". La stanza era grande, calda e poco accogliente. Nella piccola televisione appoggiata ad un tavolino, si riusciva a vedere un solo canale, dove il "Renato Zero" messicano cantava le sue canzoni a squarcia gola. La tavolozza del bagno era semplicemente appoggiata alla tazza e quando mi ci sedetti sopra rischiai di caderci dentro. Dopo una lunga doccia con la quale allagai tutto il bagno, uscii per la cena.
Mangiai in un ristorante non lontano dal mio albergo, ma fuori dalla portata dei turisti americani, dove quindi i prezzi erano decisamente inferiori a quelli dei ristoranti sulla spiaggia di Zicatela. Ispirato dal nome, ordinai un cocktail chiamato "Vuelve a la vida" (ritorno alla vita), a base di gamberi, polpo, cipollla ed una spezia simile al prezzemolo, pero´ dal sapore piu´ forte, tutto immerso in un dolce sugo di pomodoro, servito in una grande coppa da gelato. Per secondo, i classici gamberi all'aglio, piatto del quale, ormai, ho la certezza.
Per digerire tutte quelle quelle prelibatezze, decisi di raggiungere la spiaggia camminando ed attraversai la via parallela alla spiaggia centrale. Proprio come lo era la spiaggia durante il giorno, anche la via resa pedonale nelle ore notturne, era gremita di gente. Ai due lati, bar, negozi, qualche piccola discoteca, animavano la notte messicana di Puetro Escondido. L'ambiente a Zicatela era invece piu´ tranquillo, andai a chiamare Efi, che lascio´ a suo nipote di vent'anni, arrivato nel pomeriggio, il compito di gestire il piccolo locale. Passeggiammo sul lungo mare ed alla fine decidemmo di fermarci a fare una bevuta ad un bar sulla spiaggia illuminato da tubi di luce azzurra fosforescente, con tavolini in legno e lettini con i cuscini bianchi posizionati a pochi metri dall'acqua.
Giudicando troppo romantico sistemarci vicino al mare, rimanemmo quindi al bancone e facemmo presto conoscenza con il barista. Una piccola ragazza dai capelli scuri e corti, metteva i dischi di musica House di ottima qualita´, mixandoli con una certa padronanza. Verso le due, tornai al mio albergo, mi distesi sul letto, chiusi gli occhi e cominciai a sognare di cavalcare le onde che avevo visto nel pomeriggio e, sopra una di esse, mi addormentai.
lunedì 28 dicembre 2009
25.12.09 Huatulco-Mexico
Avrei voluto essere a casa mia a Cuneo, con la mia famiglia. E´ il primo Natale che passo lontano da loro. Me li sono immaginati, riuniti attorno al tavolo della cucina, mia madre, mio padre, mio fratello, mia sorella e la mia amata nonna. Mancavo solo io, seduto a capotavola con le spalle alla finestra. Erano belli, felici e sorridenti, indossavano abiti caldi e comodi, la tipica ´´roba da casa´´. La tavola era addobbata da mille pietanze prelibate, non c'era piu´ nemmeno il posto per appoggiare un piattino, tutto lo spazio era occupato da piatti colorati e saporiti, come se avessero calcolato esattamente la sua capienza.
Un brindisi per cominciare, chissa´ forse dedicato anche a me, e poi, via alle danze! Fuori pioveva, la temperatura era vicino allo zero ed il freddo formava la condensa sui vetri delle finestre del tinello. Pero´ l'atmosfera in casa era molto calda, rilassata e piena di amore. Non vivendo nella stessa citta´ dei miei genitori, io ed i miei fratelli non abbiamo la possibilita´ di vederli molto spesso. Per questo, ogni occasione, ogni giornata con loro, si trasforma in qualcosa di indimenticabile: un abbraccio, un bacio, una carezza, rimangono nel cuore di ognuno di noi, per sempre. Avrei pagato per poter essere lì, con loro e condividere quei momenti, per poter teletrasportarmi e passare il Natale insieme.
Credo, però, che loro sappiano che in realta´ io c'ero, ero lì con il mio pensiero, con il mio cuore.
Qui l'atmosfera natalizia e´ quasi inesistente, quando cammino per le strade, mi sembra di essere in una cittadina della Liguria a meta´ agosto. Il grande albero di Natale nella piazza centrale di Huatulco non e´ sufficiente per farmi provare la sensazione del Natale. Non ho visto la gente invadere i negozi per la corsa ai regali dell'ultimo minuto, non ho visto nemmeno una persona vestita da Babbo Natale, nemmeno un Presepe, non un albero sul balcone, una calza della Befana, niente di tutto questo. Il calore natalizio, qui, lo danno semplicemente le giornate di slependido sole che si susseguono da quando sono arrivato. La cittadina si e´ affollata, ma di gente in vacanza, scappata dal freddo del nord del paese.
In compenso la festa di ieri sera, improvvisata al pub Dublin, e´ stata davvero fantastica.
Quando sono arrivato, circa a mezzanotte, c'era solo una coppia sulla quarantina seduta ad un tavolino e dietro il bancone, Guadalupe e Romeo con le facce annoiate. Rodrigo non c'era, si era preso una sera di riposo per passare le feste con la sua famiglia. Ordinai una birra e mi sedetti al bancone nello stesso posto dove mi ero seduto la prima sera che arrivai qui, ormai quasi un mese fa. Guadalupe mi preparo´ uno dei piu´ buoni hamburger che io abbia mai mangiato in vita mia, talmente grande che facevo fatica ad addentarlo. Quando finii di cenare, feci una partita a freccette con Romeo e Mark, un ragazzo gallese. Ci misi poco a capire come contavano i punti e le regole del gioco. La partita duro´ quasi un'ora ed alla fine, grazie alle infinite serate passate a giocare nella casa dell' Abetone, dopo intense e spericolate giornate di snowboard, vinsi la partita.
Distratto ed impegnato nella competizione, non mi accorsi che erano arrivate alcune persone ed il pub cominciava lentamente a riempirsi. Mi sedetti con Mark che mi disse essere un istruttore di sub e che, da 4 anni, passa i sei mesi di alta stagione qui, ed i restanti torna in Galles a fare lavoretti saltuari.
Il suo progetto per giugno e´ quello di non tornare a casa, ma di andare in Canada, con un suo collega canadese che gli ha assicurato un corso ed un lavoro che rigurda l'elettronica. Dice che in soli sei mesi metterà abbastanza soldi da parte da poter, una volta tornato qui, forse, iniziare una piccola attivita´ per conto proprio, sempre come istruttore di sub.
Arrivo´ Scott, il propretario del locale. L' avevo conosciuto la settimana scorsa: e´ una brava persona, ha circa 40 anni portati decisamente bene, di corporatura magra, con i capelli corti castano chiari e gli occhi azzurri. Vive a San Diego, dove possiede un'azienda che si occupa di organizzare concerti a livello internazionale, convegni, manifestazioni. Diciamo che e´ uno al quale i soldi non mancano; dieci anni fa ha comprato il pub ed ora si prende diverse pause lavorative durante l'anno per venire a controllarne l'andamento, ma sopratutto per divertirsi. Quest´anno ha comprato anche un piccolo yacth, insieme ad un suo amico messicano, da tutti chiamato Lana, istruttore di sub da vent'anni. Lana organizza gite di una giornata, facendo visitare ai turisti le nove bahie di Huatulco, offrendo cibi e bevande e, per chi lo desidera, immersioni. Con lui lavora anche Luca, un ragazzo di Milano, trasferitosi qui con sua moglie da sei mesi, entrambi stanchi della vita in Italia. Insieme a Scott c'erano alcuni suoi amici e, più tardi, entrarono tre coppie di ragazzi mexicani. In meno di mezz'ora il piccolo pub si era quasi riempito, ma la festa non era ancora del tutto iniziata. Io andai a chiamare Efigenio, sapendo che alle 2 avrebbe chiuso il negozio di birra e lo invitai per un brindisi natalizio. Quando tornai al locale, per aspettare Efi e la sua fidanzata, erano arrivati tutti i clienti abituali del Dublin, compresi Luca, sua moglie ed Arianna, un'altra ragazza italiana che vive qui, Lana e tutti gli altri. Penso che avessero appena finito di cenare e l'atmosfera era molto accesa. Alzarono il volume della musica e cominciarono a scorrere fiumi di birra, Scott si aggirava per il locale: in una mano una grande caraffa di un cocktail verde che gli aveva preparato Romeo e nell'altra una manciata di cannucce. Offriva a tutti un sorso di quello strano intruglio a base di alcool ed i brindisi da parte di tutto il locale si susseguivano rapidamente. Arrivo´ anche Efi con la sua fidanzata e si sedettero al bancone insieme a me. Ormai conosco quasi tutti i partecipanti alla festa e andai a dare una mano a Gadalupe, che tutti chiamano Luputa, o piu´ semplicemente Lupe, a servire le birre e, senza rendermene conto, dopo un'ora ero dietro il bancone a preparare cockails per il mio amico Efi ed altri clienti. Fui l'ultimo ad andarmene, insieme a Romeo e Lupe, erano le 5.00 del mattino. Fu una gran bella festa e come vigilia di Natale messica, devo dire che non mi posso davvero lamentare.
Passero´ ancora qui il capodanno, sicuramente, poi non so ancora quello che faro´; questo posto ha qualcosa di affascinante che mi ha colpito nel profondo, dovro´ prendere una decisione e, forse, addirittura soffrire nel dovermene andare.
domenica 20 dicembre 2009
19.12.09 Huatulco-Mexico
"Che cos´hai Fredy. Perche´ sei triste?¨, gli chiesi con tono pacato ed assumendo la sua stessa posizione.
"Non lo so Matteo, non lo so davvero. Sento che ho tanta voglia di piangere, pero´ non riesco, non riesco a piangere pero´ vorrei! Non so che cazzo mi stia succedendo, e´ da una settimana che sto cosi´ ed in realta´ non so perche´." Mi rispose senza voltarsi.
"Sei preoccupato per il ristorante nuovo? Per i soldi?"
"No, i soldi non c'entrano niente, i soldi non sono importanti, io non ne ho mai avuti eppure sono ancora qui. Quelli vanno e vengono, ed il fatto del ristorante, non mi preoccupa, in qualche modo faremo. In fin dei conti si tratta solo di spostarci da un posto ad un altro. No, non so..."
"Allora che cos'e´ che ti rende cosi´ triste, devi capirlo, se no non potrai mai risolverlo. Hai paura di qualcosa?"
Si volto´ lentamente verso di me: in quel silenzio riuscivo a sentire il suo respiro ed a vedere la mia immagine nei suoi occhi lucidi. Dopo qualche secondo di riflessione, riprese a parlare:" Il fatto e´ proprio questo, la paura! Io non ho paura Matteo, non mai avuto paura in vita mia, non so nemmeno cosa cazzo significhi avere paura di qualcosa!"
"Questo e´ impossibile Fredy, devi pur aver paura di qualcosa, tutti abbiamo paura di qualcosa."
"Io no, te lo giuro. Me ne sono gia´ successe di tutti i colori nella mia vita, lo sai, non ho avuto un infanzia tanto facile, pero´ non mi e´ mai capitato di aver paura di qualcosa. Ora non riesco piu´ nemmeno a piangere. Non ricordo l'ultima volta che ho pianto, non so, credo che sia successo molti anni fa, forse l'ultima fu per la morte di mia madre."
Era molto serio, come non lo avevo mai visto prima. Ero abituato a sentirlo ridere e scherzare. Lo vedevo sempre prendere in giro tutti e sorridere al mondo, ma in quel momento qualcosa di molto importante lo stava turbando ed io volevo sapere cosa fosse, per cercare di aiutarlo.
"Tutto e´ cominciato dopo che ho parlato con quel vecchio" disse sottovoce, come se sperasse che non lo sentissi. Voleva parlare, voleva sfogarsi, dire a qualcuno quello che gli stava succedendo, ma allo stesso momento era dubbioso sul fatto che quel qualcuno fosse riuscito a capirlo.
"Che vecchio? Con chi hai parlato?" gli chiesi tornando a guardare il lago, cercando di non pressarlo troppo e lasciandolo libero di decidere se rispondermio o no.
Lo fece dopo una lunga pausa, mentre da lontano provenivano i canti dei cani che abbaiavano sulle colline illuminate.
"E´ successo circa un mese fa, lo ho incontrato per caso su una barca diretta a Panachacel. E´ stato lui ad avvicinarmi, ci siamo conosciuti e mi a detto che sarei dovuto andare a parlare con lui nella sua casa a Santiago, la settimana successiva. Era un uomo anziano, sembrava una brava persona e fu molto convincente."
"E tu, ci sei andato?" gli chiesi con fare interessato.
"Certo, la domenica successiva. Perche´ scusa, tu cosa avresti fatto al mio posto? Ero curioso, mi disse che doveva dirmi qualcosa di molto importante. Non sapevo esattamente se fosse un santone o quacosa di simile, volevo solo sentire quello che aveva da dirmi."
Rimasi in silenzio, aspettando che riprendesse a parlare, ero curioso ed anche un po' emozionato, mi chiedevo come avesse potuto, uno sconosciuto, influenzarlo tanto da renderlo cosi´ triste e preoccupato.
Pensai che anch'io, pur essendo la persona piu´ scettica che conosco, probabilmente sì, sarei andato a sentire quello che aveva da dirmi. Nella vita mi capita spesso che la curiosita´ abbia la meglio quando devo decidere se fare o no una cosa nuova.
"Non mi chiese nè soldi nè nient'altro, passai solo mezz'ora in quella casa, ma quando uscii, qualcosa in me era cambiato."
Tornammo nuovamente a guardarci negli occhi, fremevo dalla voglia di sapere e lui lo capi´, sapeva che ormai era troppo tardi per tirarsi indietro. Era pronto a svelarmi il suo segreto.
"Mi ha detto che devo compiere una missione, molto importante, che posseggo un dono e devo usarlo per compiere la missione che Dio vuole che io faccia."
Cercando di non lasciar trapelare il mio scettiscismo nel tono della voce e nella espressione del viso, gli chiesi:
"Una missione? E di cosa si tratta esattamente? Che cosa dovresti fare?"
La serieta´ impressa sul suo viso mi indusse a pensare che lui ci credesse davvero in questa cosa e che non l'aveva per niente presa alla leggera, come forse avrei fatto io al suo posto.
"Vorrei tanto avere paura Matteo, vorrei avere paura, almeno per una volta. La paura almeno mi fermerebbe, mi convincerebbe a non farlo, pero´ non ci riesco, non riesco nemmeno ad avere paura di questo!". Il tono della sua voce era lieve e rassegnato, come se, in realta´ , dentro di sè sapesse gia´ qual era la sua decisione.
"Si, ma cosa devi fare, qual e´ la tua missione?" insistetti spinto dalla curiosita´.
Lui rimase in silenzio, osservava le stelle brillare nel cielo, mentre nella sua mente i pensieri si scontravano fra loro come onde contro le rocce.
Decisi di non rifargli la domanda, non volevo insistere o forzarlo a dirmelo, certo, non facevo altro che chiedermi che cosa dovesse fare, ma allo stesso tempo ero soddisfatto della fiducia che aveva riposto in me parlandomi di questa cosa della quale solo sua moglie Sonia era a conoscenza.
"Immagino che tu sia preoccupato, perche´ compiere questa missione comporterebbe un grande cambiamento nella tua vita. Non e´ vero?"
"Me ne devo andare da qui, devo lasciare tutto, anche la mia famiglia." Questa volta rispose immediatamente, senza pause per riflettere e dando ad ogni sua parola un tono di pura tristezza.
"Lui mi ha detto quello che devo fare, ma non come fare a farlo, quello sono io che lo devo scoprire."
"Lasciare la tua famiglia? Ma per quanto, per sempre?" gli chiesi preoccupato ed immaginandomi il viso della sua bellissima figlia Berta, alla quale mi ero affezionato in modo particolare.
Non rispose, ma il suo silenzio parlo´ per lui.
"E quindi, non voglio essere insistente, pero´, qual e´ la prima cosa che faresti se decidessi di andare in fondo a questa cosa?"
"Camminare, incomincerei a camminare."
"Camminare? Ma come? Andando dove? Camminare e basta?"
"Si, camminare e basta, quando si cammina, succede sempre qualcosa."
Rimasi fermo immobile, lo guardai negli occhi e provai un forte senso di tristezza e gioia allo stesso tempo. Ero scettico, provenivo da un paese con cultura ed usanze diverse, non sapevo nemmeno quale fosse esattamente il Dio di cui aveva parlato, non sapevo che dire, non sapevo che fare, forse non capivo quello che stava succedendo dentro di lui e la cosa mi dispiaceva perche´ mi sentivo impotente, incapace di dargli un qualsiasi consiglio. Cosi´ non dissi nulla, ma semplicemente gli dimostrai il mio affetto e la mia comprensione nel modo semplice e sincero: lo abbracciai forte, lo strinsi tra le mie braccia e gli diedi una pacca sulla spalla. Quell'abbraccio, valeva come mille "grazie", per tutto, per avermi accettato nella sua famiglia, per avermi fatto mangiare in casa sua, per essermi stato amico, per avermi fatto giocare con le sue figlie, per avermi fatto passare momenti indimenticabili e che sempre rimarranno nel mio cuore, per avermi fatto sentire meno nostalgia di casa e per tutto il resto, grazie ti tutto, grazie di cuore, grazie, amico mio!
Salimmo le scalette che riportavano alla strada, in silenzio, e tornammo alla pupuseria dove Sonia stava lavorando, la piccola Brenda giocando a rimcorrersi con il suo cane Kimba e l'altra figlia Flory chiacchierava seduta al tavolo con Rocael.
Ancora oggi, mi chiedo che cosa possa spingere un uomo come Fredy ad abbandonare tutto quello che ha e se mai, un giorno, decidera´ di farlo.
Io non ho fatto niente per aiutarlo e non mi sono esposto tanto da permettermi di dargli un consiglio; sono riuscito solo ad ascoltarlo.
sabato 12 dicembre 2009
10.12.09 Huatulco - Mexico
Domenica mattina , io e Efi siamo partiti in macchina verso una localita´ chiamata Barra de la Cruz. Ci siamo fermati nel centro di Huatulco per comprare un kg di gamberi freschi, da unire ad una aragosta che il giorno prima un suo amico gli aveva venduto per 2 euro. Ma il vero motivo della gita, il piatto forte del giorno, era un armadillo di 10 kg, che Efi aveva prenotato al ristorante con una settimana di anticipo. Mi spiego´ che gli armadilli si nutrono anche di animali velenosi, come serpenti e scorpioni e, per questo motivo, prima di poterlo cucinare, l'animale viene sottoposto ad una pulizia intestinale per alcuni giorni.
Dopo 40 minuti percorsi sulla statale in direzione sud, Salina Cruz, svoltammo a destra verso il mare e dopo qualche curva, arrivammo a casa di Luis. In effetti non e´ un vero e proprio ristorante: Luis e sua moglie Maria preparano piatti tipici all'interno della loro grande e rustica casa di campagna a pochi km dal mare. I clienti, per lo piu´ abituali e non turisti, possono assaporare il piatto del giorno, oppure optare per portarsi direttamente il cibo che desiderano venga loro cucinato. Ci sedemmo nel giardino, sotto una tettoia in legno e, mentre stuzzicavamo l'appetito con "nachios" e salsa piccante, Tonio ci raggiunse.
Tonio e´ un amico di vecchia data di Efigenio, giocavano a basket insieme da ragazzi e frequentarono la stessa compagnia per diversi anni. E´ una persona molto seria e salutista: non beve, non fuma ed e´ dedito al lavoro. Questo non pregiudica il fatto che sia molto simpatico e socievole, che gli piaccia stare in compagnia e divertirsi con gli amici. Lavora per un' importante multinazionale di sigarette e dal lunedi´ al venerdi´ , percorre la costa da Salina Cruz a Puerto Escondido controllando le vendite dei negozi e supervisionando le forniture. Fu lui ad aiutare Efigenio a rilevare l'attivita´ della birra ed, insieme, posseggono il bar sopra il negozio. Spesso si ferma a dormire con noi, oppure passa semplicemente a riposare e fare due chiacchiere.
Gli ultimi ad arrivare furono: Marcos, accompagnato dalla figlia di 9 anni, il figlio di 11 e la ragazza che lavora nel suo negozio di granite nel centro di Huatulco. Lui e´ qui da soli 6 mesi, ha ben 5 figli da 3 donne diverse, cosa non cosi´ rara qui, in Mexico. E´ origininario di San Cristobal, dove vive gran parte della sua famiglia. L' ultima delle sue mogli, di punto in bianco ha lasciato il Mexico per trasferirsi a Cuba, lasciandogli i due figli con i quali vive da ormai 10 anni. E´ un ragazzo molto attivo, sempre indaffarato ad inventarsi qualcosa da fare, sempre alla ricerca di qualche lavoretto per poter tirare avanti. E' una persona molto positiva, che non ha avuto una vita facile ma l'ha sempre affrontata a testa alta e senza paura.
Mentre i bambini giocavano sulle amache, ci sedemmo a tavola e Maria comincio´ una lunga processione di pietanze. Il primo piatto fu il "caldo di iguana", ovvero una zuppa di carne di iguana, non privata delle pelle e servita in un saporito brodo vegetale. Poi arrivarono i gamberoni, cucinati in padella con un sugo a base di aglio, che pero´ non nascondeva affatto il sapore fresco dei crostacei. Come contorno, fagioli neri e riso in bianco; per accompagnare, tortillias appena fatte, ancora calde e servite avvolte in un panno di cotone.
Quando chiedemmo del peperoncino, Maria non fece altro che coglierne mezza dozzina da una pianta a pochi metri da noi. Erano rossi e molto piccoli, bastava un minuscolo morso per poter sentire un fuoco accendersi nella bocca e divamparsi nella gola. Poi, finalmente, arrivo´ quello che tutti stavamo aspettando da una settimana, l'armadillo! Cucinato come uno spezzatino in un sugo rosso e denso, dagli aromi ed i profumi speziati. La carne dell'armadillo e´ tenerissima e molto saporita, si scioglie in bocca e si stacca dagli ossicini con una facilita´ incredibile. Subito ero un po' scettico, anche perche´ ne avevo appena fotografato uno piu´ piccolo ancora vivo che tenevano in una gabbia nel retro della casa. Ma, quando l'assaggiai, rimasi sorpreso dal sapore esaltante e unico nel suo genere. Per concludere in bellezza, l'aragosta, che solo io e Marcos, anche se con un po' di fatica, riuscimmo a mangiare dopo quella scorpacciata durata quasi 3 ore.
Come direbbero a Firenze :" Ci siam fatti una sgranata, roba da manicomio!".
Dopo il pranzo, andammo tutti a spiaggia. Una lunga distesa di sabbia dorata, separa la laguna di acqua dolce dall'oceano, sulla spiaggia di Barra de la Cruz. Giocammo tutto il pomeriggio alternando gare di corsa, combattimenti nell'acqua tenendoci a turno sulle spalle, bagni nel mare e nella laguna. Forse ci divertimmo piu´ noi adulti che i bambini e trascorremmo una giornata indimenticabile. Dopo il tramonto, tornammo nuovamente alla casa di Luis e ci fermammo per la cena. Gustammo nuovamente l'armadillo accompagnato da una succosa zuppa di gamberi.
Al ritorno a casa eravamo tutti stanchi, sazi, con le ossa un po´ rotte, ma pienamente soddisfatti della domenica passata tra amici.
Sono felice di aver provato una cucina cosi´ esotica e non tanto facile da trovare, ed ancor piu´ sono felice che mi sia piaciuta davvero. Ma la cosa che mi rallegra piu´ di tutte è il fatto di aver trovato degli amici come Efi, Tonio e Marcos. Mi sento uno di loro quando siamo insieme, non hanno pregiudizi o secondi fini e sento che mi considerano un loro amico.
So bene che fidarsi delle persone puo´ essere molto rischioso, sopratutto in un paese straniero, pero´ penso che nella vita, qualche volta si deve rischiare per riuscire ad ottenere qualcosa e se diffidassi di tutti, se non avessi accettato l'invito a stabilirmi nel retro del negozio di Efi, forse me ne sarei gia´ andato da qui, e le giornate le passerei da solo.
In questo momento, sono sulla spiaggia di San Agostin, a 20 km da Huatulco e 10 km di strada sterrata dalla statale per Puerto Escondido. Efigeni e´ andato nella sua citta´ natale, la capitale dello stato di Oaxaca, tornera´ domani mattina. Mi ha lasciato le chiavi del negozio e quelle della sua macchina. Prima che partisse mi sono fatto spiegare i prezzi delle birre e stasera, andro´ a dare una mano a Mateo, mentre domattina saro´ io ad aprire.
Questa spiaggia e´ stupenda ed il mare e´ calmo e cristallino. In mezzo alle acque che bagnano questa bahia di 3 km, ci sono enormi rocce che emergono e, al largo, una piccola isola disabitata. Sono seduto al tavolino di un ristorante, a non piu´ di 5 metri dall'acqua, sfrego i piedi nella sabbia morbida, bevo acqua di cocco con una cannuccia direttamente dal frutto, scrivo e guardo il mare.
Sono in compagnia, con me c'e´ Guadalupe, una mia amica. Ci siamo conosciuti al pub "Dublin", circa una settimana fa. Lei lavora lì, insieme a Rodrigo, il ragazzo argentino.
Ha accettato di accompagnarmi in questa spiaggia sperduta, ma credo che ieri sera abbia lavorato fino a tarda notte, perche´ ora dorme profondamente sull'amaca. Mi sta venendo fame e tra poco, quando si sveglierà, ordinero´ un piatto di gamberi, uguale a quello che mi e´ appena passato davanti agli occhi lasciando dietro di sè una scia di sapori di mare.
martedì 8 dicembre 2009
04.12.09 Huatulco - Mexico
Questi ultimi 10 giorni sono passati cosi´ in fretta da non darmi nemmeno il tempo di scrivere, leggere, pensare.
Martedi´ scorso, appena misi piede in questa piccola localita´ turistica, sentii nell'aria calda il profumo del mare; un senso di pace e tranquillita´ invase il mio corpo, intuii che questo posto mi sarebbe piaciuto, che mi sarei trovato a mio agio e che, anche questa volta, non me ne sarei andato cosi´ in fretta.
Quando entrai nella stanza di un piccolo hotel nel centro della piccola cittadina di Huatulco, apprezzai subito le comodita´ delle quali mi ero privato per cosi´ tanto tempo. Non mi sembrava vero di avere una doccia, una doccia vera, intendo, con acqua calda ed un getto che non assomigliasse al gocciolio di una grondaia dopo un temporale. C'era un grande letto a tre piazze, alto, comodo, con le lenzuola candide e profumate. Le pareti erano di cemento e non di pietra come quelle di San Pedro, un ventilatore appeso al soffitto rinfrescava l'ambiente e, lusso dei lussi, possedevo un televisore!
Approfittai al massimo di tutti quei servizi e, quando uscii per la cena, ero carico di energie e pronto a scoprire ciò che questo piccolo paese era pronto ad offrirmi. Notai subito la pulizia delle strade a senso unico che circondano la piazza centrale, dove il poco traffico scorre fluido ed in modo ordinato. I tanti ristoranti illuminavano la piazza e la musica dei bar animava l'atmosfera. Cenai a base di tortillas di carne seduto al bancone di un ristorantino sul marciapiede in una via traversa: erano ottime e le insaporii con salsa piccante. Dopo cena cominciai a camminare e ci misi poco per orientarmi e conoscere il piccolo centro.
I turisti, per lo piu´ statunitensi, passeggiavano con visi rilassati, come quelli che si stanno godendo le meritate ferie dopo un anno di lavoro. Ordinai una birra piccola in bottiglia al pub "Dublin" mentre un gruppo di "gringos" giocava a freccette alle mie spalle e sul televisore al plasma, stavano passando le immagini di una partita dell'NBA. Feci subito la conoscenza di Rodrigo, un argentino che si e´ trasferito qui da 12 anni, ha due figlie e gestisce il pub di proprieta´ di un americano.
Fu molto gentile e disponibile nel darmi informazioni sul posto, su come fare a raggiungere le spiagge ed il nome di un paio di pousade dove avrei trovato buone sistemazioni a prezzi piu´ economici di quella dove avevo pagato due notti.
Quando ormai ero diretto a casa, la grande e lampeggiante scritta "Cervezeria" al piano superiore di un'abitazione bianca, attiro´ la mia attenzione. Non sembrava un posto per turisti, pur essendo a sole due strade dal centro e, forse, fu proprio quello a convincermi ad entrare. Mentre salivo le scale e sentivo il volume della musica aumentare ad ogni gradino, ancora non sapevo che non avrei potuto prendere una decisione migliore e che il mio viaggio, stava per subire l'ennesima svolta:
stavo per incontrare un amico!
I tavolini intorno ai due tavoli da biliardo erano vuoti, c'erano solo tre uomini seduti al bancone, bevevano birra, succhiavano fette di lime inzuppate nel sale e peperoncino tritato e cantavano alcune strofe della musica tipica mexicana che proveniva da un moderno jukebox. La ragazza dietro al bancone, prese l'ordinazione e mi chiese se volevo sedermi ad un tavolo. Il piu´ grosso dei tre, in quell'istante si volto´ verso di me, allungo´ la mano destra per indicare lo sgabello piu´ vicino a lui e mi invito´ a sedere. Brindammo tutti e quattro facedo suonare le bottiglie di birra ed iniziarono le presentazioni. Erano gia´ diverse ore che avevano cominciato la festa e l'atmosfera era molto allegra e confidenziale. Quell'uomo, alto 1.90 e dalla corporatura robusta, si chiama Efigenio ed e´ il proprietario sia del bar, che del negozio di birra al piano terra. I suoi amici erano venuti a trovarlo da Puerto Escondido e si chiamano Riccardo e Andres. Passai una gran bella serata in loro compagnia e mi fu difficile andarmene, perche´ ogni qual volta tentavo di lasciare il mio posto a sedere, qualcuno metteva una canzone, un altro ordinava un altro giro di birra per tutti e mi obbligavano amichevolmente a restare.
Efigenio mi invito´ a tornare il giorno successivo, dicendomi che voleva mostrarmi il negozio e che voleva portarmi a fare un giro in macchina per conoscere la cittadina. Quando mi presentai la mattina successiva, fu Andres a venire ad aprirmi il cancelletto bianco per entrare nel negozio, pero´ , avendo perso la chiave del lucchetto dovette forzarlo con una sbarra di ferro. Il negozio e´ composto da solo uno scaffale in alluminio bianco posto al centro della stanza e circondato da 5 frigoriferi con le porte in vetro colmi di birra in bottiglia, che variano dai 220 ml al 1,2 l. L'ambiente e´ fresco, grazie al condizionatore, anche se non isolato, infatti, a separare il negozio dal retro, sono 3 dei grossi frigoriferi ed una porta in legno. L' arredamento e´ semplice ma invitante, ed e´ fornito dalla multinazionale di birra, essendo un' attivita´ in franchising. Oltrepassata quella porta, si entra nel magazzino e le cose cambiano. Almeno 200 casse di birra sono accatastate lungo le pareti ed una fila piu´ alta di me arriva fino al centro della grande stanza, dividendola in due. Solo piu´ tardi capii che tutto quel che a me sembrava solo un gran disordine, aveva invece un senso e le scatole erano suddivise in base al formato delle bottiglie; quelle piene separate da quelle vuote, che i clienti erano obbligati a rendere per non pagare un prezzo superiore.
Oltre a quel muro di "Cerveza" , Riccardo dormiva a dorso nudo, disteso in terra, con la testa appoggiata ad uno zaino, circondato da bucce di noccioline, bicchieri di plastica e bottiglie vuote. Efigenio si dondolava sull' amaca guardando la telelvisione mentre Andres, sentendosi responsabile per aver chiuso lui la porta la notte prima, cercava distrattamente la chiave, senza alcun successo. Poco dopo il mio arrivo, entro´ Mateo, un ragazzo di 16 anni, che lavora nel negozio e dorme nel bar al piano di sopra. Si occupa quasi di tutto, in cambio di uno stipendio, vitto ed alloggio. Prima lavorava come lucida scarpe per le strade ed ancora adesso svolge questa professione nel tempo libero. Dopo aver fatto la sua conoscenza, ho scoperto che e´ un mestiere da apprezzare che richiede molta pratica ed una certa abilita´. Efigenio, da tutti detto Efi, mando´ Mateo a comprare il pranzo, cosi´ mangiammo sul piccolo tavolo in legno, seduti su sgabelli e scatole di birra, mentre Ricardo rimase seduto in terra. Dopo il pranzo, il sonno, e l'alcool della sera prima tornarono a farsi sentire e tutti e 3 si addormentarono davanti ad una partita di football americano. Decisi cosi´ di andarmene e ripassare piu´ tardi: ero un perfetto sconosciuto, eppure mi avevano appena offerto il pranzo e trattato come un loro vecchio amico.
Nel pomeriggio riuscii a trovare diverse sistemazioni, quella piu´ economica era prendere un stanza in affitto, ma per il tempo minimo di un mese, prezzo: 1800 pesos (circa 90 euro). Trovai una posada e contrattai una settimana per 1000 pesos (circa 50 euro). Quando tornai al negozio di Efi, a serata inoltrata, lui era ancora sull'amaca, ma i suoi amici se ne erano andati. Durante la conversazione gli esposi le diverse opzioni che ero riuscito a trovare per il mio soggiorno e lui non fece altro che darmene un'altra, diversa, forse un po' rischiosa, ma sicuramente piu´ economica e curiosa. " Se vuoi, puoi restare qui a dormire, c'e´ tanto spazio, per me non e´ un problema. Domani mattina porti la tua roba, diamo una bella pulita e ti fermi quanto vuoi.". Rimasi stupito ed anche un po' perplesso della sua proposta e guardandomi intorno, in mezzo a quel casino, mi domandai dove avrei dormito, forse al posto di Ricardo? "Li, dietro a quell'armadio, c'e´ un materasso, io dormo sull'amaca, tu puoi sistemarti li sopra. Qui dietro c'e´ un bagno, con una doccia. Per me non c'e´ problema, stare qui non ti costera´ niente". Non sapevo cosa dire, non volevo offendere la sua ospitalita´, ma nemmeno mettermi in qualche guaio, in fondo non lo conoscevo per niente. Rimasi qualche secondo in silenzio, poi lo guardai dritto negli occhi e decisi di fidarmi di quel grosso uomo dal viso gentile e paffuto. " Ok, perche´ no? Ti ringrazio, ti prometto che non rimarro´ qui per molto, al massimo una settimana", queste furono le ultime parole famose...
Il mattino successivo, dopo un paio d'ore di lavoro, io, Mateo ed Efi, riuscimmo a dare un aspetto decente al retro del negozio ed a farlo sembrare un vero magazzino, ma con angolo soggiorno. Nel pomeriggio, a bordo della sua auto, simile ad una Opel Corsa, modello vecchio, andammo a fare un giro lungo la costa, bevemmo acqua di cocco nel paese vicino chiamato Santa Cruz seduti su di una panchina osservando la gente che saliva e scendeva da due enormi navi da crociera attraccate nel piccolo porto.
"Las Bahias de Huatulco", e´ l'insieme di 9 bahie, con piu´di 30 spiagge di sabbia bianca. Alcune popolate da ristoranti, altre deserte e lunghe km. Senza che glielo chiedessi, dal secondo giorno, inizio´ a prestarmi l'auto permettendomi, cosi´,di conoscere posti meravigliosi.
Una sera delle tante, tornando da una spiaggia, decisi di andare al faro, dove Efi mi aveva portato qualche giorno prima. E´ il punto piu´ alto della costa, in cima ad una scogliera a precipizio sul mare, Mi sedetti sul muricciolo, con le gambe nel vuoto ed aspettai il tramonto. Mi sentivo un piccolo punto, disegnato sull'infinita linea del mondo, avrei voluto alzarmi in piedi, spiccare il volo e planare nell'aria insieme ai grandi avvoltoi neri che volavano sopra la mia testa. Le onde si infragevano con violenza ai miei piedi, respinte dalle imponenti rocce che urlavano ad ogni impatto. Il cielo si coloro´ di rosa, arancione e rosso incandescente, mentre il sole, lentamente, scompariva dietro le montagne trasportato dal vento. Solo, ai confini del mondo, pensai : "In questo momento, non c'e´ nessun altro posto al mondo dove vorrei essere!".
giovedì 3 dicembre 2009
26.11.2009 Salina Crux - MEXICO
Quando scelsi dallo schermo del pc il posto a sedere che preferivo sull'autobus diretto a Salina Cruz, ero troppo occupato a flirtare con la ragazza dell' agenzia degli autobus per porre la dovuta attenzione a quello che stava facendo. Comincio`, interessata, a farmi domande: da dove provenivo e dove ero diretto. Mi parlava con voce soave e melodica, guardandomi dritto negli occhi con uno sguardo cosi` penetrante e sicuro di se`, che faticavo a reggere. Mi sciolsi come un gelato al sole e quando uscii dalla stazione, mi rammaricai di non averla potuta invitare a cena. Il risultato di questa conversazione fu che, salito sul bus, mi resi conto che invece di avere un sedile in ultima fila come pensavo, avevo prenotato quello in prima, proprio alle spalle dell'autista. Alla mia sinistra, vicino al finestrino, c'era "una statua di cera", di circa 60 kg che indossava pantaloni classici color sabbia ed una camicia maniche corte, bianca. Sulle ginocchia, teneva con scrupolosa delicatezza ed attenzione una busta di carta marrone, come quella che danno gli ospedali per consegnare le lastre. Quel piccolo ed esile uomo non mosse un muscolo per tutto il viaggio, non disse una parola, non lo vidi mai nemmeno battere le ciglia e, a dire il vero, non so nemmeno se stesse respirando! Cercai di dormire in tutti i modi ma, a parte la posizione scomoda del sedile, ero continuamente distratto o disturbato da qualcosa. La radio accesa, le chiacchiere dei vicini, osservare attraverso il grande vetro davanti a me quell'infinita striscia di asfalto che nasceva nella oscurita` e che scorreva veloce sotto i miei piedi, non mi facevano prendere sonno.
Fummo, inoltre, sottoposti ad almeno una decina di controlli durante il tragitto. Poliziotti, ragazzi della sicurezza, militari, tutti situati in posti di blocco differenti e spesso non molto lontani l'uno dall'altro, salivano armati di torce e rapidamente perlustravano i passeggeri.
Essendo l'unico straniero e la prima persona che vedevano appena saliti, ero la loro vittima preferita e per ben 4 volte dovetti mostrare il mio passaporto.
Gentilmente e senza alcuna obiezione, nel vedere che ero entrato nello Stato solo da un giorno, mi ringraziavano e ci lasciavano proseguire. Durante la prima ed unica sosta ad una stazione di servizio, verso le 4.00 del mattino, cominciai a sentire dei dolori al petto, nella parte destra. Erano fitte provocate dal respiro e dal movimento del braccio. Inizialmente non ci feci molto caso, fino a quando, a circa un'ora dall'arrivo, il dolore si espanse su tutto il braccio ed aumento´ di intensita´. Fino a Salina Cruz, rimasi immobile, proprio come il mio vicino, avendo trovato una posizione non troppo dolorosa. Avremmo potuto competere con gli artisti di strada che popolano la corte del Museo degli Uffizi di Firenze o le Ramblas di Barcellona, se solo ci fossimo mascherati. Non mi era mai capitato nulla del genere ed ero alquanto spaventato, l'unica cosa che mi rassicurava di non essere vicino ad un infarto, era il fatto che la parte sinistra del torace non mi doleva. Arrivati alla stazione, scesi a fatica dal bus e stringendo i denti, trascinai lo zaino facendolo strisciare al suolo fino all'interno della sala d'aspetto.
Aveva da poco fatto giorno, mi sedetti con le lacrime agli occhi sulle poltrone in alluminio e rimasi lì accasciato, inerte, per piu´ di 20 minuti. Provavo a muovere leggermente il braccio per vedere se la situazione era migliorata ma, ogni volta che lo facevo, una spada mi perforava il torace e passando attraverso il mio polmone destro, mi trafiggeva la spalla arrivando fino al gomito. Non sapevo piu´ cosa fare e decisi di farmi portare in ospedale da un taxi, sempre che ci fosse stato un ospedale in quella citta´. Non avevo molti soldi con me, cosi´ andai a prelevare al bancomat che c'era lì nella sala d'aspetto. Dopo aver ritirato denaro e ricevuta, fui distratto da uno strano e sordo rumore, mi voltai cosi´ per controllare i miei bagagli che avevo abbandonato sulle poltrone. Ero stanchissimo, non dormivo da piu´ di 40 ore, facevo di tutto per sopportare quel dolore acuto che mi preoccupava sempre piu´ seriamente, avevo caldo, sonno, fame, sete, ed il pensiero di andare in ospedale mi tormentava. Immerso in tutte quelle sensazioni, rimasi voltato per troppo tempo, come se quest'ultimo si fosse fermato ed il mio corpo e la mia mente addormendati senza preavviso. Fu il " bip-bip " emesso dal bancomat a farmi riprendere i sensi, mi voltai di scatto e mi resi conto che si era mangiato la mia carta!
Ebbi un attimo di puro sconforto, cominciai a sudare, i miei occhi si gonfiarono di lacrime che non riuscivano ad uscire, mi sentii perso e percepii la rabbia salire dentro di me. Avrei solo voluto lasciarmi cadere al suolo, potermi abbandonare in quel luogo sconosciuto ed aspettare che qualcuno venisse a salvarmi. Passai un paio di minuti, lì, fermo, in piedi davanti a quella stupida, o forse troppo intelligente macchina automatica, in quello stato di trance, dolorante e triste che le cose si stessero mettendo cosi´ male. Poi mi feci coraggio, sorreggendomi la mano destra con quella sinistra per non muovere il braccio, uscii dalla stazione, raccontai l'accaduto ad un taxista, gli indicai le mie due borse e salii in macchina. Mi feci portare in un hotel vicino all'unica filiale di quella stessa banca e presi una stanza per 2 notti. La camera era a pochi metri dalla portineria, ma quando provai a mettermi lo zaino sulle spalle per portarlo dentro, dopo soli 2 passi, lo feci cadere rovinosamente a terra per il male che sentivo e rischiai di cadere anch'io. Un uomo mi aiuto´ a portare i bagagli nella piccola e forse un po´ troppo semplice stanza, mentre l'anziana e gentile signora padrona dell'hotel a una stella, mi preparo´ un the´ caldo. La donna mi disse che a causa della posizione scomoda che avevo tenuto nel bus per cosi´ tante ore e dell'aria condizionata, mi era entrata dell'aria nel corpo e questo mi provocava le forti fitte. Non capii esattamente cosa intendesse dire, semplicemente, mi fidai, le chiesi a che ora apriva la banca, bevvi velocemente il the´ ancora bollente e mi distesi sul letto scomodo. Trovata una posizione nella quale le fitte si facevano sopportabili, chiusi gli occhi, abbandonai l'idea dell'ospedale e crollai in un sonno profondo. Al mio risveglio, dopo circa 5 ore, stavo decisamente meglio. Il dolore non se ne era completamente andato, ancora adesso lo percepisco, pero´ potevo camminare e muovere il braccio ed il tutto era tollerabile.
Dopo aver ricevuto il primo :" Mi dispiace ma non possiamo farci niente.", tornai una seconda volta in banca, piu´ deciso ed arrabbiato, ma non ottenni alcun risultato. Sia le impiegate, che il direttore, che tutti i telefonisti del numero verde di "assistenza in caso di furto o perdita della carta", che chiamai per ben 3 volte, mi dissero che una volta "mangiata", la carta veniva automaticamente smagnetizzata, per una questione di sicurezza e che non si sarebbe mai piu´ potuta utilizzare. Per una miglior garanzia avrei dovuto far bloccare immediatamente la carta dall'Italia e per migliorare il mio stato d'animo, solo farmene una ragione.
Nel pomeriggio, provai ad andare a vedere il mare, ma riuscii a vedere solo grossi barconi attraccati ad un porto lontano, senza l'ombra di una spiaggia e senza scrutare una sola goccia d'acqua. Oltre ad avermi consigliato il ristorante dove cenare, il figlio della proprietaria mi diede informazioni utili per raggiungere Puerto Escondido, consigliandomi vivamente di fare, prima, tappa ad Huatulco e poi a Puerto Angel, due note localita´ balneari, piu´ tranquille ed incontaminate della prima, dove, peraltro, si sono appena conclusi i campionati mondiali di surf. Gli feci capire che non volevo passare un solo minuto in piu´ in quella citta´ e che ero pentito di aver pagato 2 notti. Accetto´ di restituirmi la meta´ dei soldi e cosi´, la mattina seguente, prima delle 8.00, partii per Huatulco, speranzoso che lì, forse, avrei visto il il mare per davvero!
lunedì 30 novembre 2009
23.11.09 Tapachula - Mexico
Alla caotica e sporca stazione di Mazatenango, in un grande piazzale, sono salito su di un bus diretto alla frontiera. Non aveva un bell'aspetto, ma il fatto che fosse mezzo vuoto mi ha permesso di trovare una sistemazione comoda occupando due sedili. Ero riuscito quasi a prendere sonno, quando ci siamo fermati ad una stazione di servizio. Avevo la musica nelle orecchie, e solo vedendo dopo una decina di minuti, tutti i passeggeri intenti a prendere le proprie cose e scendere, mi resi conto che c'era qualcosa che non andava. Il bus aveva un problema meccanico e ci fecero salire tutti su di un minibus che aveva la meta` esatta dei posti a sedere. Scendendo per ultimo e dovendo recuperare il mio zaino nel portabagagli, quando mi presentai davanti alla porta del minibus con il motore gia` acceso, non solo non c'era piu` posto a sedere, ma non sapevo davvero come fare a salire perche` una signora in piedi mi sbarrava l'entrata. Solo dopo ripetuti incitamenti da parte del nuovo autista, la donna dalla corporatura robusta, si mosse schiacciando il suo fondoschiena sulla faccia del ragazzo seduto al suo fianco ed io, a fatica e con lo zaino in braccio, riuscii a farmi largo. Per fortuna, l'agonia di stare seduto con le anche schiacciate tra due grossi uomini che mi alitavano sul collo ad ogni respiro e di dover scendere ad ogni fermata con lo zaino in mano, durò solo mezz'ora poi, il minibus cominciò a svuotarsi lentamente.
Ho avuto la fortuna di conoscere Lucas, anch'egli diretto a Tapachula, che mi ha accompagnato fino alla frontiera dandomi molte informazioni utili. Abbiamo attraversato a piedi tutto il paese di Tecún Umán, cambiato alcuni Quetzal in Pesos da un uomo seduto su di una sedia in plastica sul marciapiede fuori da un negozio e raggiunto la guardiola che delimita la fine del territorio guatemalteco.
Essendo provvisto di passaporto, ho dovuto entrare in un ufficio diverso da quello del mio nuovo amico, per farmelo timbrare, e lì, ci siamo persi.
Ho rinunciato ai numerosi inviti dei tuc-tuc a pedali, deciso di percorrere a piedi, sotto il sole cocente, i 500 m di ponte per entrare in Mexico. Dopo una breve registrazione in un'altra guardiola, in territorio mexicano, dove ho ricevuto un visto turistico valido 6 mesi, sono finalmente arrivato!
Quella e` stata la prima volta nella mia vita che ho messo piede in Mexico: ero stanco, sudato, sporco, solo. Il mio cuore batteva come un tamburo nella parata domenicale, ero emozionato, impaziente, fremevo al solo pensiero di conoscere questo stato, questa gente, questa cultura, questa musica, questo cibo. Una nuova avventura era appena iniziata!
L'itinerario che avevo in mente mi era stato bocciato da tutti i viaggiatori ai quali avevo chiesto consiglio. Tutti mi dicevano che per arrivare a Puerto Escondido era necessario passare da San Cristobal de Las Casas, Tuxtla Gutierrez ed infine Oxaca, da dove avrei potuto scendere verso la costa del Pacifico. Questo, per lo meno, era l'itinerario piu` comune e seguito da tutti.
Non posseggo una guida turistica delle regioni a nord del Chiapas e dello Yucatán, e su Internet non avevo trovato informazioni utili. L'unica cosa della quale ero certo era dell'esistenza di una strada che percorre tutta la costa, dalla frontiera del Guatemala fino a quella con gli USA, ed era quella che io volevo fare. Cosi` ho semplicemente scelto la citta` di Salina Cruz come mia prima meta, ipotizzando che in una giornata di viaggio sarei riuscito a raggiungerla. Tutto ciò senza avere la piu` pallida idea di quello che mi avrebbe aspettato e di quello che avrei trovato una volta arrivato.
Ho percorso , sull'ennesimo minibus, i 37 km per arrivare fino alla stazione dei bus di prima classe di Tapachula, dove in questo momento sto scrivendo scomodamente il mio diario che tengo appoggiato alle ginocchia, con la testa china e la musica di Buddha Bar nelle orecchie, per cercare di estraniarmi dal mondo e dai rumori che mi circondano. Fatto il biglietto, ho lasciato lo zaino grande nel deposito della stazione e mi sono incamminato verso il centro della citta`, alla ricerca di qualcosa da fare per far passare le 8 ore che mi separano dalla partenza. Ammetto che il primo impatto non e` stato dei migliori: le strade sono affollate da gente e da automobili impazzite, che fanno a gara per accaparrarsi il primo posto davanti ad un semaforo rosso. Musica, clacsons, urla, frenate improvvise, tutto mescolato in modo caotico e fastidioso. Quasi quanto lo erano le notti di San Pedro, animate dalle decine di cani randagi, che comunicavano tra loro abbaiando ed ululando per ore intere, procurando a quelli come me, distesi nel letto intenti a dormire, un forte senso di irritazione ed impotenza.
Per puro caso, nella via centrale in mezzo a quella bolgia, ho rincontrato Lucas che aspettava seduto su di un gradino che lo venissero a prendere per andare a lavorare. Gli ho spiegato che ero stato trattenuto piu` del previsto alla frontiera, e che quando ero uscito, non vedendolo, avevo proseguito da solo. L'ho ringraziato per l'aiuto, augurato buona fortuna, e proseguito la mia passeggiata in quel puro caos mexicano. Dopo diversi km percorsi nelle vie che circondano la piazza centrale, con le gambe stanche, una gran sete ed un po' di capo giro, mi sono seduto su di una panchina. Avevo deciso di smettere di essere un elemento aggiuntivo di quella grande confusione, volevo provare ad uscirne, ad osserarla da fuori, senza parteciparne.
Ho cosi` capito che: i continui colpi di clacsons erano dei taxi, presenti in numero maggiore delle auto private, che cercavano di richiamare l'attenzione dei passanti; le grida erano dei bambini che giocavano in mezzo alla piazza e delle signore che vendevano cibo ai bordi delle strade; la musica arrivava da quasi tutti i negozi; quella piu` forte, di un vocalist che con un microfono faceva promozione ai nuovi prodotti, era delle farmacie.
La cosa che mi ha stupito ed affascinato di piu` sono state le donne. Ho visto ragazze e donne dai visi incantevoli, con lineamenti perfetti, delicati, candidi, che pero` esprimevano un forte calore latino. Mille, le tonalita` dei colori della loro pelle, dal mandorla al marrone chiaro, dal bianco al cioccolato. Gli occhi, leggermente truccati, lanciavano sguardi sensuali e provocanti, ma cosi` rapidi, da non lasciarti il tempo di reagire. Sfilavano come leonesse in cerca della preda in mezzo a quella savana affollata. Sono piu` belle, piu` moderne, piu` facinose e meno vestite di quelle guatemalteche, e senza cadere nella volgarita`, sanno bene come attirare l'attenzione.
Ho cenato con carne alla brace in un piccolo ed economico ristorante qui vicino ed ora e` arrivata finalmente l'ora di partire, sono le 22.35. Spero solo di riuscire a dormire nel viaggio e, finalmente, domani vedro` il mare.
giovedì 26 novembre 2009
San Pedro (Lago de Atlitan) 3
di una bibita.
Il tavolino in plastica non basta per tutti e, così, qualcuno si siede sui piccoli sgabelli in legno o, addirittura, in terra. Nel disordine della terrazza, con i fili carichi di panni stesi al sole che s'intrecciano l'uno con l'altro impedendoci, spesso, di vederci in faccia, si ride, si scherza e si mangiano, sempre, piatti molto saporiti, ricchi ed abbondanti. Tutti collaborano alla preparazione del pranzo compreso io e gli ospiti dell'ultimo minuto. Quello che mi affascina di più di quell'atmosfera è la generosità che hanno nel condividere le proprie cose, anche se poche e semplici.
Avendo, ormai, acquisito una certa confidenza mi trattano come uno di loro e si comportano in modo molto naturale. Parlano in Tjuil ed io sto cominciando a capirne
qualche parola. Discutono di cose private, di famiglia, davanti a me ed a nessuno di loro sembra strano o si sente in soggezione.
Domenica, mentre tornavamo a casa sua con le pesanti borse della spesa straripanti di verdure, dissi a Fredy che ero dispiaciuto di non avere portato la macchina fotografica con me e lui mi rispose: "Non ti devi preoccupare, quello che vivrai oggi rimarrà sempre nel tuo cuore". E, così, è stato. Ho il cuore già "colmo" di immagini, sorrisi, abbracci, baci, discussioni, regali.......Tutto in sole due settimane. Tutti loro mi trasmettono qualcosa di vero, di sincero che va al di là del colore della pelle, dei gusti sessuali, della cultura, delle possibilità economiche. Sono sicuro che pur conoscendo tanta gente, non sempre instaurano un rapporto così forte e sincero ed il fatto che per Sonia sia un evento che tra me e Fredy sia nata questa grande amicizia, mi lusinga e mi rende felice.
Tra tutti, la mia preferita è, senza dubbio, Berta. Ha solo 6 anni, ma è già un "bell'elemento". E' magrolina con i capelli fini e scuri tagliati a caschetto con un frangia un po' troppo lunga che spesso le copre i suoi incantevoli occhi lucenti. Giochiamo spesso insieme e le sue risate mi fanno tornare bambino. Le ho insegnato a dire "Buon giorno, buona sera e buona notte"; ha imparato subito e lo fa in un modo tutto suo. E' molto socievole e non è per niente timida. Diverte i clienti della Papuseria svolazzando da un tavolo all'altro come una farfalla e si rincorre con la sua cagnolina di nome Kimba. E' una bambina speciale che si fa volere un gran bene.
Ieri sera la Papuseria era chiusa e, dopo la cena a base di fagioli neri e uova strapazzate, siamo rimasti a casa a vedere un film con Al Pacino e Robert de Niro. Ero seduto su di un piccolo sgabello, appoggiato al muro mentre, tutta la famiglia: mamma, papà e le due bimbe, era distesa sul letto matrimoniale. Il film terminò ed io mi alzai e mi voltai verso di loro. La musica dei titoli di coda aveva fatto da ninna nanna alla famigliola: stavano dormendo: tutti. Accovacciati l'uno sull'altro usavano una gamba, una spalla, la pancia del vicino come cuscino. Rimasi fermo, in piedi, per qualche minuto ad osservare quella scena. Avrei desiderato, tanto, essere un pittore e poter dipengere quello che avevo davanti a me, su di una grande tela, incorniciarlo e chiamarlo "AMORE".
Incontrare Fredy in questo viaggio è stato per me come per Lin, il protagonista di "Shantaram" , incontrare il suo grande amico Prabaker. Come lo definisce l'autore del libro, Fredy è "quel piccolo uomo dal grande sorriso" che gli presenta la sua famiglia e che lo porta con lui a vivere nello Slum e sarà suo compagno di tante avventure. Una persona che ha dentro di sè qualcosa in più degli altri e, stringendoti la mano, arriva fino al tuo cuore.
San Pedro (Lago de Atlitan) 2
Con tutto il legno recuperato dallo smotaggio più quello avanzato, vuole trasformare la terrazza in due camere da letto, per le figlie.
Il primo giorno che mi invitò mangiammo spezzatino di carne con patate; il secondo imparai a preparare il guacamole che gustammo con riso in bianco e carne alla brace. Il terzo preparammo il famoso SEVICHE: pomodori, cipolle bianche, menta, prezzemolo, un goccio di birra, sale, frutti di mare, tutto tritato e mescolato con cura.
E' un' insalata molto fresca e saporita che si abbina benissimo ai nachos.
Sono, sempre, trattato con il massimo rispetto, servito e riverito. Tutti si preoccupano di avere un occhio di riguardo nei miei confronti, controllano e mi domandano se ho bisogno di qualcosa e se il cibo è di mio gradimento.
Un giorno, parlando della cucina italiana, dissi loro che mi piaceva molto il pane e che lo mangio, praticamente, con tutto, tranne che con la pizza. Al pranzo del giorno successivo, mentre tutti si stavano servendo di torillias, Fredy disse:"Flory, va' a prendere IL PANE DI MATTEO, l'ho comprato stamattina". Aveva comprato il pane solo per me, senza che io gliel'avessi chiesto e così fece per tutta la settimana.
Come è nella cultura del Guatemala, raramente usano le posate, solo il cucchiaio in caso ci sia la zuppa. A me danno sempre forchetta e coltello mentre loro farciscono una tortillias dietro l'altra usandole a mo' di cucchiaio. Quando finiscono, mi guardano come per dirmi: "Non sai quello che ti perdi, a non succhiarti le dita!.."
C'è sempre qualche invitato non previsto, che si presenta all'ultimo minuto e senza preavviso; non è un problema perchè il cibo viene sempre preparato in abbondanza.
Ieri, per esempio, stavamo tagliando dei filetti da un grosso pezzo di carne comprata fresca al mercato. Arrivati a 7, il numero delle persone presenti, Fredy mi disse di tagliarne due o tre in più, nel caso fosse arrivato qualcuno. E così fu: arrivarono Rachael e Laura. Laura ha 26 anni, è nata qui e vive con due sorelle. E' molto amica di Sonia, la moglie di Fredy e, spesso, viene a casa loro per mangiare. Rachael, anch'egli molto amico di Sonia, è un vero e proprio personaggio: 22 anni, pelle scura, corporatura magra, occhi scuri ed allungati, capelli neri pettinati all'indietro. E' omosessuale e, forse, è proprio questo a renderlo così divertente.
E' molto effemminato, sia nel modo di parlare che nei movimenti e, a volte, quando esagera nel suo "essere gay", riceve uno scappellotto sulla testa od un pugno sulla spalla da Fredy. Tutto avviene in modo amichevole e scherzoso e, quando non è Fredy, a prenderlo in giro, lui stesso lo stuzzica fino a farlo reagire.
Fredy, quando pronuncia il suo nome, lo fa aspirando in modo esasperato la "ch" e, muovendo la mano sotto la bocca come per indicare che sta per uscirne qualcosa dice:"Rochchchaél!" e, tutti quanti, scoppiano a ridere. Fredy ha questo tipo di confidenza non solo con i suoi amici più intimi, ma con tutti quelli del paese.
Andare in giro con lui è incredibile: conosce tutti e, tutti, lo rispettano. Ha sempre un saluto od una battuta pronta per chiunque: poveri, ricchi, turisti e stranieri che vivono qui.
Spesso otteniamo viaggi gratis in tuc-tuc, non paghiamo l'affitto per i dvd pirata che un suo amico gli presta da quelli che ha sul suo banco, al mercato; riceviamo sconti su frutta e verdura e, il fatto che, ormai, tutti sanno che sono suo amico, non può che agevolarmi.
Sabato scorso sono andato a vedere la partita di calcio a 11 della squadra dove lui gioca. Fredy è il capitano e gioca in mezzo al campo distribuendo palloni ed indicazioni tattiche ai compagni.
Sono rimasto stupito di come riesca a correre, e resistere per tanto tempo senza neanche un allenamento a settimana.
La sua squadra ha perso 4 a zero, ma ha combattuto fino all'ultimo minuto.
La sera, mentre la famiglia sta nella Papuseria a far compagnia a Sonia, di solito lo invito a bere una birra o a fare una partita a biliardo. Mi ha raccontato che, circa 8 anni fa, era, praticamente alcolizzato come lo sono molti, qui, in Guatemala ed in tutto il Centro America. Come avevo già potuto capire in Brasile, il "bere" è vissuto in modo diverso da quello di noi europei.
Soprattutto tra la gente povera (90% degli uomini) che vive solo con lo stretto indispensabile (e non sempre) bere significa : BERE! Iniziano da una birra e non si fermano fino a quando non riescono quasi più a camminare. Chi lo fa tutti i giorni o quasi, non ha una vita molto lunga. Fredy, ora, accetta sempre il primo bicchiere, per educazione, ma, altrettanto educatamente, rifiuta il secondo.
Abbiamo fatto il giro di quasi tutti i locali e questo mi ha fatto conoscere un sacco di gente.
In particolare, un ragazzo messicano, Arturo. E' in viaggio con un americano, un francese, un olandese ed un canadese. Non ho capito bene dove e come si siano conosciuti, so solo che viaggiano in auto e sono diretti in Patagonia. Dopo qualche chiacchiera al Buddha-bar, ci siamo ritrovati alla Papuseria.
Mi ha detto di provenire proprio dalla Baja California, dove io sono diretto.
Solo pochi giorni fa, Max, un italiano che vive qui da 6 anni, me l'aveva sconsigliata perchè molto cara, nonostante sia molto bella. Mi ha, comunque, dato il suo indirizzo e-mail ed il n. di telefono, chiedendomi di avvertirlo con un po' di anticipo. Nel caso decidessi, comunque, di andarci, mi metterà in contatto con alcuni suoi amici che, dice lui, con un po' di fortuna mi ospiteranno. Io gli ho dato qualche numero di Antigua ed il nome di alcuni posti, imperdibili, che ho visitato in Guatemala.
Eravamo seduti sulle panche in legno, al tavolo con tutte quelle persone. A Fredy non sfuggì che avevo gli occhi che brillavano di felicità e di speranza; forse non andrò nemmeno fino alla Baja California, ma, in quel momento, mi sentivo molto fortunato ad avere incontrato Arturo. Si voltò verso di me e, con il solito sorriso, mi disse: "Tu non puoi immaginare quante persone conosco, quante ne ho conosciute da quando vivo qui. Non devo fare niente, semplicemente aspettare che arrivino, solo aspettare. Ci sono ancora tante persone buone, al mondo, anche se non sembra."
mercoledì 25 novembre 2009
24.11.09 Salina Cruz - Mexico
Quando scelsi dallo schermo del pc il posto a sedere che preferivo sull'autobus diretto a Salina Cruz, ero troppo occupato a flirtare con la ragazza dell' agenzia degli autobus per porre la dovuta attenzione a quello che stava facendo. Comincio`, interessata, a farmi domande: da dove provenivo e dove ero diretto. Mi parlava con voce soave e melodica, guardandomi dritto negli occhi con uno sguardo cosi` penetrante e sicuro di se`, che faticavo a reggere. Mi sciolsi come un gelato al sole e quando uscii dalla stazione, mi rammaricai di non averla potuta invitare a cena. Il risultato di questa conversazione fu che, salito sul bus, mi resi conto che invece di avere un sedile in ultima fila come pensavo, avevo prenotato quello in prima, proprio alle spalle dell'autista. Alla mia sinistra, vicino al finestrino, c'era "una statua di cera", di circa 60 kg che indossava pantaloni classici color sabbia ed una camicia maniche corte, bianca. Sulle ginocchia, teneva con scrupolosa delicatezza ed attenzione una busta di carta marrone, come quella che danno gli ospedali per consegnare le lastre. Quel piccolo ed esile uomo non mosse un muscolo per tutto il viaggio, non disse una parola, non lo vidi mai nemmeno battere le ciglia e, a dire il vero, non so nemmeno se stesse respirando! Cercai di dormire in tutti i modi ma, a parte la posizione scomoda del sedile, ero continuamente distratto o disturbato da qualcosa. La radio accesa, le chiacchiere dei vicini, osservare attraverso il grande vetro davanti a me quell'infinita striscia di asfalto che nasceva nella oscurita` e che scorreva veloce sotto i miei piedi, non mi facevano prendere sonno.
Fummo, inoltre, sottoposti ad almeno una decina di controlli durante il tragitto. Poliziotti, ragazzi della sicurezza, militari, tutti situati in posti di blocco differenti e spesso non molto lontani l'uno dall'altro, salivano armati di torce e rapidamente perlustravano i passeggeri.
Essendo l'unico straniero e la prima persona che vedevano appena saliti, ero la loro vittima preferita e per ben 4 volte dovetti mostrare il mio passaporto.
Gentilmente e senza alcuna obiezione, nel vedere che ero entrato nello Stato solo da un giorno, mi ringraziavano e ci lasciavano proseguire. Durante la prima ed unica sosta ad una stazione di servizio, verso le 4.00 del mattino, cominciai a sentire dei dolori al petto, nella parte destra. Erano fitte provocate dal respiro e dal movimento del braccio. Inizialmente non ci feci molto caso, fino a quando, a circa un'ora dall'arrivo, il dolore si espanse su tutto il braccio ed aumento´ di intensita´. Fino a Salina Cruz, rimasi immobile, proprio come il mio vicino, avendo trovato una posizione non troppo dolorosa. Avremmo potuto competere con gli artisti di strada che popolano la corte del Museo degli Uffizi di Firenze o le Ramblas di Barcellona, se solo ci fossimo mascherati. Non mi era mai capitato nulla del genere ed ero alquanto spaventato, l'unica cosa che mi rassicurava di non essere vicino ad un infarto, era il fatto che la parte sinistra del torace non mi doleva. Arrivati alla stazione, scesi a fatica dal bus e stringendo i denti, trascinai lo zaino facendolo strisciare al suolo fino all'interno della sala d'aspetto.
Aveva da poco fatto giorno, mi sedetti con le lacrime agli occhi sulle poltrone in alluminio e rimasi lì accasciato, inerte, per piu´ di 20 minuti. Provavo a muovere leggermente il braccio per vedere se la situazione era migliorata ma, ogni volta che lo facevo, una spada mi perforava il torace e passando attraverso il mio polmone destro, mi trafiggeva la spalla arrivando fino al gomito. Non sapevo piu´ cosa fare e decisi di farmi portare in ospedale da un taxi, sempre che ci fosse stato un ospedale in quella citta´. Non avevo molti soldi con me, cosi´ andai a prelevare al bancomat che c'era lì nella sala d'aspetto. Dopo aver ritirato denaro e ricevuta, fui distratto da uno strano e sordo rumore, mi voltai cosi´ per controllare i miei bagagli che avevo abbandonato sulle poltrone. Ero stanchissimo, non dormivo da piu´ di 40 ore, facevo di tutto per sopportare quel dolore acuto che mi preoccupava sempre piu´ seriamente, avevo caldo, sonno, fame, sete, ed il pensiero di andare in ospedale mi tormentava. Immerso in tutte quelle sensazioni, rimasi voltato per troppo tempo, come se quest'ultimo si fosse fermato ed il mio corpo e la mia mente addormendati senza preavviso. Fu il " bip-bip " emesso dal bancomat a farmi riprendere i sensi, mi voltai di scatto e mi resi conto che si era mangiato la mia carta!
Ebbi un attimo di puro sconforto, cominciai a sudare, i miei occhi si gonfiarono di lacrime che non riuscivano ad uscire, mi sentii perso e percepii la rabbia salire dentro di me. Avrei solo voluto lasciarmi cadere al suolo, potermi abbandonare in quel luogo sconosciuto ed aspettare che qualcuno venisse a salvarmi. Passai un paio di minuti, lì, fermo, in piedi davanti a quella stupida, o forse troppo intelligente macchina automatica, in quello stato di trance, dolorante e triste che le cose si stessero mettendo cosi´ male. Poi mi feci coraggio, sorreggendomi la mano destra con quella sinistra per non muovere il braccio, uscii dalla stazione, raccontai l'accaduto ad un taxista, gli indicai le mie due borse e salii in macchina. Mi feci portare in un hotel vicino all'unica filiale di quella stessa banca e presi una stanza per 2 notti. La camera era a pochi metri dalla portineria, ma quando provai a mettermi lo zaino sulle spalle per portarlo dentro, dopo soli 2 passi, lo feci cadere rovinosamente a terra per il male che sentivo e rischiai di cadere anch'io. Un uomo mi aiuto´ a portare i bagagli nella piccola e forse un po´ troppo semplice stanza, mentre l'anziana e gentile signora padrona dell'hotel a una stella, mi preparo´ un the´ caldo. La donna mi disse che a causa della posizione scomoda che avevo tenuto nel bus per cosi´ tante ore e dell'aria condizionata, mi era entrata dell'aria nel corpo e questo mi provocava le forti fitte. Non capii esattamente cosa intendesse dire, semplicemente, mi fidai, le chiesi a che ora apriva la banca, bevvi velocemente il the´ ancora bollente e mi distesi sul letto scomodo. Trovata una posizione nella quale le fitte si facevano sopportabili, chiusi gli occhi, abbandonai l'idea dell'ospedale e crollai in un sonno profondo. Al mio risveglio, dopo circa 5 ore, stavo decisamente meglio. Il dolore non se ne era completamente andato, ancora adesso lo percepisco, pero´ potevo camminare e muovere il braccio ed il tutto era tollerabile.
Dopo aver ricevuto il primo :" Mi dispiace ma non possiamo farci niente.", tornai una seconda volta in banca, piu´ deciso ed arrabbiato, ma non ottenni alcun risultato. Sia le impiegate, che il direttore, che tutti i telefonisti del numero verde di "assistenza in caso di furto o perdita della carta", che chiamai per ben 3 volte, mi dissero che una volta "mangiata", la carta veniva automaticamente smagnetizzata, per una questione di sicurezza e che non si sarebbe mai piu´ potuta utilizzare. Per una miglior garanzia avrei dovuto far bloccare immediatamente la carta dall'Italia e per migliorare il mio stato d'animo, solo farmene una ragione.
Nel pomeriggio, provai ad andare a vedere il mare, ma riuscii a vedere solo grossi barconi attraccati ad un porto lontano, senza l'ombra di una spiaggia e senza scrutare una sola goccia d'acqua. Oltre ad avermi consigliato il ristorante dove cenare, il figlio della proprietaria mi diede informazioni utili per raggiungere Puerto Escondido, consigliandomi vivamente di fare, prima, tappa ad Huatulco e poi a Puerto Angel, due note localita´ balneari, piu´ tranquille ed incontaminate della prima, dove, peraltro, si sono appena conclusi i campionati mondiali di surf. Gli feci capire che non volevo passare un solo minuto in piu´ in quella citta´ e che ero pentito di aver pagato 2 notti. Accetto´ di restituirmi la meta´ dei soldi e cosi´, la mattina seguente, prima delle 8.00, partii per Huatulco, speranzoso che lì, forse, avrei visto il il mare per davvero!
venerdì 20 novembre 2009
16.11.2009 San Pedro (Lago de Atlitan) 1
Questo fine settimana è stato molto movimentato: tanta gente nuova, tante conoscenze, tante feste. Mi piace la sensazione che si prova entrando da solo in un locale, in un posto quasi sconosciuto, ed essere salutato da tante persone.
Sono contento perchè mi sono integrato molto bene con la gente che vive qui, sia con i nativi che con i viaggiatori.
I "viaggiatori" esistono davvero e sono tantissimi!
San Pedro è una tappa quasi obbligatoria per questo grande gruppo che si muove, nel mondo, in modo disorganizzato. Per la prima volta nella vita mi sento, davvero, parte di un gruppo di persone che condividono la mia stessa passione. Viaggiare è uno stile di vita, un modo di essere. La differenza dalle altre associazioni o gruppi di persone è che non ci sono regole! Ognuno lo fa a modo suo, con il suo stile, le sue possibilità, lo fa come vuole o come può. C'è chi è in viaggio da 10-15anni, chi solo da due mesi, come me.
La maggior parte viaggia da solo, altri in gruppi di 4 o 5 persone che si sono formati proprio durante il viaggio. C'è chi viaggia lavorando, per alcuni periodi, come dipendente; chi gestisce bar/ristoranti dislocati sul "cammino del suo viaggio"; c'è chi vende oggetti di artigianato, chi suona per strada o nei locali, chi fa il giocoliere, chi vende droga, chi non fa nulla fino a quando non ha finito tutti i soldi.
Non c'è una divisa, non c'è un distintivo od un simbolo particolare per distinguerli; solo una cosa li accomuna: lo zaino.
Possono essere rasta, punk, tatuati, classici, sportivi, gitani, ricchi, poveri, bianchi, neri, orientali........tutti hanno lo zaino!
Ho conosciuto gante che proviene da ogni parte del mondo, gente che è già stata, in ogni parte del mondo e, finalmente, alla fatidica domanda che tutti ti pongono dopo pochi minuti di conversazione:"..Quand'è che tornerai a casa?", anch'io posso rispondere:"Non ne ho la più pallida idea!" guadagnando un brindisi ed un sorriso dal mio interlocutore.
L'unico gruppo che, forse, è un po' emarginato, è quello dei famosi "GRINGOS": gli statunitensi. Viaggiano sempre in gruppo ed è per questo che, spesso, rimangono un po' in disparte, divertendosi tra loro; la verità è anche che sono molti e i più sono semplicemente in vacanza.
Sono felice di sentirmi parte di qualcosa, di un gruppo così grande di persone che viaggia avanti e indietro alla scoperta di luoghi , persone e culture differenti. Sono uno di loro, almeno in questo momento della mia vita e, questa cosa, mi fa sentire bene.
Qui, a San Pedro, ho trovato pace, divertimento, amici, feste, ragazze e molto altro.
La cosa più importante di tutte e dalla quale sto facendo molta fatica a staccarmi è la famigllia di Fredy, il ragazzo che mi presentò Jan Luk. Fredy è più basso di me, ha la pelle color noce ed i capelli corti e sottili, scuri come le sue pupille. Ha, da poco, passato i trent'anni; è un ragazzo pieno di vita e di progetti, un ragazzo dal cuore grande e dal sorriso contagioso. Oltre a lui , la sua famiglia è composta dalla moglie, Sonia, la figlia maggiore Flory e la piccola Berta. Con loro vivono anche Otto, uno dei 9 fratelli di Fredy, che sta attraversando un periodo difficile, dopo la separazione dalla moglie e Claudia, una ragazza cha non ha nessuno con cui stare. In cambio di vitto ed alloggio, si occupa delle bambine, dà una mano nelle faccende di casa ed aiuta, la sera, nella Pupuseria.
La Pupuseria à la piccola attività di Sonia e Fredy. Per svolgere il loro lavoro hanno affittato un piccolo spazio di terra, vicino al molo dove, utilizzando travi in legno, Alfredo (Fredy) ha costruito una casetta dove sua moglie cucina le famose Pupuse. Una pupusa è, semplicemente, una specie di tortilia ripiena di massa di fagioli neri o churiso (pelle di maiale) e formaggio, cotta alla piastra. I clienti possono guarnire il piatto con lattuga bianca tritata, salsa di pomodoro ed una giardiniera di verdure
con peperoncini interi, per renderla un po' piccante. E' un piatto che sazia, economico e delizioso.
Tutto è cominciato quando Fredy mi ha invitato a vedere un film a casa sua e, poco dopo mi sono sentito dire: "Questa è casa tua, Matteo, puoi venire quando vuoi, sei
il benvenuto..cosa fai domani, per pranzo?" Da quel giorno, ho, praticamente, pranzato, tutti i giorni, a casa loro.
La casa casa è su due piani: sotto ci sono due stanze. In una: un piccolo armadio con uno specchio, un letto matrimoniale dove dormono Claudia, Berta e Flory. Otto dorme nella stessa stanza, sistemato su di un materesso di gomma-piuma con qualche coperta, per terra, vicino al muro. Nella stanza comunicante, sulla destra c'è un grande lavabo in pietra dove si lavano piatti e vestiti. Le scale ripide con i gradini sui quali ci sta solo la punta del piede, portano al piano superiore.
Un piano-gas, un frigo ed un mobiletto per le stoviglie compongono la piccola cucina e, una porta bianca, l'unica della casa oltre quella dell'entrata la separa dalla camera da letto di Sonia ed Alfredo. La camera è molto piccola, il letto matrimoniale è comodo e spazioso ed è posizionato in un angolo, lungo la parete che arriva fino alla porta d'entrata. Sulla parete opposta, sotto due ristampe di quadri d'art moderna, c'è un televisore a 27 pollici, un vecchio lettore dvd ed alcune cianfrusaglie. Fuori c'è un'ampia terrazza usata come cantina/ripostiglio. Da una parte sono ammassate travi di legno, avenzate dalla costruzione del piano superiore della casa.
martedì 10 novembre 2009
09.11.09 San Marcos ( lago de Atlitan ) 2
Per cena, optai per il mio solito ristorante dove, in queste sere di malattia, sono stato accudito dalle zuppe di verdure di Maria e dai suoi the` preparati con foglie di melo. A farmi compagnia, durante i pasti, c'era sua figlia Rosa. Il ristorante si trova in fondo alla salita della strada che dal mio hotel arriva fino in centro; una grande scritta: ¨PACHA MAMA¨, dipinta sul muro di una casa in un rosso sbiadito, ne indica l'entrata. E' molto diverso da quelli turistici vicini al porticciolo o lungo quella che Janluc chiamava ¨la calle de los gringos¨ perche` popolata quasi solo da statunitensi.Il ristorante Pacha Mama, da` la sensazione di trovarsi a mangiare a casa di uno dei tanti personaggi che camminano per le srade di San Pedro. Suddiviso in tre ¨sale¨, ovvero piccoli spazi in cemento con in mezzo tavolini in legno e sedie di plastica, ricorda molto quelle vecchie osterie, come quelle dove il ¨Gatto e la Volpe¨ escogitavano un piano per catturare Pinocchio, dissetandosi con grandi boccali di birra che agitavano distrattamente ed in modo grossolano nell'aria, rovesciandola ovunque, ma lasciando magicamente i bicchieri sempre colmi. Ho impressa, nella mente, quella scena del film della Disney, fin da bambino che, non so come, riusci` a trasmettermi la passione per tutti i locali dall'aspetto rustico, siano essi bar, hotel, locande, ristoranti...
Una delle sale si trova in cima alle pericolanti scalette in legno ed offre una ottima vista sul lago. Dato il mio migliore stato di salute, ordinai il pollo alla piastra, accompagnato dalla salsa di guacamole, patatine fritte e riso in bianco, e bevvi una limonata per disinfettare la gola. Nell'attesa che Maria mi preparasse la cena, sua figlia Rosa, di 9 anni, venne a sedersi al mio tavolo e l'aiutai a scrivere una lettera indirizzata a me, dove lei mi chiedeva se ero guarito, mi cantava una canzone ed anticipava gli auguri di Natale con disegni sul retro del foglio. Fu molto carina nei miei confronti, la riscrisse per ben due volte per consegnarmela con la migliore ortografia. Quando me la cosegno` , mi sorrise assotigliando i piccoli occhi a mandorla ed alzando le braccia per abbracciarmi. Non mi aspettavo un gesto cosi` affettuoso, mi chinai e le porsi una guancia. Lei stringendomi forte al collo, mi diede un bacio e riusci` a donarmi un momento di gioia e di affetto che mi riempì il cuore.
Stanco della lunga giornata, dopo una passeggiata nelle viuzze deserte e poco illuminate del paese, mi diressi verso casa. Fui attirato dalle grida di una piccola tifoseria e dai fischi di un arbitro. Nel piazzale dietro al mio hotel, si stava svolgendo un torneo di calcio a 5 su di un campetto di cemento. Il pubblico sedeva intorno al campo o sulle gradinate improvvisate ed applaudiva ed esultava ad ogni gol. Assistii a due partite di calcetto a livello amatoriale, molto infuocate ma allo stesso tempo, molto corrette. Gli arbitri erano due, indossavano delle divise che li definivano essere Federali e mostravano una certa esperienza. Credo che fosse addirittura vietato dire parolacce sul campo da gioco, perche` non ne sentii dire nemmeno una, per lo meno in spagnolo, ma solo qualche innocua imprecazione.
I giocatori si davano indicazioni tattiche alternando indifferentemente lo spagnolo e la loro lingua maya, ¨TZ'UTUJIL¨, che in questa zona, continua ad essere tramandata in tutte le famiglie . Al torneo partecipava anche David, il ragazzo che possiede l'internet-point vicino a casa mia, con il quale ho gia` stretto amicizia. La sua squadra, che indossava la divisa del Barcellona, perse 6 a 4, a causa di un disastroso primo tempo dell'inesperto e buffo portiere. Ma la cosa che mi diverti` piu` di tutte, non fu tanto vedere le partite o le eroiche gesta del portiere che si rotolava a terra cercando di afferrare il pallone con un paio di guanti di almeno tre taglie piu` grandi, ma furono invece gli intervalli fra un tempo e l'altro e tra le due partite a rivelarsi interessanti. Appena l'arbitro decretava con un fischio i minuti di riposo per le due squadre praticamente, tutto il pubblico eccetto le donne e gli anziani, si precipitavano in campo dando vita al caos piu` totale: una massa di persone, con una trentina di palloni, giocavano singole partite di calcio, basket, pallavolo ed altri sports ancora sconosciuti in Europa, nella completa confusione. I palloni volavano senza una meta precisa ed i giocatori li seguivano correndo, spesso scontrandosi tra loro o ricevendoli sul naso. Io ridevo sotto i baffi nel vedere quel formicaio impazzito che si disperdeva in pochi secondi al segnale del fischio che segnalava l'inizio dell'incontro.
Mentre scrivo queste righe, sono stato interrotto da Terry, una signora dai lunghi capelli ricci color bianco perla, che urlava il mio nome alle mie spalle. Mi sono chiesto come potesse saperlo e perche` lo stesse gridando rivolta verso il lago. Finche` non e` spuntato da dietro un albero un ragazzo di circa la mia eta`. Io non sapevo di trovarmi seduto in riva al lago all'interno della proprieta` della signora americana, dove un mio ononimo, stava tagliando le erbacce con un grande macete. Ho approfittato dell'occasione per fare la sua conoscenza. Abbiamo commentato a lungo lo stato di inquinamento delle acque del lago che ormai hanno assunto un colore marrone. E` l'argomento sulla bocca di tutti nelle ultime due settimane. Sembra che di punto in bianco, il lago abbia deciso di non volere piu` di tutta la ¨merda¨ gettata irresponsabilmente dagli abitanti dei villaggi, e la stia risputando fuori, portandola in superficie. Molte persone, in questo momento, nei laboratori del Guatemala e degli Stati Uniti stanno analizzando l'origine e la composizione di questo batterio, valutandone la pericolosita` ed ipotizzando strategie per eliminarlo.
Terry mi ha detto di possedere uno dei tanti piccoli hotel immersi nel bosco in riva al lago qui, a San Marcos, e di non vivere molto lontano da lì. Mi ha chiesto se avrebbe potuto interessarmi vedere una camera, che di solito dava per 100 qtz a notte, ma che avrebbe potuto darmi per 80. Accettai l'invito, per semplice curiosita` e ne valse la pena. Le camere sono spaziose, provviste anche di soppalco, con grandi letti matrimoniali ed accoglienti bagni. Totalmente diverse dalla mia semplice camera a San Pedro. L'ambiente e` molto tranquillo e rilassante, completamente immerso nella natura. Mi ha poi accompagnato a vedere casa sua ed e` stato per quello che ne e` valsa la pena! Un piccolo sentiero tra le piante di caffe` ci ha condotto in un vasto giardino di fiori e piante circondato dal bosco. La sua casa è disposta su tre piani, è costruita, interamente, in legno tra due grandi alberi. Come una palafitta a 10 metri di altezza è perfettamente mimetizzata con l'ambiente circostante, sembra la casa di qualche personaggio del film ¨Il Signore degli anelli¨. Ho fatto qualche foto, l'ho ringraziata per la sua infinita gentilezza e, chissa`, forse un giorno tornero` a trovarla. Quello che posso fare, e` sicuramente consigliare a chi cerca un po' di pace e tranquillita`, di venire qui a San Marco, il villaggio dei centri di meditazione, massaggi e yoga. Consiglio anche di fare la conoscenza di Terry e di dormire qualche notte nel suo hotel che non poteva possedere un nome piu` appropriato : "IL BOSCO INCANTATO".
lunedì 9 novembre 2009
09.11.09 San Marcos ( lago de Atlitan ) 1
Ieri mi svegliai presto e mi accorsi subito che la temperatura del mio corpo si era abbassata notevolmente. Dopo la colazione in camera a base dei soliti biscotti al cioccolato e succo di frutta confezionato mi ricordai che era domenica, il giorno del grande mercato a Chichicastenango detta, dai locali, semplicemente Chichi (che si pronuncia CICI). Diedi una ripulita alla stanza e sbattei le lenzuola e le coperte fuori sulla terrazza, per scacciare i microbi che mi facevano compagnia da quasi una settimana. Mi feci una lunga doccia calda, la barba e misi a lavare tutti i vestiti che avevo indossato nei giorni di convalescenza e che non ero mai riuscito a togliermi di dosso per il freddo.
Arrivato alla piazza centrale della chiesa, sembravo un altro uomo, rispetto a quel barbuto ragazzo in tuta da ginnastica, con il cappuccio in testa, che qualche giorno prima vagava barcollando in cerca di una farmacia, con il viso bianco come il fazzoletto che portava nella mano. In attesa del pulmann diretto alla capitale, che mi avrebbe lasciato nel famoso incrocio chiamato ¨Los Encuentros¨, approfittai per farmi un giro nel piccolo mercato del paese ed andarmi a bere una spremuta d'arancia, vera, nel piccolo banchetto della mia amica Brenda. Con la pelle scura coperta dai vestiti tradizionali, i capelli lunghi e neri, un sorriso che le scopre i denti dorati, ogni volta che mi vede, mi corre incontro gridando:¨Jugo de naranja! Jugo de naranja! Tres Quetzal! Amigo!¨. In questo modo, batte sul tempo le altre due pigre signore, che siedono comodamente dietro i loro banchetti, limitandosi ad invitare i clienti con grida e gesti. Dopo il mio cenno di assenso con il capo, Brenda, torna sui suoi passi, correndo, posiziona uno sgabello sul ciglio della strada, per farmi accomodare ed inizia, ad indaffararsi per preparare il succo il piu` velocemente possibile, come se una fila di persone stesse attendendo impaziente dietro di me. In realta`, non c'e` mai nessuno. Mi serve il succo in grandi bicchieri di vetro, simili a coppe per il gelato, oppure in sacchetti di plastica trasparenti con una cannuccia, nel caso lo voglia portare via.
Non avevo calcolato bene le distanze e non mi aspettavo che, per arrivare fino al Los Encuentros, avrebbero potuto volerci ben due ore di viaggio. Si deve risalire la montagna fino a Santa Clara e discenderla sul versante opposto fino a Santa Lucia Utatlan.
Los Encuentros, e` un incrocio di 4 strade statali principali, da dove e` possibile cambiare bus e dirigersi in tutti e 4 i punti cardinali del paese. Si puo` andare a sud, verso Panajachel, sul Lago di Atlitan, a ovest, verso la capitale, a nord verso Chichicastenango o ad est, verso Quetzaltenango ed il confine con il Mexico. Gli autobus arrivano a tutta velocita` , da tutte le direzioni. Suonano i clacsons simili a trombe da stadio e fanno fischiare i freni con suoni assordanti. Nella nube di polvere, alzata nella grande piazzola situata proprio al centro dell'incrocio, mezza dozzina di uomini si affannano correndo da una sponda all'altra della strada, rischiando, spesso, anche la vita per annunciare l'arrivo dei bolidi e le loro destinazioni, invitando la gente a salire ed aiutando i bigliettai a caricare e scaricare i bagagli piu` pesanti ed ingombranti sui tetti, ricevendo da quest'ultimi piccole mance.
Montai su di un microbus diretto a Chichi e pagai 10 qtz, pur vedendo che gli altri passeggeri ne pagavano solo 5. Anche i 20 pagati per arrivare fino a lì mi erano sembrati un po` troppi rispetto alle normali tariffe. Per me, non era tanto una questione di soldi, o di riuscire a risparmiare 1 euro, ma di principio per il quale, un viaggiatore non deve accettare di essere trattato come un qualsiasi altro turista, a meno che non voglia fare presto ritorno a casa perchè ha finito tutti i soldi.
Occupai il sedicesimo ed ultimo posto libero nel minibus ed, effetivamente, sì, ero il solo ed unico turista del veicolo e ciò era molto evidente. A parte l'uomo seduto al mio fianco nell'ultima fila, le altre erano tutte donne. Molte di loro anziane, con i capelli grigi raccolti in lughe code, profonde rughe che segnavano i visi scuri e scavati. Indossavano, tutte, gli abiti tradizionali: le grandi maglie in cotone erano molto simili tra loro ed i colori predominanti, il blu ed il viola, spiccavano tra gli altri che disegnavano fiori ed origami sulle morbide stoffe. In realta`, visto da vicino, ognuno di essi era unico, caratterizzato da un'infinita` di piccoli particolari.
Le piu` giovani di loro erano avvolte da ampi scialli legati a tracolla all'altezza delle spalle, dai quali sporgevano le piccole teste dei bambini, che sbattevano le graziose e minute mani sulle schiene delle loro madri. Quelle donne profumavano di mais e di brace appena spenta. Mi sentivo un po' osservato, ma da sguardi curiosi e per nulla prepotenti. Il co-autista rimase in piedi appoggiato al portellone scorrevole e dopo pochi minuti, c'era un'altra fermata e scendeva per far salire altre persone. Bambini compresi, arrivai a contare fino a 27 persone in un minibus con 16 posti a sedere, compreso quello dell'autista.
Devo controllare i miei diari del Brasile, ma forse qua, hanno battuto anche quel record. L'aiutante dell'autista, che gia` era diventato un tutt'uno con il portellone alle sue spalle, ad un certo punto scomparve dalla mia vista, pur essendomi molto vicino; la portiera rimase aperta, ed in quel modo arrivammo fino a Chichicastenango, con lui appeso chissa` dove.
Dalla cima della gradinata della chiesa di San Tomas, che domina la piazza, si puo` vedere l'enorme letto di teloni bianchi distesi in tutte le direzioni per le viuzze della citta`, come cuciti l'un l'altro, da un sottile filo invisibile.
Si respira profumo di incenso, che uomini anziani espandono nell'aria dondolando fumanti latte in alluminio e recitando, a voce bassa e con gli occhi chiusi, interminabili preghiere. Sotto quelle lunghe strisce biancastre delle quali non si riesce a vedere la fine, si nasconde il grande mercato di Chichicastenango, tra i piu` ricchi, colorati, animati e famosi di tutto il Guatemala. A renderlo meno caratteristico ed affacinante, è la massa di turisti, armati di macchine fotografiche, videocamere, cappellini da baseball ed occhiali da sole, che si aggirano con espressioni al contempo affascinate e perse in tutto quel tranbusto. Dopo lunghe camminate tra le bancarelle che circondano il centro del mercato, decisi di addentrarmi nella zona dalla quale provenivano aromi di tortillias e carne alla brace. Man mano che mi avvicinavo al fulcro del mercato, le macchine digitali diminuivano, i teloni sulla mia testa erano sempre piu` bassi, gli odori piu` intensi e l'aria, in certi tratti, si faceva quasi irrespirabile.
Una cappa di fumo e calore, aleggiava dove le bancarelle non vendevano piu` il solito artigianato, ma dove c'erano, seduti sulle lunghe panche in legno al lato delle tavolate, quelli del posto: venditori ambulanti, viandanti, intere famiglie con bambini, mangiavano piatti tipici cucinati sul momento.
In cerca di aria fresca finii, senza volerlo, all'interno di un grande edificio dove mi trovai ad essere l'unico, semplice visitatore. Salii al piano di sopra per riuscire a vedere il grande cortile al centro del palazzo in tutta la sua estensione. Era affollato, forse piu` del mercato all'esterno, e si vendeva solo frutta e verdura. Tutte quelle donne, simili tra loro, come quelle del pulmino, fluivano lentamente tra un banco e l'altro scegliendo con cura ed attenzione il miglior cesto di banane o i pomodori piu` succosi.
Mi comprai un semplice braccialetto di stoffa come ricordo di quella giornata, ma se avessi ascoltato la volonta` sarei tornato a casa con uno zaino pieno di quelle fantastiche, a volte anche inquietanti, maschere maya, costruite in legno e dipinte a mano.
Arrivato con un bus al Los Enquentros, rimasi seduto per piu` di mezz'ora sulla ruota di un camion appoggiata in terra nei cento metri quadrati con l'inquinamento acustico ed atmosferico piu` alti del paese. Per rendere l'attesa del bus piu` piacevole e distrarmi da quella confusione, comprai un quotidiano e conobbi Diego, un ragazzo francese, lui era diretto a San Juan, il paesino attaccato a San Pedro.
Era in compagnia di una donna guatemalteca che indossava abiti tipici ed i due figli di lei. Diego, gentilmente, mi offri` dei biscotti e mi rassicuro` che prima o poi il bus sarebbe arrivato dalla capitale. Questa volta, in sua compagnia e ricevendo un'occhiataccia dal co-autista, pagai 15 qtz, quindi il viaggio di ritorno mi costo` 20 qtz al posto di 30.