Il più importante lago del Guatemala non avrebbe potuto accogliermi in un modo migliore: con il piccolo paese di San Pedro che mi aspettava a braccia aperte e mi ha fatto sentire subito a casa.
Dopo tre ore di pulmann dalla mia partenza da Antigua, sono arrivato a Penachajel: la cittadina da dove partono tutte le barchette dirette ai villaggi che costeggiano il lago. Tra tutti questi, scelsi San Pedro: ne avevo sentito parlare molto bene e mi era stato indicato, anche, come il più economico. Sulla "lancia" conobbi Stefhan, un ragazzo canadese che, nel febbraio di quest'anno ha comprato un ristorante ed ha deciso di trasferirsi qui.
Un uomo, seduto alle mie spalle, con un cappello di paglia ed una camicia color sabbia, mi guardò, con uno sguardo leggermente strabico e mi sorrise mostrandomi i suoi denti d'oro e, con fare gentile, mi porse il suo biglietto da visita. Era un semplice biglietto di carta con stampati su i dati del suo albergo. Mi disse che, sia Stephan, sia la signora seduta di fronte a lui , straniera, ma ora residente a San Pedro, erano stati suoi clienti. Entrambi annuirono e mi confermarono che il posto era pulito e godeva di un'ottima vista sul lago.
Attraccammo al porticciolo e, subito, tre guide autorizzate, ci vennero incontro cercando di convincerci a seguirli in uno dei tanti hotels del villaggio.
Decisi di seguire il padrone dell'albergo e poter valutare la sua offerta. Camminammo per circa 10 minuti per la piccola e ripida stradina del paese, fino ad arrivare ad un centinaio di metri sopra il livello del lago chaimato "Peneleu". Mi disse che c'erano stanze da 15, 20 e 25 qtz, che si trovavano, rispettivamente, al 1^, 2^ e 3^ piano. Riuscii ad ottenerne una al terzo per 20 Qtz al giorno, circa 1,60 Euro! - Letto matrimoniale, acqua calda, bagno privato ed una terrazza di 30 m^ dalla quale si può ammirare il maestoso lago di Atlitan. Ero cosciente ed entusiasta per avere appena fatto un affare. Pagai subito per 4 notti anticipandogli che, forse, la mia permanenza si sarebbe potuta prolungare.
Divido la terrazza con un ospite della stanza accanto alla mia: si chiama Jan Luc, ha superato la quarantina.
Dopo aver sistemato le mie cose ed aver fatto la sua conoscenza, sono andato, dietro suo invito, a fare un giro in centro con lui. Jan Luc è qui da un mese; è nativo della Normandia, ma viveva a Parigi. Questa è la terza volta che viene in Centro America, ma questa, dice lui, ci è venuto per restarci per sempre. E' di corporatura media, ha i capelli brizzolati e gli occhi azzurri. Ha appena terminato un corso di Spagnolo, simile al mio e se la cava abbastanza bene.
Mi ha fatto da guida nel villaggio arroccato su di un promontorio, affacciato sul golfo e ad ovest del lago. Tra le piccole e strette viuzze che passano tra casette colorate, è molto facile perdere l'orientamento.
Il lago bagna tutti e tre i lati del promontorio e, per orientarsi, bisogna avere dei punti di riferimento. Uno tra tutti è la montagna dall'altra sponda dove le punte disegnano nel cielo il perfetto profilo di un uomo con i lineamenti Maya, disteso ad ammirare le stelle. Lo chiamano " el nariz del Indio " (il naso dell'Indio) e, di notte, i lineamenti sono ancora più definiti e non occorre alcuna immaginazione per vedere quella figura "disegnata" dalla natura.
Dopo avermi fatto da guida e spiegato come muovermi in San Pedro, mi invitò a fare un giro a cavallo. Naturalmente, accettai, pur ricordando che l'esperienza di circa due anni fa non fu un gran successo , nè per me, nè per le mie natiche e, forse, nemmeno per il cavallo.
In riva al lago, Francisco, la nostra guida, ci fece montare a cavallo e ci incamminammo, adagio, lungo un sentiero che costeggia la riva. Jan luc conduceva il gruppo con il suo cavallo maschio di color marrone e robusto. Io montavo Cugneca, una cavalla di 12 anni dal pelo brizzolato. Francisco chiudeva la fila e mi rassicurò che erano tutti cavalli ubbidienti, ben addestrati e che conoscevano a memoria il cammino.
Iniziai a prendere un po' di confidenza con il mio ronzino, gli accarezzai il muso diverse volte e gli diedi qualche pacca sul collo per instaurare un contatto con la giumenta ( come ho letto sul "mio" libro Shantaram ).
Non mi diede, mai, motivo di avere paura,; rispondeva ad ogni mio comando meglio di una motocicletta ed iniziai a divertirmi, appena usciti dal centro abitato. Percorremmo alcune centinaia di metri su di una strada sterrata, in pianura.
Azzardai, addirittura, un po' di trotto, seguito da qualche secondo di galoppo. Entrammo nella foresta per il sentiero di una delle montagne che circondano il lago. La vista era magnifica, gli animali erano tranquilli e procedevano con cautela e con molta sicurezza. Dopo una pausa per qualche foto al panorama, la prima ora era volata e ci incamminammo per il ritorno.
In quel tratto di strada pianeggiante, sentendomi più sicuro mi misi alla testa del gruppo e cominciai a galoppare, distaccando i miei compagni. Era una sensazione incredibile: mi sentivo tuttuno con l'animale. Sapevo che, se avessi voluto rallentare, non avrei dovuto fare altro che tirare con forza le redini verso di me ed il cavallo si sarebbe fermato. Quello era l'ultimo dei miei desideri, al contrario, colpii, con entrambi i talloni, la mia esperta e fidata giumenta, lasciando le redini lente e reggendomi forte alla sella con la mano sinistra.
Cugneca non si fece pregare e galoppava sempre più veloce. Mi mancavano solo un cappello ed una pistola per potermi sentire un vero cowboy. Dovetti fermarmi ad aspettare i miei compagni che erano rimasti indietro un paio di curve. Accarezzai, nuovamente, la mia cavalla per ringraziarla del divertimento : il pelo grigiastro era impregnato di sudore e, per questo, il mio gesto affettuoso durò solo pochi istanti. Dopo avere pagato e ringraziato Francisco, Jan Luc ed io tornammo a casa, piuttosto indolenziti.
Cenammo sulla terrazza di un ristorante, vicino al porticciolo dove, poche ore prima, ero arrivato. Senza pranzo, spinti dalla fame, ci lasciammo andare con le ordinazioni e, così, riuscimmo a fatica a terminare quelle abbondanti pietanze.
Parlammo di viaggi, libri, musica, donne.....argomenti nei quali Jan Luc si perdeva con il suo accento francese che rendeva le lunghe frasi ritmate e spezzettate.
Mi disse che, prima di rientrare, voleva salutare alcune persone e, così, facemmo una tappa al chiosco di tortillas del suo amico Alfredo e della moglie Sonia. Lei, nascosta dal fumo che si alzava dalla piastra incandescente, cucinava della carne; lui giocava a carte con la figlia di 11 anni, la più grande. Giocammo anche noi per più di un'ora con loro, ad un gioco simile alla nostra Pinnacola, ma con le "mani" più rapide e con le regole più semplici. Sonia aiutava, a turno, me e Jan Luc mentre la figlia minore, Julia , saltellava intorno al tavolo canticchiando con una voce deliziosa.
Sono felice di aver fatto la conoscenza di questa famiglia: sono persone semplici, accoglienti e sincere come piacciono a me, con le quali mi sento a mio agio.
Credo che tornerò a trovarli al più presto per conoscerli meglio e per provare la cucina casalinga di Alfredo che il prossimo febbraio andrà in Mexico per ottenere il certificato da cuoco.
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