ITINERARIO

ITINERARIO

Il mio viaggio

37 giorni, 1 ora, 9 minuti e 51 secondi....... Adesso è questo il mio calendario, non esistono più giorni della settimana, non esiste giorno e notte, niente pranzo e cena. Solo il tempo.
Se ne va veloce, corre senza voltarsi indietro, non mi lascia riposare, non mi aspetta, nemmeno se lo imploro. Pensavo di averne ancora molto, pensavo di poter sbrigare tutto con calma. Mi sbagliavo, tutto di un tratto il cuore mi batte forte, i pensieri si accavallano,l e emozioni rimbalzano dentro di me come una pallina in un flipper.
Manca poco più di in mese, poi , finalmente, partirò! Volo BA 2545 06 settembre 2009,ore 07.30 Roma FiumicinoLondon Gatwick
Volo BA 2157 06 settembre 2009,ore 10.40 London Gattwick – Antigua
Volo AA 5053 17 settembre 2009,ore 07.16 Antigua – San Juan
Volo AA 0973 17 settembre 2009,ore 13.25 San JuanMiami Intl
Volo AA 2125 17 settembre 2009,ore 21.25 Miami intl – Guatemala City.
Questo è il mio itinerario per arrivare in Guatemala.

Lo so, è un po' lungo e se lo leggo mi viene da ridere. Ripenso al quel giorno, 26 marzo 2009. La settimana prima mi ero messo in contatto con la scuola di spagnolo ad Antigua, in Guatemala, per avere informazioni e mi ero fatto fare un po' di preventivi per il biglietto aereo. Navigavo su internet guardando foto del centro America , leggevo racconti di viaggio e mandavo qualche email alle agenzie. Stavo sognando, sognando ad occhi aperti. Mi stavo organizzando ma ancora non c'era niente di sicuro; nemmeno io ero sicuro. Mi alzo alle 9.00, sono solo in casa e sembra essere un giovedì come tanti altri. Ormai è da molto tempo che penso a questo viaggio, ne ho parlato con qualcuno, per avere delle opinioni a riguardo, ma sembra che nessuno capisca davvero il vero motivo e l'importanza del mio progetto. Preparo un tè e mentre aspetto che si raffreddi faccio una doccia. Mi sento bene,passo quasi 10 minuti sotto l'acqua e mi rilasso. Martin Jondo è in salotto che suona per me 'Jah Gringo' (http://www.youtube.com/watch?v=j25kZ4dskys&feature=related) e mi vengono in mente tanti ricordi. Ricordo l'estate passata, i miei viaggi a Madrid, Valencia, FuerteVentura, Barcellona, New York . Così comincio a guardare le foto che non vedevo da tanto tempo.

Sono dell'idea che questa storia del digitale abbia un po' rovinato il piacere di guardare le foto,perché se ne fanno troppe si lasciano sul pc e non si guardano mai. A me piacciono gli album, da poter sfogliare, da far vedere agli amici quando vengono a casa, dove ci sono quelle migliori ma anche quelle venute un po' male che però dispiace buttare via. Il cd va avanti ed io mi perdo nelle immagini delle spiagge, del mare, del cielo, dei palazzi.....penso a quanto stavo bene quando ero là e a come riuscivo ad essere me stesso, mi sentivo libero.

Così, d'un tratto, scatta qualcosa dentro di me, non penso più, mi lascio andare, mi vesto, prendo le chiavi dello scooter e mi precipito in banca. Prelevo i soldi necessari, vado a San Giovanni in agenzia, entro e dico che voglio fare un biglietto per Antigua! Lo voglio aperto 6 mesi e pago una tassa per poterlo prolungare fino ad un anno.
Avevo aspettato per tanto tempo quel giorno, avevo passato intere serate a chiedermi quando sarebbe arrivato il momento giusto per farlo............poi............. mi sono reso conto che il momento giusto per fare qualcosa di importante per noi stessi siamo noi a crearcelo, siamo noi a volerlo. Se aspettiamo che siano le persone, le situazioni, i soldi, il lavoro, tutti i fattori che ci circondano a plasmare il momento appropriato per realizzare i nostri sogni, non ci riusciremo mai.

Pago,ringrazio ed esco.

Stringendo forte con la mano la busta di plastica arancione con dentro il foglio che mi avrebbe cambiato la vita, passo attraverso la gente e penso che nessuno sa quello che ho appena fatto. Il cuore va a mille km all'ora e le gambe a duemila. Monto sullo scooter e parto, la strada di ritorno mi sembra infinita, vorrei che non cessasse mai qual momento, in mezzo alla statale comincio a gridare, come un ragazzino sulle montagne russe, nessuno può sentirmi, nessuno se ne accorge, quell' istante è solo mio, e io grido, grido più forte che posso. Mi lacrimano gli occhi dalla gioia. Non ho pensato se fosse giusto o sbagliato, se costasse troppo o troppo poco, non ho pensato come avrei fatto con il lavoro, con mia sorella, con la casa, con la macchina e tutto il resto. L'unica cosa alla quale ho pensato è che io lo volevo davvero!


Il giorno seguente comunico a mia sorella Giorgia la mia decisione e lei si dimostra entusiasta per me. Sa che quello che sto per fare è la realizzazione di un sogno, di una passione che va al di là di tutto il resto. Tra di noi c'è un rapporto molto forte e percepisco in lei anche un po' di tristezza perché si rende conto che non ci vedremo più per molto tempo. Mi metto subito in contatto con la scuola in Guatemala ed informo Sarita, colei che si occupa della gestione dei corsi di spagnolo, che il mio giorno di arrivo è il 6 di settembre. Scelgo di alloggiare in una famiglia perché credo che sia il modo migliore per potersi integrare pienamente con la cultura e le usanze del posto, la informo che frequenterò la scuola per un mese e poi partirò per visitare il centro America.
Trascorro una settimana a fantasticare su tutto quello che farò e che vedrò, mentre aspetto con ansia che torni mio fratello Simone dal Messico per poterlo dire anche a lui. Tutti i giorni controllo la mia email aspettando una risposta da Sarita. Finalmente arriva! Ricevo una email dove viene ben descritto tutto quello che è compreso nella quota (molto più conveniente rispetto ad altre associazioni simili) che dovrò pagare una volta arrivato in Guatemala.
"Encluidos: Trasporto dall'aeroporto di città del Guatemala ad Antigua il giorno 6 september (hora 14.00)Corso di lingua spagnola 5 giorni a settimana (lunedì-venerdì) - 4 settimane - fino al 3 de octubre 2009alloggio 4 settimane in famiglia con pensione completaAssistenza da parte dell'agenzia di Walter per ogni cosa tu abbia bisogno . Ritorno in areoporto il 3 ottobre (o seguenti)Per ora ti viene chiesto un anticipo del 10%.Se ti va bene il preventivo ti mando il voucher di prenotazione.Le famiglie che utilizziamo sono tutte nel centro di Antigua. Ottima scelta quella di soggiornare presso di loro, si aiuta la popolazione locale e si capisce come è la vita in centro america. Bravo!!! "
La leggo un paio di volte, poi vado a prendere il mio biglietto nel cassetto del comodino in camera da letto, lo apro e li mi sorge un enorme dubbio!!! Se io ho in mano un biglietto per Antigua, a cosa mi serve il trasporto dall'aeroporto di città del Guatemala ad Antigua? In quel momento mi si gela il sangue nelle vene, gocce di sudore cominciano a scendermi sulla fronte. Vado su google, scrivo : Antigua Guatemala aeroporto. Cosa scopro? Che ad Antigua in Guatemala non c'è nessun aeroporto!!!! No, non ci posso credere! Ma allora ho fatto il biglietto sbagliato! Impossibile! Ma per dove ho fatto il biglietto allora? Dove atterrerò?

Scrivo Antigua su google ed eccomi qua, http://www.google.it/search?hl=it&q=antigua+&meta= una piccola isola dei Caraibi della quale io non ero a conoscenza nemmeno dell'esistenza. Incredibile!
Mi fiondo in agenzia per avere spiegazioni, mi dicono che loro non possono più fare niente per me, la compagnia aerea, se annullassi il biglietto, mi rimborserebbe solo una piccola parte dell'importo e farne un altro diretto da Roma a Guatemala City costerebbe molto di più. Torno a casa, racconto tutto a mia sorella e comincio a pensare a come il non sapere le cose nella vita, a volte ti possa danneggiare. Il mattino seguente trovo un biglietto sul tavolo della cucina,era di mia sorella:

" buon giorno, lo so che è dura alzarsi alle 5 del mattino per andare a lavorare, ma pensa che tra un anno a quest'ora sarai dall'altra parte del mondo...chissà dove, chissà con chi! Anche se c'è stato quest'intoppo del biglietto vedrai che il tuo sogno andrà avanti, basta essere determinati, e tu lo sei! Sei forte! Ti voglio tanto bene e non smetterò mai di dirtelo, sei il mio fratellino speciale e non so come farei se non ti avessi vicino! Intendo nel cuore, con i sentimenti. Non ha importanza la distanza fisica,se c'è di mezzo il bene che ci vogliamo! Buon lavoro. Un bacio. Giorgia."

Questo messaggio mi ha dato molta forza, mi ha fatto pensare che se ho sbagliato, devo pagarne le conseguenze e quindi devo andare ai Caraibi! Ho cominciato a contattare persone di Antigua-Barbuda nella speranza di trovare una sistemazione ad un prezzo accessibile. L'isola è carissima e non esistono ostelli o pensioni. Con un po' di fortuna ho trovato un resort vicino al mare a 45 $ a notte dove alloggerò per 10 giorni. Ho fatto il biglietto per il 17 settembre da Antigua a Guatemala City e la somma dei due biglietti è risultata uguale all'importo di un biglietto diretto dall'Italia per il Guatemala. Ho comunicato l'inconveniente a Sarita, senza entrare nei dettagli, per non fare brutta figura e lei mi ha risposto che non c'erano problemi,avrebbe rimandato tutto di 10 giorni.
Così ho preso questa vicenda con filosofia ed ottimismo, forse era destino.

Poi....... in fin dei conti........ si sta parlando di andare 10 giorni in un'isola dei Caraibi, non è poi così male.....


E' per questo motivo che ho cominciato a prendere lezioni private di inglese, per riuscire a cavarmela in quei 10 giorni. A proposito, si è fatto davvero tardi, sono le 2.35 del mattino ed io alle 10 ho lezione, è meglio che vada a dormire.

lunedì 30 novembre 2009

23.11.09 Tapachula - Mexico

Sono le 20.30, mi trovo nella sala d'aspetto della stazione degli autobus di Tapachula, la prima citta` dopo la frontiera piu` a sud del Mexico, in Guatemala. Sono partito alle 5.00 di questa mattina da San Pedro, dopo una notte insonne. A Mazatenango ci sono arrivato per miracolo, sono stato tentato piu` volte di scendere dall'autobus, a causa della guida, non solo spericolata, ma da vero ¨deficiente¨ del giovane autista. Sorpassava macchine, camions, moto, che procedevano incolonnati lentamente a causa dell'intenso traffico. Il suo aiutante, quando ormai eravamo vicini ad uno scontro frontale inevitabile, si sporgeva dalla portiera anteriore e, fischiando e gesticolando con la mano faceva in modo che i mezzi alla nostra destra rallentassero per lasciarci lo spazio necessario per rientrare nella corsia. Avrei anche potuto capire, ma non giustificare, quella guida assurda, se fosse servita per risparmiare tempo prezioso per qualcosa di urgente ma non era così. La cosa che mi ha fatto più arrabbiare ed inorridire è che, dopo aver messo a repentaglio l'incolumita` di tutti i passeggeri per guadagnare qualche centinaio di metri, bastava che una sola persona, sul ciglio della strada, facesse un gesto, perche` il bus si fermasse per farla salire, perdendo cosi` tutto il vantaggio accumulato e dovendo quindi ricominciare la pazza corsa.

Alla caotica e sporca stazione di Mazatenango, in un grande piazzale, sono salito su di un bus diretto alla frontiera. Non aveva un bell'aspetto, ma il fatto che fosse mezzo vuoto mi ha permesso di trovare una sistemazione comoda occupando due sedili. Ero riuscito quasi a prendere sonno, quando ci siamo fermati ad una stazione di servizio. Avevo la musica nelle orecchie, e solo vedendo dopo una decina di minuti, tutti i passeggeri intenti a prendere le proprie cose e scendere, mi resi conto che c'era qualcosa che non andava. Il bus aveva un problema meccanico e ci fecero salire tutti su di un minibus che aveva la meta` esatta dei posti a sedere. Scendendo per ultimo e dovendo recuperare il mio zaino nel portabagagli, quando mi presentai davanti alla porta del minibus con il motore gia` acceso, non solo non c'era piu` posto a sedere, ma non sapevo davvero come fare a salire perche` una signora in piedi mi sbarrava l'entrata. Solo dopo ripetuti incitamenti da parte del nuovo autista, la donna dalla corporatura robusta, si mosse schiacciando il suo fondoschiena sulla faccia del ragazzo seduto al suo fianco ed io, a fatica e con lo zaino in braccio, riuscii a farmi largo. Per fortuna, l'agonia di stare seduto con le anche schiacciate tra due grossi uomini che mi alitavano sul collo ad ogni respiro e di dover scendere ad ogni fermata con lo zaino in mano, durò solo mezz'ora poi, il minibus cominciò a svuotarsi lentamente.
Ho avuto la fortuna di conoscere Lucas, anch'egli diretto a Tapachula, che mi ha accompagnato fino alla frontiera dandomi molte informazioni utili. Abbiamo attraversato a piedi tutto il paese di Tecún Umán, cambiato alcuni Quetzal in Pesos da un uomo seduto su di una sedia in plastica sul marciapiede fuori da un negozio e raggiunto la guardiola che delimita la fine del territorio guatemalteco.
Essendo provvisto di passaporto, ho dovuto entrare in un ufficio diverso da quello del mio nuovo amico, per farmelo timbrare, e lì, ci siamo persi.
Ho rinunciato ai numerosi inviti dei tuc-tuc a pedali, deciso di percorrere a piedi, sotto il sole cocente, i 500 m di ponte per entrare in Mexico. Dopo una breve registrazione in un'altra guardiola, in territorio mexicano, dove ho ricevuto un visto turistico valido 6 mesi, sono finalmente arrivato!
Quella e` stata la prima volta nella mia vita che ho messo piede in Mexico: ero stanco, sudato, sporco, solo. Il mio cuore batteva come un tamburo nella parata domenicale, ero emozionato, impaziente, fremevo al solo pensiero di conoscere questo stato, questa gente, questa cultura, questa musica, questo cibo. Una nuova avventura era appena iniziata!
L'itinerario che avevo in mente mi era stato bocciato da tutti i viaggiatori ai quali avevo chiesto consiglio. Tutti mi dicevano che per arrivare a Puerto Escondido era necessario passare da San Cristobal de Las Casas, Tuxtla Gutierrez ed infine Oxaca, da dove avrei potuto scendere verso la costa del Pacifico. Questo, per lo meno, era l'itinerario piu` comune e seguito da tutti.
Non posseggo una guida turistica delle regioni a nord del Chiapas e dello Yucatán, e su Internet non avevo trovato informazioni utili. L'unica cosa della quale ero certo era dell'esistenza di una strada che percorre tutta la costa, dalla frontiera del Guatemala fino a quella con gli USA, ed era quella che io volevo fare. Cosi` ho semplicemente scelto la citta` di Salina Cruz come mia prima meta, ipotizzando che in una giornata di viaggio sarei riuscito a raggiungerla. Tutto ciò senza avere la piu` pallida idea di quello che mi avrebbe aspettato e di quello che avrei trovato una volta arrivato.

Ho percorso , sull'ennesimo minibus, i 37 km per arrivare fino alla stazione dei bus di prima classe di Tapachula, dove in questo momento sto scrivendo scomodamente il mio diario che tengo appoggiato alle ginocchia, con la testa china e la musica di Buddha Bar nelle orecchie, per cercare di estraniarmi dal mondo e dai rumori che mi circondano. Fatto il biglietto, ho lasciato lo zaino grande nel deposito della stazione e mi sono incamminato verso il centro della citta`, alla ricerca di qualcosa da fare per far passare le 8 ore che mi separano dalla partenza. Ammetto che il primo impatto non e` stato dei migliori: le strade sono affollate da gente e da automobili impazzite, che fanno a gara per accaparrarsi il primo posto davanti ad un semaforo rosso. Musica, clacsons, urla, frenate improvvise, tutto mescolato in modo caotico e fastidioso. Quasi quanto lo erano le notti di San Pedro, animate dalle decine di cani randagi, che comunicavano tra loro abbaiando ed ululando per ore intere, procurando a quelli come me, distesi nel letto intenti a dormire, un forte senso di irritazione ed impotenza.
Per puro caso, nella via centrale in mezzo a quella bolgia, ho rincontrato Lucas che aspettava seduto su di un gradino che lo venissero a prendere per andare a lavorare. Gli ho spiegato che ero stato trattenuto piu` del previsto alla frontiera, e che quando ero uscito, non vedendolo, avevo proseguito da solo. L'ho ringraziato per l'aiuto, augurato buona fortuna, e proseguito la mia passeggiata in quel puro caos mexicano. Dopo diversi km percorsi nelle vie che circondano la piazza centrale, con le gambe stanche, una gran sete ed un po' di capo giro, mi sono seduto su di una panchina. Avevo deciso di smettere di essere un elemento aggiuntivo di quella grande confusione, volevo provare ad uscirne, ad osserarla da fuori, senza parteciparne.
Ho cosi` capito che: i continui colpi di clacsons erano dei taxi, presenti in numero maggiore delle auto private, che cercavano di richiamare l'attenzione dei passanti; le grida erano dei bambini che giocavano in mezzo alla piazza e delle signore che vendevano cibo ai bordi delle strade; la musica arrivava da quasi tutti i negozi; quella piu` forte, di un vocalist che con un microfono faceva promozione ai nuovi prodotti, era delle farmacie.
La cosa che mi ha stupito ed affascinato di piu` sono state le donne. Ho visto ragazze e donne dai visi incantevoli, con lineamenti perfetti, delicati, candidi, che pero` esprimevano un forte calore latino. Mille, le tonalita` dei colori della loro pelle, dal mandorla al marrone chiaro, dal bianco al cioccolato. Gli occhi, leggermente truccati, lanciavano sguardi sensuali e provocanti, ma cosi` rapidi, da non lasciarti il tempo di reagire. Sfilavano come leonesse in cerca della preda in mezzo a quella savana affollata. Sono piu` belle, piu` moderne, piu` facinose e meno vestite di quelle guatemalteche, e senza cadere nella volgarita`, sanno bene come attirare l'attenzione.

Ho cenato con carne alla brace in un piccolo ed economico ristorante qui vicino ed ora e` arrivata finalmente l'ora di partire, sono le 22.35. Spero solo di riuscire a dormire nel viaggio e, finalmente, domani vedro` il mare.

giovedì 26 novembre 2009

San Pedro (Lago de Atlitan) 3

Ogni giorno pensiamo a cosa cucineremo il giorno successivo: la mattina acquistiamo ciò che ci serve e, verso le 14, pranziamo tutti insieme, come se fosse sempre domenica. Io partecipo alla spesa o, semplicemente, compro una bottiglia (da 3 litri)
di una bibita.
Il tavolino in plastica non basta per tutti e, così, qualcuno si siede sui piccoli sgabelli in legno o, addirittura, in terra. Nel disordine della terrazza, con i fili carichi di panni stesi al sole che s'intrecciano l'uno con l'altro impedendoci, spesso, di vederci in faccia, si ride, si scherza e si mangiano, sempre, piatti molto saporiti, ricchi ed abbondanti. Tutti collaborano alla preparazione del pranzo compreso io e gli ospiti dell'ultimo minuto. Quello che mi affascina di più di quell'atmosfera è la generosità che hanno nel condividere le proprie cose, anche se poche e semplici.

Avendo, ormai, acquisito una certa confidenza mi trattano come uno di loro e si comportano in modo molto naturale. Parlano in Tjuil ed io sto cominciando a capirne
qualche parola. Discutono di cose private, di famiglia, davanti a me ed a nessuno di loro sembra strano o si sente in soggezione.

Domenica, mentre tornavamo a casa sua con le pesanti borse della spesa straripanti di verdure, dissi a Fredy che ero dispiaciuto di non avere portato la macchina fotografica con me e lui mi rispose: "Non ti devi preoccupare, quello che vivrai oggi rimarrà sempre nel tuo cuore". E, così, è stato. Ho il cuore già "colmo" di immagini, sorrisi, abbracci, baci, discussioni, regali.......Tutto in sole due settimane. Tutti loro mi trasmettono qualcosa di vero, di sincero che va al di là del colore della pelle, dei gusti sessuali, della cultura, delle possibilità economiche. Sono sicuro che pur conoscendo tanta gente, non sempre instaurano un rapporto così forte e sincero ed il fatto che per Sonia sia un evento che tra me e Fredy sia nata questa grande amicizia, mi lusinga e mi rende felice.

Tra tutti, la mia preferita è, senza dubbio, Berta. Ha solo 6 anni, ma è già un "bell'elemento". E' magrolina con i capelli fini e scuri tagliati a caschetto con un frangia un po' troppo lunga che spesso le copre i suoi incantevoli occhi lucenti. Giochiamo spesso insieme e le sue risate mi fanno tornare bambino. Le ho insegnato a dire "Buon giorno, buona sera e buona notte"; ha imparato subito e lo fa in un modo tutto suo. E' molto socievole e non è per niente timida. Diverte i clienti della Papuseria svolazzando da un tavolo all'altro come una farfalla e si rincorre con la sua cagnolina di nome Kimba. E' una bambina speciale che si fa volere un gran bene.

Ieri sera la Papuseria era chiusa e, dopo la cena a base di fagioli neri e uova strapazzate, siamo rimasti a casa a vedere un film con Al Pacino e Robert de Niro. Ero seduto su di un piccolo sgabello, appoggiato al muro mentre, tutta la famiglia: mamma, papà e le due bimbe, era distesa sul letto matrimoniale. Il film terminò ed io mi alzai e mi voltai verso di loro. La musica dei titoli di coda aveva fatto da ninna nanna alla famigliola: stavano dormendo: tutti. Accovacciati l'uno sull'altro usavano una gamba, una spalla, la pancia del vicino come cuscino. Rimasi fermo, in piedi, per qualche minuto ad osservare quella scena. Avrei desiderato, tanto, essere un pittore e poter dipengere quello che avevo davanti a me, su di una grande tela, incorniciarlo e chiamarlo "AMORE".

Incontrare Fredy in questo viaggio è stato per me come per Lin, il protagonista di "Shantaram" , incontrare il suo grande amico Prabaker. Come lo definisce l'autore del libro, Fredy è "quel piccolo uomo dal grande sorriso" che gli presenta la sua famiglia e che lo porta con lui a vivere nello Slum e sarà suo compagno di tante avventure. Una persona che ha dentro di sè qualcosa in più degli altri e, stringendoti la mano, arriva fino al tuo cuore.

San Pedro (Lago de Atlitan) 2

Il progetto di Fredy è quello di smontare la Papuseria e riaprirla nei locali di un "piccolo" ristorante che ha trovato ad affittare ad un prezzo molto conveniente. C'è tutto il necessario: la cucina, l'acqua, la luce, le sedie, i tavoli e quasi tutto il necessario per iniziare.
Con tutto il legno recuperato dallo smotaggio più quello avanzato, vuole trasformare la terrazza in due camere da letto, per le figlie.

Il primo giorno che mi invitò mangiammo spezzatino di carne con patate; il secondo imparai a preparare il guacamole che gustammo con riso in bianco e carne alla brace. Il terzo preparammo il famoso SEVICHE: pomodori, cipolle bianche, menta, prezzemolo, un goccio di birra, sale, frutti di mare, tutto tritato e mescolato con cura.
E' un' insalata molto fresca e saporita che si abbina benissimo ai nachos.

Sono, sempre, trattato con il massimo rispetto, servito e riverito. Tutti si preoccupano di avere un occhio di riguardo nei miei confronti, controllano e mi domandano se ho bisogno di qualcosa e se il cibo è di mio gradimento.

Un giorno, parlando della cucina italiana, dissi loro che mi piaceva molto il pane e che lo mangio, praticamente, con tutto, tranne che con la pizza. Al pranzo del giorno successivo, mentre tutti si stavano servendo di torillias, Fredy disse:"Flory, va' a prendere IL PANE DI MATTEO, l'ho comprato stamattina". Aveva comprato il pane solo per me, senza che io gliel'avessi chiesto e così fece per tutta la settimana.
Come è nella cultura del Guatemala, raramente usano le posate, solo il cucchiaio in caso ci sia la zuppa. A me danno sempre forchetta e coltello mentre loro farciscono una tortillias dietro l'altra usandole a mo' di cucchiaio. Quando finiscono, mi guardano come per dirmi: "Non sai quello che ti perdi, a non succhiarti le dita!.."
C'è sempre qualche invitato non previsto, che si presenta all'ultimo minuto e senza preavviso; non è un problema perchè il cibo viene sempre preparato in abbondanza.
Ieri, per esempio, stavamo tagliando dei filetti da un grosso pezzo di carne comprata fresca al mercato. Arrivati a 7, il numero delle persone presenti, Fredy mi disse di tagliarne due o tre in più, nel caso fosse arrivato qualcuno. E così fu: arrivarono Rachael e Laura. Laura ha 26 anni, è nata qui e vive con due sorelle. E' molto amica di Sonia, la moglie di Fredy e, spesso, viene a casa loro per mangiare. Rachael, anch'egli molto amico di Sonia, è un vero e proprio personaggio: 22 anni, pelle scura, corporatura magra, occhi scuri ed allungati, capelli neri pettinati all'indietro. E' omosessuale e, forse, è proprio questo a renderlo così divertente.
E' molto effemminato, sia nel modo di parlare che nei movimenti e, a volte, quando esagera nel suo "essere gay", riceve uno scappellotto sulla testa od un pugno sulla spalla da Fredy. Tutto avviene in modo amichevole e scherzoso e, quando non è Fredy, a prenderlo in giro, lui stesso lo stuzzica fino a farlo reagire.
Fredy, quando pronuncia il suo nome, lo fa aspirando in modo esasperato la "ch" e, muovendo la mano sotto la bocca come per indicare che sta per uscirne qualcosa dice:"Rochchchaél!" e, tutti quanti, scoppiano a ridere. Fredy ha questo tipo di confidenza non solo con i suoi amici più intimi, ma con tutti quelli del paese.
Andare in giro con lui è incredibile: conosce tutti e, tutti, lo rispettano. Ha sempre un saluto od una battuta pronta per chiunque: poveri, ricchi, turisti e stranieri che vivono qui.
Spesso otteniamo viaggi gratis in tuc-tuc, non paghiamo l'affitto per i dvd pirata che un suo amico gli presta da quelli che ha sul suo banco, al mercato; riceviamo sconti su frutta e verdura e, il fatto che, ormai, tutti sanno che sono suo amico, non può che agevolarmi.

Sabato scorso sono andato a vedere la partita di calcio a 11 della squadra dove lui gioca. Fredy è il capitano e gioca in mezzo al campo distribuendo palloni ed indicazioni tattiche ai compagni.
Sono rimasto stupito di come riesca a correre, e resistere per tanto tempo senza neanche un allenamento a settimana.
La sua squadra ha perso 4 a zero, ma ha combattuto fino all'ultimo minuto.

La sera, mentre la famiglia sta nella Papuseria a far compagnia a Sonia, di solito lo invito a bere una birra o a fare una partita a biliardo. Mi ha raccontato che, circa 8 anni fa, era, praticamente alcolizzato come lo sono molti, qui, in Guatemala ed in tutto il Centro America. Come avevo già potuto capire in Brasile, il "bere" è vissuto in modo diverso da quello di noi europei.
Soprattutto tra la gente povera (90% degli uomini) che vive solo con lo stretto indispensabile (e non sempre) bere significa : BERE! Iniziano da una birra e non si fermano fino a quando non riescono quasi più a camminare. Chi lo fa tutti i giorni o quasi, non ha una vita molto lunga. Fredy, ora, accetta sempre il primo bicchiere, per educazione, ma, altrettanto educatamente, rifiuta il secondo.
Abbiamo fatto il giro di quasi tutti i locali e questo mi ha fatto conoscere un sacco di gente.
In particolare, un ragazzo messicano, Arturo. E' in viaggio con un americano, un francese, un olandese ed un canadese. Non ho capito bene dove e come si siano conosciuti, so solo che viaggiano in auto e sono diretti in Patagonia. Dopo qualche chiacchiera al Buddha-bar, ci siamo ritrovati alla Papuseria.
Mi ha detto di provenire proprio dalla Baja California, dove io sono diretto.
Solo pochi giorni fa, Max, un italiano che vive qui da 6 anni, me l'aveva sconsigliata perchè molto cara, nonostante sia molto bella. Mi ha, comunque, dato il suo indirizzo e-mail ed il n. di telefono, chiedendomi di avvertirlo con un po' di anticipo. Nel caso decidessi, comunque, di andarci, mi metterà in contatto con alcuni suoi amici che, dice lui, con un po' di fortuna mi ospiteranno. Io gli ho dato qualche numero di Antigua ed il nome di alcuni posti, imperdibili, che ho visitato in Guatemala.
Eravamo seduti sulle panche in legno, al tavolo con tutte quelle persone. A Fredy non sfuggì che avevo gli occhi che brillavano di felicità e di speranza; forse non andrò nemmeno fino alla Baja California, ma, in quel momento, mi sentivo molto fortunato ad avere incontrato Arturo. Si voltò verso di me e, con il solito sorriso, mi disse: "Tu non puoi immaginare quante persone conosco, quante ne ho conosciute da quando vivo qui. Non devo fare niente, semplicemente aspettare che arrivino, solo aspettare. Ci sono ancora tante persone buone, al mondo, anche se non sembra."

mercoledì 25 novembre 2009

24.11.09 Salina Cruz - Mexico

Di questa giornata, non vorrei scrivere nemmeno una parola, cosi` da poterla dimenticare il piu` presto possibile.
Quando scelsi dallo schermo del pc il posto a sedere che preferivo sull'autobus diretto a Salina Cruz, ero troppo occupato a flirtare con la ragazza dell' agenzia degli autobus per porre la dovuta attenzione a quello che stava facendo. Comincio`, interessata, a farmi domande: da dove provenivo e dove ero diretto. Mi parlava con voce soave e melodica, guardandomi dritto negli occhi con uno sguardo cosi` penetrante e sicuro di se`, che faticavo a reggere. Mi sciolsi come un gelato al sole e quando uscii dalla stazione, mi rammaricai di non averla potuta invitare a cena. Il risultato di questa conversazione fu che, salito sul bus, mi resi conto che invece di avere un sedile in ultima fila come pensavo, avevo prenotato quello in prima, proprio alle spalle dell'autista. Alla mia sinistra, vicino al finestrino, c'era "una statua di cera", di circa 60 kg che indossava pantaloni classici color sabbia ed una camicia maniche corte, bianca. Sulle ginocchia, teneva con scrupolosa delicatezza ed attenzione una busta di carta marrone, come quella che danno gli ospedali per consegnare le lastre. Quel piccolo ed esile uomo non mosse un muscolo per tutto il viaggio, non disse una parola, non lo vidi mai nemmeno battere le ciglia e, a dire il vero, non so nemmeno se stesse respirando! Cercai di dormire in tutti i modi ma, a parte la posizione scomoda del sedile, ero continuamente distratto o disturbato da qualcosa. La radio accesa, le chiacchiere dei vicini, osservare attraverso il grande vetro davanti a me quell'infinita striscia di asfalto che nasceva nella oscurita` e che scorreva veloce sotto i miei piedi, non mi facevano prendere sonno.
Fummo, inoltre, sottoposti ad almeno una decina di controlli durante il tragitto. Poliziotti, ragazzi della sicurezza, militari, tutti situati in posti di blocco differenti e spesso non molto lontani l'uno dall'altro, salivano armati di torce e rapidamente perlustravano i passeggeri.
Essendo l'unico straniero e la prima persona che vedevano appena saliti, ero la loro vittima preferita e per ben 4 volte dovetti mostrare il mio passaporto.
Gentilmente e senza alcuna obiezione, nel vedere che ero entrato nello Stato solo da un giorno, mi ringraziavano e ci lasciavano proseguire. Durante la prima ed unica sosta ad una stazione di servizio, verso le 4.00 del mattino, cominciai a sentire dei dolori al petto, nella parte destra. Erano fitte provocate dal respiro e dal movimento del braccio. Inizialmente non ci feci molto caso, fino a quando, a circa un'ora dall'arrivo, il dolore si espanse su tutto il braccio ed aumento´ di intensita´. Fino a Salina Cruz, rimasi immobile, proprio come il mio vicino, avendo trovato una posizione non troppo dolorosa. Avremmo potuto competere con gli artisti di strada che popolano la corte del Museo degli Uffizi di Firenze o le Ramblas di Barcellona, se solo ci fossimo mascherati. Non mi era mai capitato nulla del genere ed ero alquanto spaventato, l'unica cosa che mi rassicurava di non essere vicino ad un infarto, era il fatto che la parte sinistra del torace non mi doleva. Arrivati alla stazione, scesi a fatica dal bus e stringendo i denti, trascinai lo zaino facendolo strisciare al suolo fino all'interno della sala d'aspetto.
Aveva da poco fatto giorno, mi sedetti con le lacrime agli occhi sulle poltrone in alluminio e rimasi lì accasciato, inerte, per piu´ di 20 minuti. Provavo a muovere leggermente il braccio per vedere se la situazione era migliorata ma, ogni volta che lo facevo, una spada mi perforava il torace e passando attraverso il mio polmone destro, mi trafiggeva la spalla arrivando fino al gomito. Non sapevo piu´ cosa fare e decisi di farmi portare in ospedale da un taxi, sempre che ci fosse stato un ospedale in quella citta´. Non avevo molti soldi con me, cosi´ andai a prelevare al bancomat che c'era lì nella sala d'aspetto. Dopo aver ritirato denaro e ricevuta, fui distratto da uno strano e sordo rumore, mi voltai cosi´ per controllare i miei bagagli che avevo abbandonato sulle poltrone. Ero stanchissimo, non dormivo da piu´ di 40 ore, facevo di tutto per sopportare quel dolore acuto che mi preoccupava sempre piu´ seriamente, avevo caldo, sonno, fame, sete, ed il pensiero di andare in ospedale mi tormentava. Immerso in tutte quelle sensazioni, rimasi voltato per troppo tempo, come se quest'ultimo si fosse fermato ed il mio corpo e la mia mente addormendati senza preavviso. Fu il " bip-bip " emesso dal bancomat a farmi riprendere i sensi, mi voltai di scatto e mi resi conto che si era mangiato la mia carta!
Ebbi un attimo di puro sconforto, cominciai a sudare, i miei occhi si gonfiarono di lacrime che non riuscivano ad uscire, mi sentii perso e percepii la rabbia salire dentro di me. Avrei solo voluto lasciarmi cadere al suolo, potermi abbandonare in quel luogo sconosciuto ed aspettare che qualcuno venisse a salvarmi. Passai un paio di minuti, lì, fermo, in piedi davanti a quella stupida, o forse troppo intelligente macchina automatica, in quello stato di trance, dolorante e triste che le cose si stessero mettendo cosi´ male. Poi mi feci coraggio, sorreggendomi la mano destra con quella sinistra per non muovere il braccio, uscii dalla stazione, raccontai l'accaduto ad un taxista, gli indicai le mie due borse e salii in macchina. Mi feci portare in un hotel vicino all'unica filiale di quella stessa banca e presi una stanza per 2 notti. La camera era a pochi metri dalla portineria, ma quando provai a mettermi lo zaino sulle spalle per portarlo dentro, dopo soli 2 passi, lo feci cadere rovinosamente a terra per il male che sentivo e rischiai di cadere anch'io. Un uomo mi aiuto´ a portare i bagagli nella piccola e forse un po´ troppo semplice stanza, mentre l'anziana e gentile signora padrona dell'hotel a una stella, mi preparo´ un the´ caldo. La donna mi disse che a causa della posizione scomoda che avevo tenuto nel bus per cosi´ tante ore e dell'aria condizionata, mi era entrata dell'aria nel corpo e questo mi provocava le forti fitte. Non capii esattamente cosa intendesse dire, semplicemente, mi fidai, le chiesi a che ora apriva la banca, bevvi velocemente il the´ ancora bollente e mi distesi sul letto scomodo. Trovata una posizione nella quale le fitte si facevano sopportabili, chiusi gli occhi, abbandonai l'idea dell'ospedale e crollai in un sonno profondo. Al mio risveglio, dopo circa 5 ore, stavo decisamente meglio. Il dolore non se ne era completamente andato, ancora adesso lo percepisco, pero´ potevo camminare e muovere il braccio ed il tutto era tollerabile.
Dopo aver ricevuto il primo :" Mi dispiace ma non possiamo farci niente.", tornai una seconda volta in banca, piu´ deciso ed arrabbiato, ma non ottenni alcun risultato. Sia le impiegate, che il direttore, che tutti i telefonisti del numero verde di "assistenza in caso di furto o perdita della carta", che chiamai per ben 3 volte, mi dissero che una volta "mangiata", la carta veniva automaticamente smagnetizzata, per una questione di sicurezza e che non si sarebbe mai piu´ potuta utilizzare. Per una miglior garanzia avrei dovuto far bloccare immediatamente la carta dall'Italia e per migliorare il mio stato d'animo, solo farmene una ragione.

Nel pomeriggio, provai ad andare a vedere il mare, ma riuscii a vedere solo grossi barconi attraccati ad un porto lontano, senza l'ombra di una spiaggia e senza scrutare una sola goccia d'acqua. Oltre ad avermi consigliato il ristorante dove cenare, il figlio della proprietaria mi diede informazioni utili per raggiungere Puerto Escondido, consigliandomi vivamente di fare, prima, tappa ad Huatulco e poi a Puerto Angel, due note localita´ balneari, piu´ tranquille ed incontaminate della prima, dove, peraltro, si sono appena conclusi i campionati mondiali di surf. Gli feci capire che non volevo passare un solo minuto in piu´ in quella citta´ e che ero pentito di aver pagato 2 notti. Accetto´ di restituirmi la meta´ dei soldi e cosi´, la mattina seguente, prima delle 8.00, partii per Huatulco, speranzoso che lì, forse, avrei visto il il mare per davvero!

venerdì 20 novembre 2009

16.11.2009 San Pedro (Lago de Atlitan) 1

Ho appena pagato altre 5 notti, qui, a San Pedro. Mi sta risultando più difficile del previsto, lasciare questo posto. La stagione delle piogge è finita e comincia ad arrivare più gente, il villaggio è più animato. La temperatura è primaverile e, la sera, è sufficiente una felpa per non patire il freddo.
Questo fine settimana è stato molto movimentato: tanta gente nuova, tante conoscenze, tante feste. Mi piace la sensazione che si prova entrando da solo in un locale, in un posto quasi sconosciuto, ed essere salutato da tante persone.
Sono contento perchè mi sono integrato molto bene con la gente che vive qui, sia con i nativi che con i viaggiatori.
I "viaggiatori" esistono davvero e sono tantissimi!
San Pedro è una tappa quasi obbligatoria per questo grande gruppo che si muove, nel mondo, in modo disorganizzato. Per la prima volta nella vita mi sento, davvero, parte di un gruppo di persone che condividono la mia stessa passione. Viaggiare è uno stile di vita, un modo di essere. La differenza dalle altre associazioni o gruppi di persone è che non ci sono regole! Ognuno lo fa a modo suo, con il suo stile, le sue possibilità, lo fa come vuole o come può. C'è chi è in viaggio da 10-15anni, chi solo da due mesi, come me.
La maggior parte viaggia da solo, altri in gruppi di 4 o 5 persone che si sono formati proprio durante il viaggio. C'è chi viaggia lavorando, per alcuni periodi, come dipendente; chi gestisce bar/ristoranti dislocati sul "cammino del suo viaggio"; c'è chi vende oggetti di artigianato, chi suona per strada o nei locali, chi fa il giocoliere, chi vende droga, chi non fa nulla fino a quando non ha finito tutti i soldi.
Non c'è una divisa, non c'è un distintivo od un simbolo particolare per distinguerli; solo una cosa li accomuna: lo zaino.
Possono essere rasta, punk, tatuati, classici, sportivi, gitani, ricchi, poveri, bianchi, neri, orientali........tutti hanno lo zaino!
Ho conosciuto gante che proviene da ogni parte del mondo, gente che è già stata, in ogni parte del mondo e, finalmente, alla fatidica domanda che tutti ti pongono dopo pochi minuti di conversazione:"..Quand'è che tornerai a casa?", anch'io posso rispondere:"Non ne ho la più pallida idea!" guadagnando un brindisi ed un sorriso dal mio interlocutore.
L'unico gruppo che, forse, è un po' emarginato, è quello dei famosi "GRINGOS": gli statunitensi. Viaggiano sempre in gruppo ed è per questo che, spesso, rimangono un po' in disparte, divertendosi tra loro; la verità è anche che sono molti e i più sono semplicemente in vacanza.
Sono felice di sentirmi parte di qualcosa, di un gruppo così grande di persone che viaggia avanti e indietro alla scoperta di luoghi , persone e culture differenti. Sono uno di loro, almeno in questo momento della mia vita e, questa cosa, mi fa sentire bene.
Qui, a San Pedro, ho trovato pace, divertimento, amici, feste, ragazze e molto altro.
La cosa più importante di tutte e dalla quale sto facendo molta fatica a staccarmi è la famigllia di Fredy, il ragazzo che mi presentò Jan Luk. Fredy è più basso di me, ha la pelle color noce ed i capelli corti e sottili, scuri come le sue pupille. Ha, da poco, passato i trent'anni; è un ragazzo pieno di vita e di progetti, un ragazzo dal cuore grande e dal sorriso contagioso. Oltre a lui , la sua famiglia è composta dalla moglie, Sonia, la figlia maggiore Flory e la piccola Berta. Con loro vivono anche Otto, uno dei 9 fratelli di Fredy, che sta attraversando un periodo difficile, dopo la separazione dalla moglie e Claudia, una ragazza cha non ha nessuno con cui stare. In cambio di vitto ed alloggio, si occupa delle bambine, dà una mano nelle faccende di casa ed aiuta, la sera, nella Pupuseria.
La Pupuseria à la piccola attività di Sonia e Fredy. Per svolgere il loro lavoro hanno affittato un piccolo spazio di terra, vicino al molo dove, utilizzando travi in legno, Alfredo (Fredy) ha costruito una casetta dove sua moglie cucina le famose Pupuse. Una pupusa è, semplicemente, una specie di tortilia ripiena di massa di fagioli neri o churiso (pelle di maiale) e formaggio, cotta alla piastra. I clienti possono guarnire il piatto con lattuga bianca tritata, salsa di pomodoro ed una giardiniera di verdure
con peperoncini interi, per renderla un po' piccante. E' un piatto che sazia, economico e delizioso.
Tutto è cominciato quando Fredy mi ha invitato a vedere un film a casa sua e, poco dopo mi sono sentito dire: "Questa è casa tua, Matteo, puoi venire quando vuoi, sei
il benvenuto..cosa fai domani, per pranzo?" Da quel giorno, ho, praticamente, pranzato, tutti i giorni, a casa loro.
La casa casa è su due piani: sotto ci sono due stanze. In una: un piccolo armadio con uno specchio, un letto matrimoniale dove dormono Claudia, Berta e Flory. Otto dorme nella stessa stanza, sistemato su di un materesso di gomma-piuma con qualche coperta, per terra, vicino al muro. Nella stanza comunicante, sulla destra c'è un grande lavabo in pietra dove si lavano piatti e vestiti. Le scale ripide con i gradini sui quali ci sta solo la punta del piede, portano al piano superiore.
Un piano-gas, un frigo ed un mobiletto per le stoviglie compongono la piccola cucina e, una porta bianca, l'unica della casa oltre quella dell'entrata la separa dalla camera da letto di Sonia ed Alfredo. La camera è molto piccola, il letto matrimoniale è comodo e spazioso ed è posizionato in un angolo, lungo la parete che arriva fino alla porta d'entrata. Sulla parete opposta, sotto due ristampe di quadri d'art moderna, c'è un televisore a 27 pollici, un vecchio lettore dvd ed alcune cianfrusaglie. Fuori c'è un'ampia terrazza usata come cantina/ripostiglio. Da una parte sono ammassate travi di legno, avenzate dalla costruzione del piano superiore della casa.

martedì 10 novembre 2009

09.11.09 San Marcos ( lago de Atlitan ) 2


Per cena, optai per il mio solito ristorante dove, in queste sere di malattia, sono stato accudito dalle zuppe di verdure di Maria e dai suoi the` preparati con foglie di melo. A farmi compagnia, durante i pasti, c'era sua figlia Rosa. Il ristorante si trova in fondo alla salita della strada che dal mio hotel arriva fino in centro; una grande scritta: ¨PACHA MAMA¨, dipinta sul muro di una casa in un rosso sbiadito, ne indica l'entrata. E' molto diverso da quelli turistici vicini al porticciolo o lungo quella che Janluc chiamava ¨la calle de los gringos¨ perche` popolata quasi solo da statunitensi.Il ristorante Pacha Mama, da` la sensazione di trovarsi a mangiare a casa di uno dei tanti personaggi che camminano per le srade di San Pedro. Suddiviso in tre ¨sale¨, ovvero piccoli spazi in cemento con in mezzo tavolini in legno e sedie di plastica, ricorda molto quelle vecchie osterie, come quelle dove il ¨Gatto e la Volpe¨ escogitavano un piano per catturare Pinocchio, dissetandosi con grandi boccali di birra che agitavano distrattamente ed in modo grossolano nell'aria, rovesciandola ovunque, ma lasciando magicamente i bicchieri sempre colmi. Ho impressa, nella mente, quella scena del film della Disney, fin da bambino che, non so come, riusci` a trasmettermi la passione per tutti i locali dall'aspetto rustico, siano essi bar, hotel, locande, ristoranti...
Una delle sale si trova in cima alle pericolanti scalette in legno ed offre una ottima vista sul lago. Dato il mio migliore stato di salute, ordinai il pollo alla piastra, accompagnato dalla salsa di guacamole, patatine fritte e riso in bianco, e bevvi una limonata per disinfettare la gola. Nell'attesa che Maria mi preparasse la cena, sua figlia Rosa, di 9 anni, venne a sedersi al mio tavolo e l'aiutai a scrivere una lettera indirizzata a me, dove lei mi chiedeva se ero guarito, mi cantava una canzone ed anticipava gli auguri di Natale con disegni sul retro del foglio. Fu molto carina nei miei confronti, la riscrisse per ben due volte per consegnarmela con la migliore ortografia. Quando me la cosegno` , mi sorrise assotigliando i piccoli occhi a mandorla ed alzando le braccia per abbracciarmi. Non mi aspettavo un gesto cosi` affettuoso, mi chinai e le porsi una guancia. Lei stringendomi forte al collo, mi diede un bacio e riusci` a donarmi un momento di gioia e di affetto che mi riempì il cuore.
Stanco della lunga giornata, dopo una passeggiata nelle viuzze deserte e poco illuminate del paese, mi diressi verso casa. Fui attirato dalle grida di una piccola tifoseria e dai fischi di un arbitro. Nel piazzale dietro al mio hotel, si stava svolgendo un torneo di calcio a 5 su di un campetto di cemento. Il pubblico sedeva intorno al campo o sulle gradinate improvvisate ed applaudiva ed esultava ad ogni gol. Assistii a due partite di calcetto a livello amatoriale, molto infuocate ma allo stesso tempo, molto corrette. Gli arbitri erano due, indossavano delle divise che li definivano essere Federali e mostravano una certa esperienza. Credo che fosse addirittura vietato dire parolacce sul campo da gioco, perche` non ne sentii dire nemmeno una, per lo meno in spagnolo, ma solo qualche innocua imprecazione.
I giocatori si davano indicazioni tattiche alternando indifferentemente lo spagnolo e la loro lingua maya, ¨TZ'UTUJIL¨, che in questa zona, continua ad essere tramandata in tutte le famiglie . Al torneo partecipava anche David, il ragazzo che possiede l'internet-point vicino a casa mia, con il quale ho gia` stretto amicizia. La sua squadra, che indossava la divisa del Barcellona, perse 6 a 4, a causa di un disastroso primo tempo dell'inesperto e buffo portiere. Ma la cosa che mi diverti` piu` di tutte, non fu tanto vedere le partite o le eroiche gesta del portiere che si rotolava a terra cercando di afferrare il pallone con un paio di guanti di almeno tre taglie piu` grandi, ma furono invece gli intervalli fra un tempo e l'altro e tra le due partite a rivelarsi interessanti. Appena l'arbitro decretava con un fischio i minuti di riposo per le due squadre praticamente, tutto il pubblico eccetto le donne e gli anziani, si precipitavano in campo dando vita al caos piu` totale: una massa di persone, con una trentina di palloni, giocavano singole partite di calcio, basket, pallavolo ed altri sports ancora sconosciuti in Europa, nella completa confusione. I palloni volavano senza una meta precisa ed i giocatori li seguivano correndo, spesso scontrandosi tra loro o ricevendoli sul naso. Io ridevo sotto i baffi nel vedere quel formicaio impazzito che si disperdeva in pochi secondi al segnale del fischio che segnalava l'inizio dell'incontro.

Mentre scrivo queste righe, sono stato interrotto da Terry, una signora dai lunghi capelli ricci color bianco perla, che urlava il mio nome alle mie spalle. Mi sono chiesto come potesse saperlo e perche` lo stesse gridando rivolta verso il lago. Finche` non e` spuntato da dietro un albero un ragazzo di circa la mia eta`. Io non sapevo di trovarmi seduto in riva al lago all'interno della proprieta` della signora americana, dove un mio ononimo, stava tagliando le erbacce con un grande macete. Ho approfittato dell'occasione per fare la sua conoscenza. Abbiamo commentato a lungo lo stato di inquinamento delle acque del lago che ormai hanno assunto un colore marrone. E` l'argomento sulla bocca di tutti nelle ultime due settimane. Sembra che di punto in bianco, il lago abbia deciso di non volere piu` di tutta la ¨merda¨ gettata irresponsabilmente dagli abitanti dei villaggi, e la stia risputando fuori, portandola in superficie. Molte persone, in questo momento, nei laboratori del Guatemala e degli Stati Uniti stanno analizzando l'origine e la composizione di questo batterio, valutandone la pericolosita` ed ipotizzando strategie per eliminarlo.
Terry mi ha detto di possedere uno dei tanti piccoli hotel immersi nel bosco in riva al lago qui, a San Marcos, e di non vivere molto lontano da lì. Mi ha chiesto se avrebbe potuto interessarmi vedere una camera, che di solito dava per 100 qtz a notte, ma che avrebbe potuto darmi per 80. Accettai l'invito, per semplice curiosita` e ne valse la pena. Le camere sono spaziose, provviste anche di soppalco, con grandi letti matrimoniali ed accoglienti bagni. Totalmente diverse dalla mia semplice camera a San Pedro. L'ambiente e` molto tranquillo e rilassante, completamente immerso nella natura. Mi ha poi accompagnato a vedere casa sua ed e` stato per quello che ne e` valsa la pena! Un piccolo sentiero tra le piante di caffe` ci ha condotto in un vasto giardino di fiori e piante circondato dal bosco. La sua casa è disposta su tre piani, è costruita, interamente, in legno tra due grandi alberi. Come una palafitta a 10 metri di altezza è perfettamente mimetizzata con l'ambiente circostante, sembra la casa di qualche personaggio del film ¨Il Signore degli anelli¨. Ho fatto qualche foto, l'ho ringraziata per la sua infinita gentilezza e, chissa`, forse un giorno tornero` a trovarla. Quello che posso fare, e` sicuramente consigliare a chi cerca un po' di pace e tranquillita`, di venire qui a San Marco, il villaggio dei centri di meditazione, massaggi e yoga. Consiglio anche di fare la conoscenza di Terry e di dormire qualche notte nel suo hotel che non poteva possedere un nome piu` appropriato : "IL BOSCO INCANTATO".

lunedì 9 novembre 2009

09.11.09 San Marcos ( lago de Atlitan ) 1

La febbre se ne e` andata via da due giorni, portandosi con sè le nuvole grigie e la pioggia che da esse cadeva, intristendomi, nelle giornate passate rinchiuso in quella stanza, con la febbre, senza forze, cercando invano di ammazzare il tempo che non passava. Non posso affermare di essere al 100% della mia forma fisica, pero` sto decisamente meglio, abbastanza da uscire e trascorrere le giornate all'aperto.

Ieri mi svegliai presto e mi accorsi subito che la temperatura del mio corpo si era abbassata notevolmente. Dopo la colazione in camera a base dei soliti biscotti al cioccolato e succo di frutta confezionato mi ricordai che era domenica, il giorno del grande mercato a Chichicastenango detta, dai locali, semplicemente Chichi (che si pronuncia CICI). Diedi una ripulita alla stanza e sbattei le lenzuola e le coperte fuori sulla terrazza, per scacciare i microbi che mi facevano compagnia da quasi una settimana. Mi feci una lunga doccia calda, la barba e misi a lavare tutti i vestiti che avevo indossato nei giorni di convalescenza e che non ero mai riuscito a togliermi di dosso per il freddo.
Arrivato alla piazza centrale della chiesa, sembravo un altro uomo, rispetto a quel barbuto ragazzo in tuta da ginnastica, con il cappuccio in testa, che qualche giorno prima vagava barcollando in cerca di una farmacia, con il viso bianco come il fazzoletto che portava nella mano. In attesa del pulmann diretto alla capitale, che mi avrebbe lasciato nel famoso incrocio chiamato ¨Los Encuentros¨, approfittai per farmi un giro nel piccolo mercato del paese ed andarmi a bere una spremuta d'arancia, vera, nel piccolo banchetto della mia amica Brenda. Con la pelle scura coperta dai vestiti tradizionali, i capelli lunghi e neri, un sorriso che le scopre i denti dorati, ogni volta che mi vede, mi corre incontro gridando:¨Jugo de naranja! Jugo de naranja! Tres Quetzal! Amigo!¨. In questo modo, batte sul tempo le altre due pigre signore, che siedono comodamente dietro i loro banchetti, limitandosi ad invitare i clienti con grida e gesti. Dopo il mio cenno di assenso con il capo, Brenda, torna sui suoi passi, correndo, posiziona uno sgabello sul ciglio della strada, per farmi accomodare ed inizia, ad indaffararsi per preparare il succo il piu` velocemente possibile, come se una fila di persone stesse attendendo impaziente dietro di me. In realta`, non c'e` mai nessuno. Mi serve il succo in grandi bicchieri di vetro, simili a coppe per il gelato, oppure in sacchetti di plastica trasparenti con una cannuccia, nel caso lo voglia portare via.

Non avevo calcolato bene le distanze e non mi aspettavo che, per arrivare fino al Los Encuentros, avrebbero potuto volerci ben due ore di viaggio. Si deve risalire la montagna fino a Santa Clara e discenderla sul versante opposto fino a Santa Lucia Utatlan.
Los Encuentros, e` un incrocio di 4 strade statali principali, da dove e` possibile cambiare bus e dirigersi in tutti e 4 i punti cardinali del paese. Si puo` andare a sud, verso Panajachel, sul Lago di Atlitan, a ovest, verso la capitale, a nord verso Chichicastenango o ad est, verso Quetzaltenango ed il confine con il Mexico. Gli autobus arrivano a tutta velocita` , da tutte le direzioni. Suonano i clacsons simili a trombe da stadio e fanno fischiare i freni con suoni assordanti. Nella nube di polvere, alzata nella grande piazzola situata proprio al centro dell'incrocio, mezza dozzina di uomini si affannano correndo da una sponda all'altra della strada, rischiando, spesso, anche la vita per annunciare l'arrivo dei bolidi e le loro destinazioni, invitando la gente a salire ed aiutando i bigliettai a caricare e scaricare i bagagli piu` pesanti ed ingombranti sui tetti, ricevendo da quest'ultimi piccole mance.
Montai su di un microbus diretto a Chichi e pagai 10 qtz, pur vedendo che gli altri passeggeri ne pagavano solo 5. Anche i 20 pagati per arrivare fino a lì mi erano sembrati un po` troppi rispetto alle normali tariffe. Per me, non era tanto una questione di soldi, o di riuscire a risparmiare 1 euro, ma di principio per il quale, un viaggiatore non deve accettare di essere trattato come un qualsiasi altro turista, a meno che non voglia fare presto ritorno a casa perchè ha finito tutti i soldi.
Occupai il sedicesimo ed ultimo posto libero nel minibus ed, effetivamente, sì, ero il solo ed unico turista del veicolo e ciò era molto evidente. A parte l'uomo seduto al mio fianco nell'ultima fila, le altre erano tutte donne. Molte di loro anziane, con i capelli grigi raccolti in lughe code, profonde rughe che segnavano i visi scuri e scavati. Indossavano, tutte, gli abiti tradizionali: le grandi maglie in cotone erano molto simili tra loro ed i colori predominanti, il blu ed il viola, spiccavano tra gli altri che disegnavano fiori ed origami sulle morbide stoffe. In realta`, visto da vicino, ognuno di essi era unico, caratterizzato da un'infinita` di piccoli particolari.
Le piu` giovani di loro erano avvolte da ampi scialli legati a tracolla all'altezza delle spalle, dai quali sporgevano le piccole teste dei bambini, che sbattevano le graziose e minute mani sulle schiene delle loro madri. Quelle donne profumavano di mais e di brace appena spenta. Mi sentivo un po' osservato, ma da sguardi curiosi e per nulla prepotenti. Il co-autista rimase in piedi appoggiato al portellone scorrevole e dopo pochi minuti, c'era un'altra fermata e scendeva per far salire altre persone. Bambini compresi, arrivai a contare fino a 27 persone in un minibus con 16 posti a sedere, compreso quello dell'autista.
Devo controllare i miei diari del Brasile, ma forse qua, hanno battuto anche quel record. L'aiutante dell'autista, che gia` era diventato un tutt'uno con il portellone alle sue spalle, ad un certo punto scomparve dalla mia vista, pur essendomi molto vicino; la portiera rimase aperta, ed in quel modo arrivammo fino a Chichicastenango, con lui appeso chissa` dove.

Dalla cima della gradinata della chiesa di San Tomas, che domina la piazza, si puo` vedere l'enorme letto di teloni bianchi distesi in tutte le direzioni per le viuzze della citta`, come cuciti l'un l'altro, da un sottile filo invisibile.
Si respira profumo di incenso, che uomini anziani espandono nell'aria dondolando fumanti latte in alluminio e recitando, a voce bassa e con gli occhi chiusi, interminabili preghiere. Sotto quelle lunghe strisce biancastre delle quali non si riesce a vedere la fine, si nasconde il grande mercato di Chichicastenango, tra i piu` ricchi, colorati, animati e famosi di tutto il Guatemala. A renderlo meno caratteristico ed affacinante, è la massa di turisti, armati di macchine fotografiche, videocamere, cappellini da baseball ed occhiali da sole, che si aggirano con espressioni al contempo affascinate e perse in tutto quel tranbusto. Dopo lunghe camminate tra le bancarelle che circondano il centro del mercato, decisi di addentrarmi nella zona dalla quale provenivano aromi di tortillias e carne alla brace. Man mano che mi avvicinavo al fulcro del mercato, le macchine digitali diminuivano, i teloni sulla mia testa erano sempre piu` bassi, gli odori piu` intensi e l'aria, in certi tratti, si faceva quasi irrespirabile.
Una cappa di fumo e calore, aleggiava dove le bancarelle non vendevano piu` il solito artigianato, ma dove c'erano, seduti sulle lunghe panche in legno al lato delle tavolate, quelli del posto: venditori ambulanti, viandanti, intere famiglie con bambini, mangiavano piatti tipici cucinati sul momento.
In cerca di aria fresca finii, senza volerlo, all'interno di un grande edificio dove mi trovai ad essere l'unico, semplice visitatore. Salii al piano di sopra per riuscire a vedere il grande cortile al centro del palazzo in tutta la sua estensione. Era affollato, forse piu` del mercato all'esterno, e si vendeva solo frutta e verdura. Tutte quelle donne, simili tra loro, come quelle del pulmino, fluivano lentamente tra un banco e l'altro scegliendo con cura ed attenzione il miglior cesto di banane o i pomodori piu` succosi.
Mi comprai un semplice braccialetto di stoffa come ricordo di quella giornata, ma se avessi ascoltato la volonta` sarei tornato a casa con uno zaino pieno di quelle fantastiche, a volte anche inquietanti, maschere maya, costruite in legno e dipinte a mano.
Arrivato con un bus al Los Enquentros, rimasi seduto per piu` di mezz'ora sulla ruota di un camion appoggiata in terra nei cento metri quadrati con l'inquinamento acustico ed atmosferico piu` alti del paese. Per rendere l'attesa del bus piu` piacevole e distrarmi da quella confusione, comprai un quotidiano e conobbi Diego, un ragazzo francese, lui era diretto a San Juan, il paesino attaccato a San Pedro.
Era in compagnia di una donna guatemalteca che indossava abiti tipici ed i due figli di lei. Diego, gentilmente, mi offri` dei biscotti e mi rassicuro` che prima o poi il bus sarebbe arrivato dalla capitale. Questa volta, in sua compagnia e ricevendo un'occhiataccia dal co-autista, pagai 15 qtz, quindi il viaggio di ritorno mi costo` 20 qtz al posto di 30.

05.11.2009 - San Pedro (Lago di Atlitan)


E' da trenta ore che, praticamente, non esco dalla mia stanza. Dopo un'accoglienza così calorosa, San Pedro mi ha sferrato un colpo basso, senza mezzi termini, senza darmi il tempo di prepararmi e, in qualche modo, reagire. Il leggero mal di gola della prima sera si è trasformato in acuto bruciore, il mattino seguente. Ancora tutto indolenzito dalla cavalcata, ho camminato, di prima mattina, verso il centro del paese in cerca di una farmacia. Dietro il bancone c'era una ragazzina di 12 anni al massimo che, dopo avermi ascoltato con pochissima attenzione, mi ha mostrato un blister di pastiglie rosse, dicendomi che erano antifiammatori per la gola. Non c'era alcun foglietto illustrativo ed io non conoscevo il nome di quel medicinale. Non mi ha rincuorato la comparsa del suo panzuto padre che, con un'aria più da macellaio che da farmacista, mi ha spiegato che per farmelo passare, avrei dovuto cominciare, subito, una cura di antibiotici dei quali, volendo, avrebbe anche potuto vendermeli singolarmente. Ho deciso di lasciar perdere ed ho comprato una scatola di pastiglie per alleviare il dolore che non erano altro che caramelle al gusto di fragola. Ho bevuto quasi un litro di succo d'arancia, appena preparato da uno dei banchetti vicino al mercato. Ho fatto colazione, in silenzio, sulla terrazza di un
grande e vuoto ristorante guardando il lago ed il volto dell'Indio, disteso sulle montagne, di fronte a me. Ero immerso nei pensieri, ho gustato l'abbondante macedonia di frutta fresca e scritto qualche pagina di diario. Quando mi sono alzato dopo piu` di due ore, non ho più potuto ignorare il dolore alle gambe ed alla schiena ed ho capito di essermi preso l'influenza. Mentre camminavo, in salita, nei vicoli, mi sembrava di scalare una montagna; sudavo ma avevo freddo e, con fatica, avanzavo lentamente. Sono riuscito a perdermi e così, dopo aver camminato a lungo, mi sono nuovamente ritrovato al mercato, dalla parte opposta in cui avrei dovuto andare. Ho, così, preso un tuc-tuc e mi sono fatto portare in albergo, dal quale, praticamente, non mi sono più mosso. Mi contorcevo nel letto in cerca di una posizione comoda, ma senza trovarla. Pioveva forte e tirava vento. Gli spifferi d'aria fredda si infiltravano nelle fessure delle lastre di legno di cui sono fatte le pareti della mia stanza, provocando correnti fastidiose ed irritanti per le narici. A forza di soffiarmi il naso, ho fatto andare un rotolo di carta igienica screpolandomi la pelle. Non ho idea dell'ora alla quale sono riucito ad addormentarmi, circondato dal rumore della pioggia che batteva forte sul tetto, fatto da pannelli di alluminio. Al mio risveglio la situazione non era, per niente, migliorata. Sono sceso per comprare 4 litri d'acqua, vitamina C in pastiglie e biscotti la cioccolato. Mi nutro di queste cose ed ogni 6 ore prendo una pastiglia di Tachipirina per abbassare la febbre. Ho sensazioni, alternate, di caldo e freddo, mi sento come se avessi perso un incontro di pugilato. (.....avendo, però, resistito fino all'ultimo round!)
Piove da questa mattina presto ed io non so se esserne felice o meno, non mi sento di fare nulla ed ho dolori dappertutto, mal di testa, il naso anestetizzato e sono privo di forze. Cerco, in tutti i modi, di ammazzare il tempo: scrivo, leggo, faccio quei noiosissimi giochini sul cellulare, ascolto musica, ma nulla di tutto questo mi diverte un po', al contrario, mi affatica e mi stanco subito.
Posso solo aspettare, aspettare, aspettare di stare un po' meglio e di riprendere le forze.
Mi piacerebbe guardare un film, ma non c'è la televisione, mi piacerebbe avere una cucina per prepararmi qualcosa di caldo, mi piacerebbe avere una persona cara che potesse occuparsi di me, starmi vicino chiedendomi come sto.............queste, però, sono le regole del gioco, alle quali bisogna, per forza, sottostare, se si vuole viaggiare da soli.
Posso solo dire, di aver capito, per l'ennesima volta, di quanto sia importante la salute e quanto sia sbagliato e presuntuoso, darla per scontata, ritenendola una cosa dovuta e non un grande privilegio.
Scrivere mi ha fatto impegnare un po' il tempo, ma gli occhi mi bruciano e sento anche delle fitte leggere che , partendo dalla schiena, attraversano il braccio sinistro ad ogni riga.
Vuol dire che continuerò a studiare, nei minimi particolari, le lamiere grigie sulla mia testa, ad ascoltare il suono della pioggia e fare canestro, con i fazzoletti usati, nel cestino posto ai piedi del letto.
Ne ho comprato un pacco da 120 e sono già quasi a metà. In realtà sono tovagliolini, molto sottili e per niente morbidi, ma erano gli unici disponibili.
Spero, domani, di sentirmi meglio, di aver recuperato un po' le forze, almeno per uscire ed andare a mangiare qualcosa di diverso da questi biscotti di finto cioccolato.
Jan Luc mi ha già salutato, prima di partire per proseguire il suo viaggio, per ben tre volte perchè, per due volte i suoi tentativi di lasciare il villaggio sono falliti a causa del suo ritardo nello svegliarsi (le barche erano già partite) ed è, quindi, tornato sempre all'hotel. Questa volta, forse, ce l'ha fatta anche perchè....Sono arrivati altri ospiti nella camera che era occupata da lui. Ho visto passare due giapponesi, accompagnati dallo strabico uomo che indossava, ancora, la stessa camicia beige dell'altro giorno.
Ma.....fermi tutti!.....
A quanto pare la stanza non era di loro gradimento perchè sono tornati indietro dopo pochi minuti. Meglio così, non dovrò sentire le discussioni, in giapponese, provenire dall'altra stanza e forse, potrò riposare meglio.

04.11.2009 San Pedro ( lago de Atlitan )


Il più importante lago del Guatemala non avrebbe potuto accogliermi in un modo migliore: con il piccolo paese di San Pedro che mi aspettava a braccia aperte e mi ha fatto sentire subito a casa.
Dopo tre ore di pulmann dalla mia partenza da Antigua, sono arrivato a Penachajel: la cittadina da dove partono tutte le barchette dirette ai villaggi che costeggiano il lago. Tra tutti questi, scelsi San Pedro: ne avevo sentito parlare molto bene e mi era stato indicato, anche, come il più economico. Sulla "lancia" conobbi Stefhan, un ragazzo canadese che, nel febbraio di quest'anno ha comprato un ristorante ed ha deciso di trasferirsi qui.
Un uomo, seduto alle mie spalle, con un cappello di paglia ed una camicia color sabbia, mi guardò, con uno sguardo leggermente strabico e mi sorrise mostrandomi i suoi denti d'oro e, con fare gentile, mi porse il suo biglietto da visita. Era un semplice biglietto di carta con stampati su i dati del suo albergo. Mi disse che, sia Stephan, sia la signora seduta di fronte a lui , straniera, ma ora residente a San Pedro, erano stati suoi clienti. Entrambi annuirono e mi confermarono che il posto era pulito e godeva di un'ottima vista sul lago.
Attraccammo al porticciolo e, subito, tre guide autorizzate, ci vennero incontro cercando di convincerci a seguirli in uno dei tanti hotels del villaggio.
Decisi di seguire il padrone dell'albergo e poter valutare la sua offerta. Camminammo per circa 10 minuti per la piccola e ripida stradina del paese, fino ad arrivare ad un centinaio di metri sopra il livello del lago chaimato "Peneleu". Mi disse che c'erano stanze da 15, 20 e 25 qtz, che si trovavano, rispettivamente, al 1^, 2^ e 3^ piano. Riuscii ad ottenerne una al terzo per 20 Qtz al giorno, circa 1,60 Euro! - Letto matrimoniale, acqua calda, bagno privato ed una terrazza di 30 m^ dalla quale si può ammirare il maestoso lago di Atlitan. Ero cosciente ed entusiasta per avere appena fatto un affare. Pagai subito per 4 notti anticipandogli che, forse, la mia permanenza si sarebbe potuta prolungare.
Divido la terrazza con un ospite della stanza accanto alla mia: si chiama Jan Luc, ha superato la quarantina.
Dopo aver sistemato le mie cose ed aver fatto la sua conoscenza, sono andato, dietro suo invito, a fare un giro in centro con lui. Jan Luc è qui da un mese; è nativo della Normandia, ma viveva a Parigi. Questa è la terza volta che viene in Centro America, ma questa, dice lui, ci è venuto per restarci per sempre. E' di corporatura media, ha i capelli brizzolati e gli occhi azzurri. Ha appena terminato un corso di Spagnolo, simile al mio e se la cava abbastanza bene.
Mi ha fatto da guida nel villaggio arroccato su di un promontorio, affacciato sul golfo e ad ovest del lago. Tra le piccole e strette viuzze che passano tra casette colorate, è molto facile perdere l'orientamento.
Il lago bagna tutti e tre i lati del promontorio e, per orientarsi, bisogna avere dei punti di riferimento. Uno tra tutti è la montagna dall'altra sponda dove le punte disegnano nel cielo il perfetto profilo di un uomo con i lineamenti Maya, disteso ad ammirare le stelle. Lo chiamano " el nariz del Indio " (il naso dell'Indio) e, di notte, i lineamenti sono ancora più definiti e non occorre alcuna immaginazione per vedere quella figura "disegnata" dalla natura.
Dopo avermi fatto da guida e spiegato come muovermi in San Pedro, mi invitò a fare un giro a cavallo. Naturalmente, accettai, pur ricordando che l'esperienza di circa due anni fa non fu un gran successo , nè per me, nè per le mie natiche e, forse, nemmeno per il cavallo.
In riva al lago, Francisco, la nostra guida, ci fece montare a cavallo e ci incamminammo, adagio, lungo un sentiero che costeggia la riva. Jan luc conduceva il gruppo con il suo cavallo maschio di color marrone e robusto. Io montavo Cugneca, una cavalla di 12 anni dal pelo brizzolato. Francisco chiudeva la fila e mi rassicurò che erano tutti cavalli ubbidienti, ben addestrati e che conoscevano a memoria il cammino.
Iniziai a prendere un po' di confidenza con il mio ronzino, gli accarezzai il muso diverse volte e gli diedi qualche pacca sul collo per instaurare un contatto con la giumenta ( come ho letto sul "mio" libro Shantaram ).
Non mi diede, mai, motivo di avere paura,; rispondeva ad ogni mio comando meglio di una motocicletta ed iniziai a divertirmi, appena usciti dal centro abitato. Percorremmo alcune centinaia di metri su di una strada sterrata, in pianura.
Azzardai, addirittura, un po' di trotto, seguito da qualche secondo di galoppo. Entrammo nella foresta per il sentiero di una delle montagne che circondano il lago. La vista era magnifica, gli animali erano tranquilli e procedevano con cautela e con molta sicurezza. Dopo una pausa per qualche foto al panorama, la prima ora era volata e ci incamminammo per il ritorno.
In quel tratto di strada pianeggiante, sentendomi più sicuro mi misi alla testa del gruppo e cominciai a galoppare, distaccando i miei compagni. Era una sensazione incredibile: mi sentivo tuttuno con l'animale. Sapevo che, se avessi voluto rallentare, non avrei dovuto fare altro che tirare con forza le redini verso di me ed il cavallo si sarebbe fermato. Quello era l'ultimo dei miei desideri, al contrario, colpii, con entrambi i talloni, la mia esperta e fidata giumenta, lasciando le redini lente e reggendomi forte alla sella con la mano sinistra.
Cugneca non si fece pregare e galoppava sempre più veloce. Mi mancavano solo un cappello ed una pistola per potermi sentire un vero cowboy. Dovetti fermarmi ad aspettare i miei compagni che erano rimasti indietro un paio di curve. Accarezzai, nuovamente, la mia cavalla per ringraziarla del divertimento : il pelo grigiastro era impregnato di sudore e, per questo, il mio gesto affettuoso durò solo pochi istanti. Dopo avere pagato e ringraziato Francisco, Jan Luc ed io tornammo a casa, piuttosto indolenziti.
Cenammo sulla terrazza di un ristorante, vicino al porticciolo dove, poche ore prima, ero arrivato. Senza pranzo, spinti dalla fame, ci lasciammo andare con le ordinazioni e, così, riuscimmo a fatica a terminare quelle abbondanti pietanze.
Parlammo di viaggi, libri, musica, donne.....argomenti nei quali Jan Luc si perdeva con il suo accento francese che rendeva le lunghe frasi ritmate e spezzettate.
Mi disse che, prima di rientrare, voleva salutare alcune persone e, così, facemmo una tappa al chiosco di tortillas del suo amico Alfredo e della moglie Sonia. Lei, nascosta dal fumo che si alzava dalla piastra incandescente, cucinava della carne; lui giocava a carte con la figlia di 11 anni, la più grande. Giocammo anche noi per più di un'ora con loro, ad un gioco simile alla nostra Pinnacola, ma con le "mani" più rapide e con le regole più semplici. Sonia aiutava, a turno, me e Jan Luc mentre la figlia minore, Julia , saltellava intorno al tavolo canticchiando con una voce deliziosa.
Sono felice di aver fatto la conoscenza di questa famiglia: sono persone semplici, accoglienti e sincere come piacciono a me, con le quali mi sento a mio agio.
Credo che tornerò a trovarli al più presto per conoscerli meglio e per provare la cucina casalinga di Alfredo che il prossimo febbraio andrà in Mexico per ottenere il certificato da cuoco.

venerdì 6 novembre 2009

02.11.09 Antigua-Guatemala


Ieri sono andato a SANTIAGO SACATEPEQUEZ, un villaggio a pochi km dalla capitale, con Rocìo e due dei suoi figli, Joaquín e Monserrate.
La festa di Halloween della sera prima fu un po' deludente, perche` all'una di notte, la polizia nazionale, vietava l'entrata in qualsiasi locale gia` gremito di gente. Io ed i miei amici arrivammo tardi, perche` eravamo stati ad un festa privata della sorella di Estevan, un collega di Rocìo, che festeggiava la fine della scuola superiore. Il cibo era buonissimo, con sapori molto simili alla cucina italiana, e dopo la cena comincio` la discoteca, nella piccola pista a lato dell'ampio giardino addobbato con fiori e palloncini verdi. L'atmosfera era molto allegra e tutti ballavano al ritmo di reggaeton e musica latina. Lucia, la ragazza con la quale eravamo venuti in macchina, senza rendersene conto, aveva bevuto qualche bicchiere di troppo di quei cocktails a base di Bacardi che ci venivano serviti in continuazione al tavolo. Cosi` decisi di guidare io il vecchio PK nero, dalla Ciudad Vieja al centro di Antigua. Dopo i primi minuti necessari per prendere confidenza con il mezzo, in condizioni non del tutto ottimali e con numerosi dossi lungo le strade, cominciai a provarci gusto, a guidare, cosa che non facevo da molto tempo.
Ci volle quasi mezz'ora per trovare un parcheggio, le strade erano affollate di vampiri, streghe, fate, teschi, zucche,... e maschere di ogni tipo. Gli statunitensi avevano dato sfogo alla loro fantasia travestendosi nei modi piu` stravaganti e divertenti. I poliziotti, armati di fucili, presidiavano le entrate dei locali, mentre la festa si svolgeva per le strade chiuse al traffico. Passammo da un bar all'altro, finendo con il comprarci da bere in un chiosco e sederci su di un marciapiede. Riuscimmo, dopo diversi tentativi, ad entrare in un ¨after¨ verso le 3 del mattino. Il locale era semplicemente un cortile poco illuminato di una casa in via di demolizione, con delle enormi casse per la musica ed un dj che lasciava molto a desiderare. La serata si concluse con un po' di rammarico da parte di tutti.

Mi svegliai alle 7.00, disturbato dalle mie tre, rumorose, nuove vicine di stanza americane.
Cambiati due pullmanns, riempiti di gente fino all'ultimo cm cubo di aria, io Rocìo ed i suoi figli arrivammo a SANTIAGO SACATEPEQUEZ, dove era in corso la fiera degli aquiloni nel ¨Día de Todos los Santos¨. Percorremmo a piedi la lunga via in centro della piccola cittadina, 3 km di strada pedonale , costeggiata da infinite bancarelle. Gli aromi speziati del cibo cucinato sul momento impregnavano l'aria di sapori tradizionali. Era possibile mangiare praticamente di tutto, dolci, biscotti, carne e pesce alla brace, verdure, zuppe, pizza.... tutto dall'aspetto molto invitante, non di certo per i piu` schizzinosi.
In molte bancarellle vendevano artigianato, prodotti tipici ed abbigliamento a prezzi davvero stracciati. Facendoci spazio tra la folla e con un'attenzione particolare a non perdere i bambini, arrivammo alla fine della passeggiata.
Sul palco allestito nella piazza asfaltata era in corso un concerto di Marimba: gli appartenenti alla banda erano circa una decina di uomini e la musica era cosi` amplificata da poterla sentire a centinaia di metri di distanza. Si esibirono anche due fratelli, uno di 7 e l'altro di 9 anni esaltando il pubblico con assoli di batteria degni di veri e propri piccoli prodigi. Il passaggio per entrare nel cimitero era sotto ad un piccolo arco rosso. Le persone erano schiacciate l'una con l'altra in quella strettoia, molti si erano fermati ad osservare ed ascoltare il Ministro della Cultura che porgeva i sui saluti alla Regina degli Aquiloni. Tenendo per mano i bambini e spingendo la massa di gente che avanzava lentamente, come la lava del Vulcan de Pacaya che avevo visto qualche giorno prima, riuscimmo a fatica a passare ed a entrare nel grande cimitero.
Rimasi abbagliato dalla vista dei 6 aquiloni appoggiati a lunghi pali in legno posti in fondo alla discesa del piazzale zeppo di tombe. Costruiti con le strutture in legno e le tele di cartapesta, raggiungevano un diametro di almeno 30 metri.
Sulla carta, colorata a mano, erano raffigurate le immagini di persone, fiori, animali, simboli, con significati ben precisi dedicati ai defunti. Facendo volare gli aquiloni, in quel giorno speciale, si poteva entrare in contatto con i morti e mandar loro un messaggio. Le migliaia di persone presenti si erano appostate sulle tombe, alcune fatte di cemento, altre di pietra o terra e, senza alcun riguardo, le calpestavano, ci si sedevano sopra e facevano pic-nic, come se fossero al parco. Inizialmente mi sembro` una mancanza di rispetto verso i defunti, poi pensai che era la festa dedicata a loro e la gente semplicemente li stava rendendo partecipi festeggiando nel luogo dove erano sepolti. Mi augurai solo che il giorno successivo, qualcuno fosse stato incaricato di ripulire e riordinare quel sudiciume che si era formato tra una lapide e l'altra. Il cielo era ancora spoglio di colori ed il vento molto debole, cosi` decidemmo di andare a pranzare nell'attesa dell'inizio della manifestazione.
¨Matteo, hai tu il mio portafoglio!!??¨ mi grido` Rocìo mentre camminava alle mie spalle. ¨Io? No, perche` dovrei avere il tuo portafoglio?! Che cosa e` successo?¨, le risposi voltandomi verso di lei ed instintivamente stringendo piu` forte la piccola mano di Joaquín che era al mio fianco. Aveva gli occhi lucidi e sbarrati, il colore della sua pelle cambio` in pochi istanti, impallidendo. Con un nodo in gola, mi disse rassegnata:¨Me l'hanno rubato!!¨.
Con un coltello ben affilato, le avevano tagliato la borsa di stoffa e, senza che lei se ne accorgesse, sfilato con destrezza e velocita` il portafoglio contenente tutti i suoi soldi , documenti e carte di credito. Quasi piangendo, inizio` a fare un giro di telefonate accovacciata su di una sbiadita lapide gialla, per bloccare le carte, mentre Monserrate cercava amorevolmente di consolarla offrendole il suo borsello contenente i 50 qtz che la sera prima, con fortuna, aveva trovato in mezzo alla strada nei pressi di casa sua.
Mi fece molta pena e provai rabbia per quello che le avevano appena fatto. Mi sentivo impotente, non potevo fare niente per aiutarla e sapevo bene che non si sarebbe mai potuto sapere chi era il colpevole del furto.
Walter, qualche giorno fa mi aveva avvertito di non portare passaporto o carte di credito, ma solo i soldi necessari per passare la giornata, sapendo bene che a feste come queste , episodi di questo genere sono all'ordine del giorno.
Ammirai molto la forza d'animo che ebbe la mia amica Rocìo nell'affrontare l'accaduto, dopo essersi assicurata che le carte di credito erano bloccate e dopo un pranzo a base di carne alla brace in un piccolo ristorantino sulla strada, il sorriso torno` sul suo viso e senza rovinare la festa a nessuno si sforzo` di non pensare al danno che le era stato ingiustamente procurato. Tornammo al cimitero dopo il pranzo, comprai due aquiloni per Joaquín e Monserrate e riuscimmo ad accaparrarci il tetto di una tomba familiare costruita in cemento azzurro, alta piu` di 2 metri.
Il cielo era arricchito da aquiloni di tutti i colori, forme e diminensioni. Qualcuno si innalzava a centinaia di metri di distanza, ad altezze spropositate.
Quelli dal diametro di 30 metri, non provarono nemmeno ad alzarli, forse a causa del vento insufficiente; pero`, qualcuno dal diametro di 5, fu issato nel cielo da una decina di uomini che tiravano con forza delle funi lunghissime. Questo evento era sempre accompagnato da un boato della folla e da un caloroso applauso da parte di tutta la piazza. Era stupefacente veder volare quei ¨fogli¨ di cartapesta cosi` grandi nel cielo ed ammirarli arrivare fino a quasi toccare le nuvole con la sua lunga coda colorata. La gente saltava da un tetto all'altro delle tombe, mangiava, beveva, rideva e faceva a gara a chi portava piu` lontano il suo ¨messaggio¨, tutto questo in un luogo dove per tutti gli altri giorni dell'anno, regna la tristezza e la malinconia per le persone care che non ci sono piu`.
I pulmanns, per il ritorno, erano incredibilmente ancora piu` gremiti , ma fortunatamente riuscimmo sempre a trovare un posto per sederci.
Mi divertivo a guardare il bigliettaio che, con la pancia che strabordava dalla camicia rossa, si faceva largo, con fatica, tra i passeggeri per raccogliere i soldi da tutti.
A volte gli toccava scavalcare i sedili e, quasi, calpestare qualcuno.
Si scusava in un modo per niente convincente, quasi di prassi, ma esibendo un'agilita` eccellente per il suo fisico per nulla altetico.
Scoprii che, con i bambini, non si paga in base al numero di persone, ma a quello dei posti che si occupano: all'andata furono 3 (un intero sedile), al ritorno, tenendoli entrambi in braccio, solo 2.
Mi e` dispiaciuto davvero tanto per quello che e` successo a Rocìo, con i sacrifici che fa per allevare 3 figli da sola.
Mi e` servito per ricordarmi che l'attenzione non e` mai troppa in paesi come questi, dove, spesso, le persone rubano solo per poter mangiare.

lunedì 2 novembre 2009

31.10.09 Antigua-Gautemala

Trovarmi a pochi metri, 3 al massimo, da un fiume di lava incandescente, a 2000 ºC, che scivolava lentamente sul crinale del vulcano, e` stato a dir poco ammaliante. Camminavamo sui pietroni neri di tutte le dimensioni: erano instabili, appuntiti e si potevano rompere al solo peso di una persona. Nel paesaggio lunare, ventate di aria calda ci gonfiavano i vestiti provocando una sensazione di bruciore sulla nostra pelle. Cercando di rimanere in piedi, il mio gruppo, chiamato ¨Pumas¨, e` arrivato per primo ad un centinaio di metri dalla cima del Vulcan de Pacaya che
è situato a circa 30 km dalla capitale ed e` uno dei pochi, forse l'unico al mondo, dove ci si puo` avvicinare a soli pochi metri dai crateri che espellono il magma incandescente.
E' proprio quello che abbiamo potuto fare con l'aiuto della nostra guida, Jose`. Dalla terra usciva una quantita` impressionante di quel liquido denso color rosso fuoco dall'aspetto spietato e minaccioso. All'orizzonte le grandi montagne che ci circondavano erano abbracciate dalle gonfie nuvole bianche che, per nostra fortuna, rimasero lontane, salvandoci dalla pioggia. Il cammino per scalare il vulcano, e` stato piu` duro e faticoso, di quanto io, ed i miei compagni di avventura pensassimo.
Il pulmino e` partito da Antigua alle 14.30 dopo aver fatto il giro di 5 o 6 agenzie di viaggi per raccogliere i partecipanti alla gita. C'erano 3 ragazzi spagnoli, due canadesi, due americane, un francese, un grosso uomo australiano ed una signora sud-africana. Quest'ultima era seduta al mio fianco, nell'ultima fila. Si chiama Ilary ed ha attaccato bottone con me, appena usciti dal centro della citta`. Abbiamo parlato inglese, o, per lo meno, ci ho provato, raccontandoci e descrivendo i luoghi che avevamo visitato in Guatemala. Ha il viso magro e segnato dall'eta` avanzata, la pelle chiara, un taglio di capelli corto e gli occhi azzurri. Il fisico atletico e longilineo la ringiovaniscono e le donano un aspetto molto sportivo. Dall'abbigliamento e l'attrezzatura che portava nello zaino, era facile intuire che fosse una camminatrice esperta. E` stata molto gentile e simpatica e mi ha prestato una torcia, senza la quale avrei fatto molta fatica a discendere il sentiero, a notte inoltrata. Ci e` voluta circa un'ora per raggiungere i piedi della montagna, dove abbiamo incontrato la guida che ci avrebbe accompagnato. Alcuni di noi sono montati a cavallo, per percorrere i 2/3 del cammino, tra questi anche il gigante americano, e devo dire che mi ha fatto un po' pena.....il cavallo!
Prima di iniziare a camminare, Jose` ci ha dato qualche istruzione raccomandandosi, piu` volte, di restare sempre uniti. Quando ci ha annunciato che il nostro nome era ¨Pumas¨, tutti abbiamo preso la cosa molto alla leggera, ingnari che per il gruppo, possedere un nome, si sarebbe rivelato molto importante. Durante la scalata, ho conosciuto Lucas, il ragazzo di Parigi, dai tratti somatici e le origini messicane. E` arrivato ad Antigua solo ieri , viaggia da solo da 2 mesi, e` partito da Citta` del Mexico e sta scendendo lungo il continente fino al Peru`.

A meta` del cammino, quando la fatica cominciava a farsi sentire ed il nostro gruppo si era ormai mescolato a quello delle ¨Panteras¨, ho incontrato Stefano.
Abbiamo fatto subito amicizia ed ho potuto sfogarmi un po' parlando italiano. Ha vissuto per diversi anni in Inghilterra, ed ora sono 4 che sta in Australia, dove pero` non e` sicuro di voler tornare. Con un po' di soldi da parte e la mia stessa passione di conoscere il mondo e` arrivato in Mexico 6 settimane fa, passando prima per Tokyo e poi per New york. Il suo obiettivo e` il Cile e dice di non volersi perdere il carnevale piu` bello del mondo, che avra` luogo in Brasile a febbraio.
Naturalmente, anche lui viaggia da solo e mi ha dato, subito, l'impressione di essere un tipo in gamba e con la testa sul collo. Stasera andremo a bere una birra insieme, cosi` potremo scambiarci notizie utili su Mexico, Guatemala e Brasile. Ho avuto modo di parlare anche in portoghese, con un brasiliano che vive vicino a Recife, dove ho trascorso la maggior parte del mio tempo durante il mio viaggio, in Brasile, di 4 anni fa.
Non avevo mai parlato 4 lingue diverse in un solo pomeriggio. Prima di arrivare al cratere dal versante del vulcano, abbiamo percorso 150 metri di salita ripida affondando le scarpe nella sabbia scura come quella delle spiaggie di Monterrico.
Decine di sassolini mi pungevano i piedi ad ogni passo, ed al posto che avanzare, avevo l'impressione di restare fermo, come se stessi camminando sulle sabbie mobili. Per attraversare la parete rocciosa, Jose` e`andato avanti per primo, raccomandando la massima prudenza e gridando :¨Vamos Pumas!¨. Io sono scivolato 2 volte, non superando la media degli altri ragazzi, fidandomi della stabilita` delle pietre appuntite e graffiandomi entrambi le mani. Molte ragazze avevano un'espressione allibita ed affaticata, che si e` trasformata in gradevole stupore solo alla vista del fiume rosso di lava e dal paesaggio circostante. Al ritorno verso valle, ormai il sole era calato. Una lunga fila indiana di piccole lanterne illuminate discendeva il crinale con estrema cautela e lentezza calpestando le rocce scure che coprivano i fiumi di magma. Jose` ci informo` che le pietre che stavamo calpestando, potevano essere state formate solo da pochi giorni dal raffreddamento della lava ed era per questo che erano cosi` pericolanti. Continuava a gridare:¨Vamos Pumas, vamos!¨ ed ad ogni punto di raccolta ci raggruppava e si assicurava che non mancasse nessuno all'appello. Le sue grida, erano l'unico punto di riferimento che avevamo per restare uniti e non mescolarci con gli altri. In una di queste piccole piazzole, quando il peggio era passato, ci siamo fermati e voltati verso il grande cratere fumante. Si potevano distinguere 3 strisce color rosso fluorescente che decoravano, come ghirlande luminose sull'albero di Natale, il grande vulcano nell'oscurita` della notte.
Una vista dalla scenografia spettacolare!

Sono arrivato a casa alle nove passate, dopo aver aiutato Lucas a ritrovare la strada per il suo Hotel, del quale aveva dimenticato la locazione ed il nome. Ho fatto una lunga doccia, cenato e proseguito nella lettura in spagnolo del mio nuovo libro, intitolato ¨La quinta montagna¨ fantasticando che la montagna desritta dall'autore brasiliano, in cima alla quale vivono gli Dei fenici, fosse proprio quella dove ero stato poche ore prima.

domenica 1 novembre 2009

29.10.09 Antigua-Guatemala

“Ho impiegato molto tempo e ho girato quasi tutto il mondo per imparare quello che so dell’amore, del destino e delle scelte che si fanno nella vita. Per capire l’essenziale, però, mi è bastato un istante, mentre mi torturavano legato a un muro. Fra le urla silenziose che mi squarciavano la mente riuscii a comprendere che, nonostante i ceppi e la devastazione del mio corpo, ero ancora libero: libero di odiare gli uomini che mi stavano torturando oppure di perdonarli. Non sembra granchè me ne rendo conto. Ma quando non hai altro, stretto da una catena che ti morde la carne, una libertà del genere rappresenta un universo sconfinato di possibilità. E la scelta che fai, odio o perdono, può diventare la storia della tua vita.”
Shantaram - Gregory David Roberts

E` cosi` che ha inizio il piu` bel romanzo che abbia mai letto nella mia vita.
1177 pagine dove amore, odio, amicizia, dolore, sentimenti, sofferenza, gioia, tradimenti, sorrisi, lacrime... si mescolano squisitamente in una poesia infinita.
Dale pagine emanano i profumi di Bombay, le parole suonano la musica dell'India. Leggendo si puo` camminare per le strette vie dello slum, immersi tra le baracche, si riescono a vedere e conoscere i protagonisti di questa opera, si puo` vivere al fianco dell'autore un'avventura straordinaria!
Avrei ancora letto altre 1000 di quelle pagine ricche di colori, di sensazioni, vicende avvincenti ed emozionanti. Ci sono voluti 13 anni per scrivere questo capolavoro letterario, ed una vita intera, per poterlo ¨VIVERE¨.

Capita spesso di non sapere cosa regalare ad una persona speciale, di non sapere che cosa potrebbe piacergli davvero. Credo che regalando questo libro a qualcuno, basti solo aspettare che l'abbia finito per poter ricevere i piu` calorosi e sinceri ringraziamenti. Ed e` proprio quello che voglio fare io, ringraziare con il cuore e con tutto il mio amore, Raffaele, Graziella, Veronica, Azzurra e Lorenzo per avermi riempito la vita con questo dono e con la loro amicizia. Un ringraziamento speciale anche a Stefano, il mio amico senza il quale non avrei mai saputo dell'esistenza di ¨SHANTARAM¨. Ho gia` deciso che prima o poi lo rileggero`, cercando di assorbire, in modo piu` completo ed accurato , ogni singola parola, ogni frase, ogni virgola, per godere un'altra volta di questa fantastica lettura.

Dall'inizio di questa settimana di riposo che mi sono concesso qui ad Antigua, dopo un mese di scuola, la mia mente era invasa da una lunga serie di quesiti. Fra tutti prevaleva quello piu` importante:¨ Dove vado? Da dove posso partire per proseguire il mio viaggio in Centro America? Nord, sud, ovest o est? Mexico? Belize? Honduras? ...¨. Continuavo a farmi questa domanda cercando di valutare le diverse opzioni, le distanze, i tempi, la lingua, i soldi. Tutto questo senza riuscire a trovare una risposta.
A volte, avere la possibilita` di poter scegliere quello che si vuole dovendo decidere tra tante alternative, rende la scelta molto piu` difficile di quello che possiamo immaginare.
L'unica cosa sicura, e` che prima di lasciare questa zona, non posso perdermi la gita al Vulcan de Pacaya, dove andro` oggi pomeriggio e tanto meno una tappa al Lago di Atlitan.


Martedi` sera passeggiavo per la citta`, per raggiungere i miei amici al Parque Central. Avremmo mangiato in uno dei tanti ristoranti del centro e concluso la serata al locale ¨Monoloco¨, dove il martedi` sera, si popola di ¨Chiapin¨ (guatemaltechi) e turisti provenienti da ogni parte del mondo, per dare vita ad una festa di musica, cibo e bevande alcoliche.
Ero sereno, tranquillo e rilassato, sapevo che mi aspettava una serata molto divertente. Saltellavo a destra e sinistra cercando di evitare le pozzanghere fangose. Il cielo era coperto da nuvole grigie che solo da pochi minuti avevano finito di versare le proprie lacrime sulla piccola citta` colorata e circondata dai vulcani. Il sole stava gia` dormendo ed i lampioni illuminavano la strada umida e deserta. Ero ancora abbastanza lontano dal centro e mi accorsi di essere completamente solo.
Tra le tante scelte, avevo escluso il Belize, perche` in quello stato la lingua principale e` l'inglese. Il mio spagnolo migliora di giorno in giorno e per esempio, ieri sera sono andato a vedere il film del mercoledi` sera alla Coperazione Spagnola: un film drammatico, intitolato ¨Ti do i miei occhi¨, prodotto in Spagna e girato a Pamplona. Sono riuscito a capire praticamente tutto, perdendomi solo qualche frase. Ammetto di aver fatto molta fatica, perche` gli spagnoli parlano molto velocemente e con un accento molto diverso a quello del Guatemala. Sono comunque uscito molto soddisfatto, sia di me stesso, che del film molto toccante.

Fino a due settimane fa, avrei necessitato dei sottotili in spagnolo per riuscire a a non perdermi i momenti salienti della pellicola. Ho iniziato anche a leggere un libro di Paulo Coelho, regalatomi dalla mia maestra di spaognolo, Aura. Dopo un po' di difficolta` nelle prime righe, ho proseguito con una certa facilita` e disinvoltura traducendo ed imparando le parole che non conoscevo utilizzando solo il contesto della frase. Non voglio smettere proprio ora, nel momento in cui, credo, che con un po` di studio e con tanta pratica, in poco tempo potro` raggiungere un buon livello di conoscenza parlata e scritta di questa lingua che tanto mi affascina.

Avevo cosi` ridotto le possibilita` di itinerario, semplicemente a NORD e SUD: MEXICO o HONDURAS. Qualcosa dentro di me, mi disse che quella decisione, che avrebbe segnato il destino del mio viaggio, era troppo difficile ed importante per essere presa da solo. Avevo bisogno di aiuto, di qualcosa o qualcuno che mi dicesse esattamente cosa fare e dove andare, senza indurmi a pensare ulteriormente, senza darmi opzioni! Mi sfilai il portafoglio dalla tasca posteriore dei jeans e tirai fuori una moneta da 1 Quetzal. La osservai per la prima volta con attenzione e senza pensare decisi che la faccia dove e` rappresentato il simbolo della bandiera del Guatemala, con i due fucili incrociati, un Quetzal appollaiato su un ramo, e la pergamena con su scritto :` Libertad 15 de septiembre de 1821` mi avrebbe portato al nord, in Mexico. L'altra, con la scritta `Paz`, a sud, verso Honduras e Nicaragua.
La lanciai in aria con forza, colpendola con il pollice della mano sinistra. La grossa moneta dorata , roteava brillando nell'aria, per 10, 100, 1000, volte il mio destino cambiava, andando in direzioni opposte. Rimbalzo` sui ciottoli bagnati dalla pioggia, suonando come un campanellino. Sentivo il cuore battere forte, la raccolsi e la avvicinai ai miei occhi nella penombra, per scoprire, ed accettare impotente, la sua decisione.
Per la prima volta, inconsciamente, pensai in spagnolo : ¨Muy bien, vaya para el Mexico!¨.
Felice e soddisfatto, con un `problema` in meno, raggiunsi i miei amici e mi godetti una splendida cena a base di carne, fagioli, ed insalata.

Il programma consiste, quindi, nel trascorrere 'ultimo fine settimana qui, ad Antigua dove mi hanno pregato e consigliato di restare per partecipare alla grande festa di sabato sera: Halloween! Sembra che l'influenza statunitense, negli ultimi anni, l'abbia fatta diventare un' importante occasione per passare una notte intera per in giro per i locali della citta`.
Martedi`, partirò per Panajachel e visitare i villaggi del Lago di Atlitan, per circa una settimana. Tornato a Pana, prenderò un bus diretto al confine con il Mexico a nord-ovest e da lì arriverò a San Cristobal de Las Casas.
Sono consapevole che tutto questo potrebbe cambiare all'ultimo minuto, pero` per lo meno adesso ho un obiettivo ben definito!