ITINERARIO

ITINERARIO

Il mio viaggio

37 giorni, 1 ora, 9 minuti e 51 secondi....... Adesso è questo il mio calendario, non esistono più giorni della settimana, non esiste giorno e notte, niente pranzo e cena. Solo il tempo.
Se ne va veloce, corre senza voltarsi indietro, non mi lascia riposare, non mi aspetta, nemmeno se lo imploro. Pensavo di averne ancora molto, pensavo di poter sbrigare tutto con calma. Mi sbagliavo, tutto di un tratto il cuore mi batte forte, i pensieri si accavallano,l e emozioni rimbalzano dentro di me come una pallina in un flipper.
Manca poco più di in mese, poi , finalmente, partirò! Volo BA 2545 06 settembre 2009,ore 07.30 Roma FiumicinoLondon Gatwick
Volo BA 2157 06 settembre 2009,ore 10.40 London Gattwick – Antigua
Volo AA 5053 17 settembre 2009,ore 07.16 Antigua – San Juan
Volo AA 0973 17 settembre 2009,ore 13.25 San JuanMiami Intl
Volo AA 2125 17 settembre 2009,ore 21.25 Miami intl – Guatemala City.
Questo è il mio itinerario per arrivare in Guatemala.

Lo so, è un po' lungo e se lo leggo mi viene da ridere. Ripenso al quel giorno, 26 marzo 2009. La settimana prima mi ero messo in contatto con la scuola di spagnolo ad Antigua, in Guatemala, per avere informazioni e mi ero fatto fare un po' di preventivi per il biglietto aereo. Navigavo su internet guardando foto del centro America , leggevo racconti di viaggio e mandavo qualche email alle agenzie. Stavo sognando, sognando ad occhi aperti. Mi stavo organizzando ma ancora non c'era niente di sicuro; nemmeno io ero sicuro. Mi alzo alle 9.00, sono solo in casa e sembra essere un giovedì come tanti altri. Ormai è da molto tempo che penso a questo viaggio, ne ho parlato con qualcuno, per avere delle opinioni a riguardo, ma sembra che nessuno capisca davvero il vero motivo e l'importanza del mio progetto. Preparo un tè e mentre aspetto che si raffreddi faccio una doccia. Mi sento bene,passo quasi 10 minuti sotto l'acqua e mi rilasso. Martin Jondo è in salotto che suona per me 'Jah Gringo' (http://www.youtube.com/watch?v=j25kZ4dskys&feature=related) e mi vengono in mente tanti ricordi. Ricordo l'estate passata, i miei viaggi a Madrid, Valencia, FuerteVentura, Barcellona, New York . Così comincio a guardare le foto che non vedevo da tanto tempo.

Sono dell'idea che questa storia del digitale abbia un po' rovinato il piacere di guardare le foto,perché se ne fanno troppe si lasciano sul pc e non si guardano mai. A me piacciono gli album, da poter sfogliare, da far vedere agli amici quando vengono a casa, dove ci sono quelle migliori ma anche quelle venute un po' male che però dispiace buttare via. Il cd va avanti ed io mi perdo nelle immagini delle spiagge, del mare, del cielo, dei palazzi.....penso a quanto stavo bene quando ero là e a come riuscivo ad essere me stesso, mi sentivo libero.

Così, d'un tratto, scatta qualcosa dentro di me, non penso più, mi lascio andare, mi vesto, prendo le chiavi dello scooter e mi precipito in banca. Prelevo i soldi necessari, vado a San Giovanni in agenzia, entro e dico che voglio fare un biglietto per Antigua! Lo voglio aperto 6 mesi e pago una tassa per poterlo prolungare fino ad un anno.
Avevo aspettato per tanto tempo quel giorno, avevo passato intere serate a chiedermi quando sarebbe arrivato il momento giusto per farlo............poi............. mi sono reso conto che il momento giusto per fare qualcosa di importante per noi stessi siamo noi a crearcelo, siamo noi a volerlo. Se aspettiamo che siano le persone, le situazioni, i soldi, il lavoro, tutti i fattori che ci circondano a plasmare il momento appropriato per realizzare i nostri sogni, non ci riusciremo mai.

Pago,ringrazio ed esco.

Stringendo forte con la mano la busta di plastica arancione con dentro il foglio che mi avrebbe cambiato la vita, passo attraverso la gente e penso che nessuno sa quello che ho appena fatto. Il cuore va a mille km all'ora e le gambe a duemila. Monto sullo scooter e parto, la strada di ritorno mi sembra infinita, vorrei che non cessasse mai qual momento, in mezzo alla statale comincio a gridare, come un ragazzino sulle montagne russe, nessuno può sentirmi, nessuno se ne accorge, quell' istante è solo mio, e io grido, grido più forte che posso. Mi lacrimano gli occhi dalla gioia. Non ho pensato se fosse giusto o sbagliato, se costasse troppo o troppo poco, non ho pensato come avrei fatto con il lavoro, con mia sorella, con la casa, con la macchina e tutto il resto. L'unica cosa alla quale ho pensato è che io lo volevo davvero!


Il giorno seguente comunico a mia sorella Giorgia la mia decisione e lei si dimostra entusiasta per me. Sa che quello che sto per fare è la realizzazione di un sogno, di una passione che va al di là di tutto il resto. Tra di noi c'è un rapporto molto forte e percepisco in lei anche un po' di tristezza perché si rende conto che non ci vedremo più per molto tempo. Mi metto subito in contatto con la scuola in Guatemala ed informo Sarita, colei che si occupa della gestione dei corsi di spagnolo, che il mio giorno di arrivo è il 6 di settembre. Scelgo di alloggiare in una famiglia perché credo che sia il modo migliore per potersi integrare pienamente con la cultura e le usanze del posto, la informo che frequenterò la scuola per un mese e poi partirò per visitare il centro America.
Trascorro una settimana a fantasticare su tutto quello che farò e che vedrò, mentre aspetto con ansia che torni mio fratello Simone dal Messico per poterlo dire anche a lui. Tutti i giorni controllo la mia email aspettando una risposta da Sarita. Finalmente arriva! Ricevo una email dove viene ben descritto tutto quello che è compreso nella quota (molto più conveniente rispetto ad altre associazioni simili) che dovrò pagare una volta arrivato in Guatemala.
"Encluidos: Trasporto dall'aeroporto di città del Guatemala ad Antigua il giorno 6 september (hora 14.00)Corso di lingua spagnola 5 giorni a settimana (lunedì-venerdì) - 4 settimane - fino al 3 de octubre 2009alloggio 4 settimane in famiglia con pensione completaAssistenza da parte dell'agenzia di Walter per ogni cosa tu abbia bisogno . Ritorno in areoporto il 3 ottobre (o seguenti)Per ora ti viene chiesto un anticipo del 10%.Se ti va bene il preventivo ti mando il voucher di prenotazione.Le famiglie che utilizziamo sono tutte nel centro di Antigua. Ottima scelta quella di soggiornare presso di loro, si aiuta la popolazione locale e si capisce come è la vita in centro america. Bravo!!! "
La leggo un paio di volte, poi vado a prendere il mio biglietto nel cassetto del comodino in camera da letto, lo apro e li mi sorge un enorme dubbio!!! Se io ho in mano un biglietto per Antigua, a cosa mi serve il trasporto dall'aeroporto di città del Guatemala ad Antigua? In quel momento mi si gela il sangue nelle vene, gocce di sudore cominciano a scendermi sulla fronte. Vado su google, scrivo : Antigua Guatemala aeroporto. Cosa scopro? Che ad Antigua in Guatemala non c'è nessun aeroporto!!!! No, non ci posso credere! Ma allora ho fatto il biglietto sbagliato! Impossibile! Ma per dove ho fatto il biglietto allora? Dove atterrerò?

Scrivo Antigua su google ed eccomi qua, http://www.google.it/search?hl=it&q=antigua+&meta= una piccola isola dei Caraibi della quale io non ero a conoscenza nemmeno dell'esistenza. Incredibile!
Mi fiondo in agenzia per avere spiegazioni, mi dicono che loro non possono più fare niente per me, la compagnia aerea, se annullassi il biglietto, mi rimborserebbe solo una piccola parte dell'importo e farne un altro diretto da Roma a Guatemala City costerebbe molto di più. Torno a casa, racconto tutto a mia sorella e comincio a pensare a come il non sapere le cose nella vita, a volte ti possa danneggiare. Il mattino seguente trovo un biglietto sul tavolo della cucina,era di mia sorella:

" buon giorno, lo so che è dura alzarsi alle 5 del mattino per andare a lavorare, ma pensa che tra un anno a quest'ora sarai dall'altra parte del mondo...chissà dove, chissà con chi! Anche se c'è stato quest'intoppo del biglietto vedrai che il tuo sogno andrà avanti, basta essere determinati, e tu lo sei! Sei forte! Ti voglio tanto bene e non smetterò mai di dirtelo, sei il mio fratellino speciale e non so come farei se non ti avessi vicino! Intendo nel cuore, con i sentimenti. Non ha importanza la distanza fisica,se c'è di mezzo il bene che ci vogliamo! Buon lavoro. Un bacio. Giorgia."

Questo messaggio mi ha dato molta forza, mi ha fatto pensare che se ho sbagliato, devo pagarne le conseguenze e quindi devo andare ai Caraibi! Ho cominciato a contattare persone di Antigua-Barbuda nella speranza di trovare una sistemazione ad un prezzo accessibile. L'isola è carissima e non esistono ostelli o pensioni. Con un po' di fortuna ho trovato un resort vicino al mare a 45 $ a notte dove alloggerò per 10 giorni. Ho fatto il biglietto per il 17 settembre da Antigua a Guatemala City e la somma dei due biglietti è risultata uguale all'importo di un biglietto diretto dall'Italia per il Guatemala. Ho comunicato l'inconveniente a Sarita, senza entrare nei dettagli, per non fare brutta figura e lei mi ha risposto che non c'erano problemi,avrebbe rimandato tutto di 10 giorni.
Così ho preso questa vicenda con filosofia ed ottimismo, forse era destino.

Poi....... in fin dei conti........ si sta parlando di andare 10 giorni in un'isola dei Caraibi, non è poi così male.....


E' per questo motivo che ho cominciato a prendere lezioni private di inglese, per riuscire a cavarmela in quei 10 giorni. A proposito, si è fatto davvero tardi, sono le 2.35 del mattino ed io alle 10 ho lezione, è meglio che vada a dormire.

martedì 30 marzo 2010

19.03.2010 - Utila - Honduras


Il soggiorno di due notti a San Pedro Sula non fu particolarmente piacevole. Questa metropoli, più grande della capitale Tegucigalpa, è sporca, maleodorante ed estremamente caotica. I rifiuti sono ammucchiati per le strade ed i sacchi vengono morsicati e strappati dai cani randagi; il puzzo si mescola a quello dei gas di scarico ed all'acre odore che proviene dai moltissimi fast-food.
Gli automobilisti sembrano impazziti e suonano i clacsons in continuazione per fastidiose decine di secondi.
A parte la grande Cattedrale nella piazza centrale ed un piccolo e spoglio mercato dell'artigianato, non ho trovato niente di interessante. Non sono riuscito a sentirmi a mio agio: non mi piacevano gli sguardi, mi sentivo osservato e, a volte, addirittura seguito. Qualcuno mi fermava per strada gridando qualcosa in un Inglese incomprensibile; mi chiedevano di cambiare soldi, di comprare droga.
La gente non era disponibile a dare informazioni e, con ogni taxista, dovevo contrattare prima il prezzo per non essere fregato. Approfittai di quella città solo per comperare una macchina fotografica dopo aver cercato, invano, qualcuno in grado di riparare la mia. Dopo qualche giro nei negozi del centro riuscii a concludere un vero affare.

L'unica cosa davvero emozionante fu quella di uscire indenne da un incidente molto singolare.

Nel tardo pomeriggio salii su uno delle migliaia di pulmini che, a tutta velocità, percorrono le strade della città trasportando il maggior numero di passeggeri possibile. L'addetto ai biglietti, durante il percorso, deve scendere parecchie volte e timbrare un cartellino di cartone (appeso alle fermate) sul quale viene stampata l'ora ed il luogo. Questa incombenza obbligherebbe gli autisti a non fermarsi troppo agli stop, ma per raccogliere il maggior numero di passeggeri, si fermano lo stesso e poi tentano di recuperare, in velocità, nel traffico più che intenso, quei minuti preziosi.
Il pulmino era giallo e decisamente malandato. Era diretto al grande centro commerciale a 5 piani, poco fuori dal centro, unico luogo dove si possa stare al sicuro, la sera, mangiare qualcosa o vedersi un film al cinema.
Il bigliettatio aveva circa la mia età; capelli riccioli, carnagione scura ed un aspettto molto sporco. In continuazione, con una frequenza irritante "tirava su dal naso" e muoveva le mandibole in modo strano. Era completamente fatto di cocaina e chissà cos'altro. Quando partimmo, anche senza vederlo in viso, mi accorsi che l'autista era nelle stesse condizioni. Guidava come uno fuori di testa accelerando e franando bruscamente zizagando tra le altre auto. Una signora, molto intelligentemente, scese dopo una sola fermata imprecandogli contro.
Durante una frenata, un uomo seduto su di un instabile seggiolino, finì, addirittura, per terra.
Quando la folle corsa, finalmente, terminò scendemmo in molti alla fermata . Con la coda dell'occhio vidi salirci una donna con tre bambini. Mi preoccupai per lei, avrei voluto poterla avvertire, ma non sapevo come. Mi incamminai verso il centro commerciale, ma dopo pochi secondi, sentii alle mie spalle un grandissimo tonfo, l'infrngersi di vetri che cadevano a terra e le urla di un uomo. Mi girai e vidi la scena: un grande tir bianco che no credo potesse passare da lì, si era impigliato con la parte superiore dell'abitacolo ai cavi della luce sradicando, completamente, uno dei pali in legno scaraventandolo sul parabrezza anteriore del pulmmino, ancora parcheggiato. Spaccò il vetro e piegò in due il telaio mentre i cavi pendolavano nell'aria scintillando. Fortunatamente, l'autista ed il ragazzo erano scesi. Mi sentii sollevato quando realizzai che nessuno si era fatto male: vidi la signora con i bambini scendere dal bus correndo terrorizzata ed inconsapevole di ciò che era successo.
In pochi secondi si creò un assembramento di persone e l'atmosfera cominciò a surriscaldarsi, pensai così di andarmene e mi incamminai verso il centro commerciale. Quando mi trovai al sicuro, lì dentro, comincia a farmi alcune domande:" E se il tir fosse arrivato 30 secondi prima? E se avessimo dovuto caricare più persone e avessimo tardato?" Avrebbero potuto farsi male molte persone, tra le quali, io.
La sera, prima di dormire, ho ringraziato Dio per avere, ancora una volta, vegliato su di me.

14.03.2010 - Punta Gorda - Belize

Non solo non sono riuscito ad arrivare sull'isola di Utila in Honduras in un giorno, ma non sono nemmeno riuscito ad uscire dal Belize. Alla stazione degli autobus di Belize City, un signore molto gentile mi ha dato tante informazioni dimenticandosi, però, qualche piccolo dettaglio. Mi ha fatto prendere il bus diretto a Punta Gorda, la città più a sud del Belize.

Secondo lui avrei dovuto scendere a c.a 2/3 del percorso, ad Indipendence da dove, con una lancia, in 15 minuti sarei arrivato a Placencia che è una piccola località turistica situata sulla punta di una piccola e stretta penisola. Da lì avrei preso una barca che taglia a metà il Golfo di Honduras arrivando direttamante a Puerto Cortes. Avrei, così, evitato di entrare in Guatemala e cambiare tanti mezzi per arrivare alla città di La Ceiba, da dove partono le barche dirette a Utila. Nulla di tutto questo è successo......

Partii da Belize City in direzione sud verso Placencia, circondato da un paesaggio tropicale verde chiaro. Dopo più di tre ore di viaggio, il ragazzo dei biglietti che era a conoscenza della mia destinazione, mi fece cenno di scendere indicandomi un altro pulman fermo sul ciglio della strada, rivolto nella direzione opposta , con la scritta "Placencia". Pensavo di dover prendere una barca, ad Indipendence, invece... Non avendo molto tempo per pensare, raccolsi le mie cose e cambiai bus. Dopo qualche km verso sud, tornando verso Belize City, svoltammo a destra. Percorremmo tutta la penisola, sempre verso sud; potevo vedere il mare sia a destra che a sinistra.
La costa rivolta verso l'Oceano Atlantico è una lunghissima spiaggia caraibica di sabbia bianca con infinite villette, piccoli hotels, case ed un paio di villaggi turistici.
Una, qualsiasi, delle piccole palafitte di fronte alle abitazioni, ad una 30ina di metri dentro l'acqua, con le amache e le sdraio di legno colorate, potrebbe partecipare al concorso "Il posto più rilassante del mondo".
A Placencia entrai in un centro per le informazioni turistiche e per le immersioni dove Bernabè, un ragazzo che ci lavora, mi informò che la barca per Puerto Cortez c'è solo una volta alla settimana, di venerdì. Fu molto gentile e disponibile e mi diede un sacco di informazioni, compreso il contatto di uno spagnolo che vive sull'isola di Utila.
Alla fine, così, ho preso la famosa barchetta , in direzione opposta, per raggiungere Indipendence da dove sono salito sul bus per Punta Gorda PER LA SECONDA VOLTA.

Ci sono arrivato nel tardo pomeriggio, l'ultima barca per entrare in Guatemala era alle 16.00, ed io l'ho persa. Ho trovato da dormire in un posto un po' fuori dal centro, se così si può definire, mi sono informato sugli orari per domani, ho mangiato un hamburger di pesce in un ristorante cinese, camminato a lungo per le vie deserte di questo paesino e sono tornato in camera. Per le strade non c'è quasi nessuno, tanto da sembrare una città fantasma. C'è solo qualche uomo di colore, che saluta in modo amichevole, ma poi capisci che vuole solo venderti droga, proprio come succedeva a Cayo Caulker.
Una ragazza del Nicaragua, completamente sotto l'effetto di cocaina ed altro, mi ha fermato, ma dopo aver parlato con lei qualche minuto, senza essere scortese, ma con decisione mi sono liberato della sua presenza.
Può suonare strano "ristorante cinese", qui. In realtà lungo tutta la costa caraibica per lo meno del Belize, i cinesi hanno il monopolio dei mini-market e, ad esempio, a Cayo Caulker ci sono, almeno, sei ristoranti cinesi dove cucinano, per lo più hamburger, patatine e pollo fritto a prezzi leggermenti più economici di altri.

Ora, leggerò un po' e poi proverò a dormire. Domani...............si va in Honduras!

mercoledì 24 marzo 2010

13.03.2010 Cayo Caulker - Belize


Arrivai qui con l'intenzione di frequentare il corso avanzato di SUB, prima di recarmi in Mexico, sulla Costa Maya e fare immersioni ad una profondità superiore ai 18 metri, come il mio brevetto attuale mi consente. Però...........non c'è un solo manuale in Spagnolo nè su quest'isola nè su quella vicino. Optai, così, per un pacchetto che, senza alcun corso, comprende 5 immersioni in due giorni, una delle quali nel famoso Blue Hole.
Il primo giorno mi divertii molto in entrambe le immersioni: conobbi Miguel, un informatico quarantenne di Madrid, qui in vacanza per due settimane con sua moglie. Il gruppo era formato da 20 partecipanti più l'istruttore, 3 dive-master come assistenti ed il capitano della barca.
Abituato ad avere le attenzioni di Luca e Tonio (a Huatulco) dovetti imparare a cavarmela da solo, prepararmi l'equipaggiamento per essere pronto quando si trattò di entrare in acqua. Ci divisero in 4 gruppi. Appena infilai la testa sott'acqua mi resi conto che sarebbe stata un'esperienza diversa da quelle precedenti, nel Pacifico.
La visibilità era di c.a. 50 m, rispetto ai 7 di Huatulco delle ultime 2 immersioni. L'acqua era cristallina e l'ambiente molto luminoso: tutto sembrava più grande! Mi trovavo in un enorme parco di luci e colori. I coralli, come fiori in un giardino, sfoggiavano tinte incredibili ed erano circondati da pesci tropicali di tutte le forme e dimensioni.
Un'aquila marina (pesce simile alla razza) di almeno 2 metri, si stava avvicinando lentamente. Si muoveva con grazia e sembrava che stesse volando muovendo lentamente le grandi "ali". Mi passò molto vicino e, con classe aristrocratica ed in modo vanitoso, mi mostrò il suo dorso blu notte tempestato di tondini bianchi che sembravano ricamati a mano come su di un tappeto persiano. Vidi una coppia di barracuda lunghi più di 2 metri che, immobili dietro una roccia, probabilmente, riposavano dopo il pranzo.

Entrambe le immersioni ebbero esiti molto positivi e mi lasciarono incredulo ed affascinato dalla bellezza di quel mondo incantato, pulito, limpido, vivo, ricco stupefacente....un mondo a dir poco, MERAVIGLIOSO!

Nell'intervallo tra le 2 immersioni, durante le pause necessarie per eliminare la quantità di nitrogeno accumulato, facemmo snorkley vicino alla barca, in una zona con una densità molto alta di vita marina. Durante quella mezz'ora vidi, per la prima volta, uno squalo. No so bene il nome esatto della razza: poco più di in metro, scuro, con le pinne laterali lunghe e si aggirava con aria disinteressata,
quasi da turista.

Nella seconda immersione, una grande e bellissima tartaruga, arrivò con il muso a pochi cm dalla maschera di un ragazzo che, se non avesse avuto il regolatore d'aria in bocca, probabilmente, l' avrebe baciata.

Tornai a casa molto felice, sia perchè mi ero divertito ed anche perchè mi rendevo conto che, ogni volta, acquisivo maggiore padronanza e sicurezza con il mio equipaggiamento ed il mondo marino. Mentre ammiravo il tramonto, seduto su di un molo, ripensavo alla fantastica giornata e fremevo, in attesa di quella successiva.

.............Sveglia alle 5, ritrovo alle 5:30, partenza con la barca alle 6:15, arrivo al Blue Hole alle 8:00.
Il numero dei partecipanti si era dimezzato e ciò mi rese felice perchè il clima sulla barca era meno caotico e più rilassante. Feci subito amicizia con Federico e Mayeul (versione francese di Manolo). L'italiano vive e lavora in Tunisia; è in vacanza per 2 settimane e proviene da Cancun, dove prenderà il volo di ritorno martedì sera. Il francese è quasi arrivato alla fine di un lungo viaggio iniziato 8 mesi fa, in Argentina. Aveva progettato di arrivare in Alaska, ma gli mancano due mesi per tornare a casa e non è ancora nemmeno riuscito ad entrare in Mexico, ma io, capisco perfettamente il suo ritardo.

Ormai era chiaro che il nostro livello di certificazione per le immersioni non avesse, praticamente, alcun valore, come ho sentito dire, con l'OPEN WATER, cioè il mio attuale, in tutto il mondo ti fanno scendere ad una profondità maggiore di 18 metri.
Il giorno prima ero arrivato a 28 e sapevo che stavo per raggiungere i 40. Nuotando per c.a. 100 m in superficie, raggiungemmo l'interno del grande buco e cominciammo a scendere. Io ero il primo a seguire l'istruttore: non volevo trovarmi in mezzo al gruppo dove ho scoperto, a mie spese, che è molto facile prendersi una pinnata o una manata involontaria del tuo vicino, a causa del campo di visibilità ridotto dalla maschera. Ci avvicinammo all'enorme parete di corallo bianco "sporco"; la visibilità non era eccezionale: 15-20 c.a.. Sotto di me vedevo l'oscurità degli abissi sprofondare verso il centro della terra, lungo l'infinita parete rugosa adornata da stalactiti lunghe 20 m, dal diametro di una quercia della giungla Maya.
Raggiunta la massima pèrofondità, l'istruttore mi fece cenno di proseguire ed iniziare a salire, lentamente, lungo la parete. Così, in testa al gruppo, cominciai a fare lo slalom tra le stalactiti e le rocce che sbucavano come le enormi braccia di un gigante. Mi sembrava di essere su di un altro pianeta ed ero incredulo nell'ammirare quello scenario unico al mondo! Durante questa immersione, l'istruttore ed il suo assistente furono molto più scrupolosi ed attenti del solito: battevano sulle loro bombole con piccole barrette metalliche attirando, continuamente, la nostra attenzione, ci contavano di continuo e si assicuravano che nessuno si allontanasse. Risalendo in superficie, l'acqua si fece più chiara e luminosa e la visibilità aumentò. Ero concentratissimo sull'esperienza appena fatta e non vedevo l'ora di poterla raccontare a qualcuno. Nuotavo tranquillo, davanti al gruppo, a c.a. 15m di profondità, vicino al fondale di sabbia bianca quando, all'improvviso vidi, di fianco a me, a qualche metro di distanza, un muso squadrato; subito dopo, gli occhi scuri e profondi e, poi, tutto il suo corpo, lungo 2 m - sicuramente era più grosso di me. Si stava avvicinando, ma non sembrava diretto nella mia direzione: era uno squalo!
"Cazzo! questo è uno di quelli veri" gridai nella mia mente. Era il tipico squalo grigio, con i contorni della bocca bianchi, il muso allungato e lo sguardo minaccioso. Il suo modo di nuotare , di muoversi, la sua espressione da duro, lo sguardo fermo, il suo corpo imponente, le squame, ogni caratteristica lo rendeva il padrone assoluto di quel territorio, il più cattivo, spietato e pericoloso re del mare. Come un leone nella savana, si aggirava, indisturbato (quasi) alla ricerca di cibo.
Mi assicurai che non fosse un'allucinazione e mi voltai di scatto per avvisare i miei compagni. Non mi avevano ancora raggiunto tutti e vidi solo Manolo che veniva verso di me e, dietro di lui, ad una decina di metri, ne vidi un altro che lo stava seguendo, senza che lui lo sapesse. Mi voltai di nuovo, per controllare il "mio" ; mi passò a fianco senza, per fortuna, prendermi in considerazione. Dopo qualche minuto arrivarono gli altri miei compagni e, con loro, altri squali: erano dappertutto: a destra, a sinistra, di sopra, di sotto - non potevo crederci, non VOLEVO crederci. Non c'era nessun vetro di acquario, nessuna gabbia, nessuno schermo 3D, era tutto vero, tutto semplicemente incredibile! Stavo, davvero, nuotando in mezzo agli squali! Ero consapevole, che in qualsiasi momento, con solo un brusco movimento, uno qualsiasi di loro, avrebbe potuto attaccarmi e togliermi la vita. Non potevo far altro che sottostare alla loro supremazia, rispettare il loro territorio e non infrangere le regole. L'adrenalina, lo stupore, ed una forte emozione, ebbero il sopravvento e nemmeno per un attimo, posso dire di aver avuto davvero PAURA.
Non riuscii, ovviamente, a contarli ma erano più di dieci e continuarono a girarci intorno per tutta la durata della sosta di c.a. 5 minuti a 5m di profondità.
Risaliti in superficie, il nostro entusiasmo era alle stelle: l'istruttore ci spiegò che in questa stagione non è facile incontrarli e, comunque non così numerosi.
Avevo informato i miei compagni della fortuna che ho, da quando ho iniziato a praticare questo sport, di avvistare animali marini e, saliti sulla barca, con un sorriso smagliante, Manolo mi abbracciò calorosamente, come se fosse stato merito mio.

La seconda immersione fu a Light House Reef o, detto anche, l'"Acquario". Percorremmo, aiutati dalla corrente, centinaia di metri, lungo la barriera corallina. C'erano moltissimi pesci, molluschi, conchiglie, crostacei coralli viola, gialli, rossi e di mille altri colori. Durò 40 minuti e terminò in un grande spazio aperto. Era stato molto divertente; il luogo semplicemente affascinante e, dicono, tra i migliori al mondo nel suo genere, ma io, sinceramente, avevo ancora in testa gli squali. A farmeli dimenticare fu qualcosa di incredibile. Sempre durante la solita sosta, necessaria per eliminare il nitrogeno accumulato, facevo capriole su me stesso, mi guardavo intorno e cercavo la flottabilità neutra per poter rimanere fermo alla stessa profondità. Come in un documentario di National Geograpich, proiettati su di uno schermo del cinema dallo sfondo verde acqua, arrivarono i delfini! Rimasi a bocca aperta (si fa per dire) - fermo, immobile, come paralizzato. Venivano verso di me; ne contai 16. Danzavano beati e felici , passando uno accanto all'altro e, con le loro traiettorie, disegnavano archi nell'acqua. La luce era forte e l'acqua era chiara, come se ci fossero dei riflettori che illuminavano lo spettacolo. Scattai alcune foto nella mia mente e mi bastò chiudere gli occhi per rivivere quell'emozione.
L'unica esperienza che avrebbe potuto capitare durante la 3^ immersione era quella di vedere una balena, ma........non accadde.
Che giornata! Blue Hole, barriera corallina, squali, delfini, isole caraibiche....
Ancora non mi sembra vero, ho nuotato in mezzo agli squali: questa sì, è una cosa da raccontare a mio figlio, se mai un giorno ne avrò uno.
Domani, si riparte: itinerario COMPLETAMENTE cambiato per l'ennesima volta. In un primo tempo pensavo di andare verso nord, rientrare in Mexico ed andare a fare immersioni per conoscere Tulum e la isola di Cozumel, invece, andrò a sud, in Honduras su di una piccola isola di nome Utila che, mi hanno detto, essere il luogo, in assoluto, più economico per fare immersionie, lì, vorrei frequentare il corso avanzato.
Ho la 1^ barca a Belize City alle 6:30. Voglio partire presto perchè di quella zona non ho una guida ed ho solo una vaga idea del percorso che dovrò affrontare. Spero di riuscire ad arrivarci in giornata.

martedì 16 marzo 2010

11.03.10 Cayo Caulker-Belize


Sono seduto su uno dei tanti moli costruiti con assi di legno che circondano la minuta isola di Cayo Caulker, a pochi km da Belice City. Sono arrivato nella capitale martedi`, nel primo pomeriggio. Ad una stazione degli autobus, vicino alla frontiera con il Guatemala, mentre aspettavo, mi sono immediatamente accorto delle molteplici diversita` sia ambientali che culturali tra i due stati confinanti.
Mi e` bastato comprare una bottiglia d'acqua per capire che il costo della vita, qui, e` ben differente da quello in Guatemala e Mexico.
Mentre salivo sul bus sporco e malandato, coror grigio topo, un grosso uomo di colore mi ha urlato qualcosa in uno strano e sporco inglese, molto simile a quello parlato ad Antigua-Barbuda dalla gente locale; mi ha preso lo zaino e lo ha sbattuto, senza troppo riguardo, nell'ultimo sedile a due posti passando da una porta nel retro del pullman. In pochi minuti il mio zaino e` stato sotterrato da altri borsoni, valigie e bagagli vari. Ho conosciuto Vincent e John: il primo tedesco e l'altro statunitense. John e` sceso dopo pochi km separandosi dall'amico con il quale viaggiava da ormai tre settimane e che aveva conosciuto ad Antigua in Guatemala. Vincent parla abbastanza bene lo spagnolo e gode di un inglese praticamente perfetto. E' in viaggio da piu` di 5 mesi, ha appena finito il corso "Open Water" di sub, proprio come me, ed era diretto anche lui a Cayo Caulker. Ci abbiamo messo poco, a fare amicizia e, tra un racconto e l'altro, siamo arrivati dopo 3 ore a Belize City.
Lasciati i pesanti zaini e fatti i biglieti per l'isola, abbiamo mangiato un grande piatto di carne, accompagnato da riso e patate in un ristorante che si era appena riempito di studentesse in divisa scolastica, che compravano grandi tortillas farcite.
Non posso dire che la capitale mi abbia entusiasmato e, dopo il percorso a piedi consigliato dalla guida, ho pensato di avere gia` visto tutto. Non avevo mai consultato tante volte la guida, cercando informazioni, studiando le mappe, come in quelle poche ore con Vincent. Pensavo di essere un viaggiatore abbastanza scrupoloso per certe cose, ma in confronto al mio amico tedesco, sembravo un vagabondo allo sbaraglio.
Sull'isola siamo andati a vedere 2 ostelli dei quali Vincent conosceva gia` i nomi e gli indirizzi. Camminammo abbastanza e poi decidemmo per il primo. Si chiama Tita ed e` vicino al porticciolo dove siamo arrivati. Esteticamente è molto rustico e pieno di fascino, a pochi metri dal mare, con un giardino di sabbia ornato da murales e poltrone di pietra intorno a tavolini di legno. I colori e le amache gli donano un tocco caraibico ed, entrando, si scopre che e` molto piu` grande rispetto a quello che sembra da fuori.
21 dollari del Belize, qui cambiati per 10,5 dollari statunitensi, per un letto in una camera con altri 4 ragazzi. Bagni in comune ed un cucina poco spaziosa con piatti e bicchieri di plastica. In camera, per terra, c'era un po` di tutto: zaini, vestiti sporchi, bottiglie, ciabatte, scarpe, una chitarra, buste di plastica...
Ho fatto una doccia nel bagno che ormai aveva assunto l'aspetto di "fine giornata" e mi sono andato a sedere in giardino con Vincent. Ogni volta che entravo ed uscivo da una delle porte, incontravo una faccia nuova, l'ostello era completamente pieno e tutti parlavano rigorosamente inglese! Davanti al mare e sorseggiando un bicchiere di coca e rhum, Vincent mi ha raccontato un po` della sua vita. Ha solo 20 anni, un fisico atletico, capelli corti e fini color paglia, occhi grigi e pelle chiara. Il suo viso dai lineamenti morbidi esprime intelligenza, serieta` e bonta` interiore.
A contraddire quella faccia da bravo ragazzo sono stati i suoi racconti di 5 anni di Kick boxing, dove ha raggiunto altissimi livelli, fino a competere per titoli internazionali dove, purtroppo, ha dovuto fermararsi a causa di un infortunio al ginocchio. Dice di averlo sempre vissuto come una disciplina molto dura e rigorosa, ma mai come il modo di imparare a fare del male a qualcuno. Non ha mai amato l'ambiente di quello sport, fatto di bulli e prepotenti. I suoi racconti erano caratterizzati da molta umilta` ed ho gradito molto il fatto che non si vantasse di praticamente niente. Pochi mesi fa, una notte, in Nicaragua, e` stato aggredito da un ragazzo con il coltello. Mi ha detto che quando il ragazzo si e` avvicinato ed ha aperto le braccia in segno di sfida e gli ha chiesto i soldi, il suo istinto ebbe il sopravvento. Cinque secondi piu` tardi, mentre lui correva il piu` veloce possibile verso casa, il criminale giaceva agonizzante al suolo: lo aveva colpito con un gancio destro sotto il mento e non ebbe bisogno di un altro pugno per stenderlo a terra. Un calcio nelle costole ed un altro in viso, bastarono per "finirlo".
"Sono pentito di averlo fatto. A quest'ora potrei essere morto. Avrebbe potuto esserci qualcuno nascosto, con una pistola. Non so cosa mi e` successo, in quei pochi secondi, ho capito che avrei potuto colpirlo e batterlo facilmente. Il mio cervello automaticamente, ha analizzato la sua corporatura, l'altezza, i muscoli delle braccia, la larghezza delle spalle e la grandezza del collo. Quando si mise in quella posizione, con le braccia aperte a pochi cm da me, non potei controllare i mei movimenti e lo colpii con tutta la mia forza. Non avevo mai fatto a pugni per strada e, tantomeno, utilizzate le tecniche apprese in 6 anni di duro allenamento contro qualcuno, se non all'interno di un ring. Questa volta e` successo e so bene di aver rischiato la vita nel farlo. La prossima volta, faro` di tutto per limitarmi a svuotare il portafoglio ed andarmene con le mie gambe."

Dopo la mezzanotte siamo andati a dormire ed io, questa mattina, ho trovato un piccolo hotel che, per lo stesso prezzo, mi dà una camera (solo per me) identica a quella dell'ostello; Vincent non ha voluto dividerla, cosa che sarebbe stata conveniente per entrambi e, dopo aver chiesto informazioni per il corso di sub avanzato, le nostre strade si sono divise.

08.03.10 Santa Elena-Guatemala


Non era ancora giorno quando, nel silenzio delle strade fredde e buie, me ne andai da San Cristobal. A causa della forte musica dal vivo proveniente dall' altra parte della parete del mio dormitorio dove Charly, il proprietario di entrambi i locali, ingaggia gruppi rock tre sere a settimana, non avevo quasi chiuso occhio.
Le porte del pub di Charly erano chiuse, ma, all'interno, era in pieno svolgimento una festa privata.
Arrivai a Palenque in tarda mattinata e passai l'intero pomeriggio a salire e scendere le gradinate delle piramidi Maya nel sito archeologico, situato a pochi km della citta`. La via principale della cittadina e` in piena fase di restauro.
Ogni casa, hotel, negozio, ad entrambi i lati della strada sono in fase di demolizione. Come mi avevano anticipato, Palenque non possiede nulla di affascinante come centro urbano e la vita notturna e` quasi inesistente. Sul pulmino diretto alle rovine, dopo aver pranzato con i migliori tacos comprati per strada fino ad ora, conobbi Arturo: un ragazzino di 12 anni che si offri` di farmi da guida al sito per un prezzo stracciato. Accompagnato dal fratellino di 10, mi fece fare il giro della giungla dandomi spiegazioni dettagliate sulla vegetazione e qualche nome riguardante gli studiosi, scopritori dellle rovine. Potei, in seguito, ricavare qualche informazione in piu` sulle piramidi dalla mia guida ed assistendo ad un documentario nel museo archeologico.
Arturo ed il fratellino furono una piacevole compagnia ed approfittai della loro presenza per farmi fare qualche foto in cima alle grandi costruzioni in pietra.
Il giorno successivo andai alle cascate di Agua Azul, a poco piu` di 60 km sulla statale che torna a San Cristobal. Arrivai presto e potei, cosi`, godermi quella meraviglia quasi completamente da solo. Feci colazione con un "cocktail" di frutta: fette di ananas, papaya, anguria, mango e melone infilate in un bicchiere di plastica, seduto in terra, con i piedi a ciondoloni da una staccionata in legno e, sotto di me... una maestosa cascata d'acqua cristallina che si trasformava in tante piscine naturali. Me ne andai quando arrivarono i primi pullmanns di turisti a spegnere l'incantesimo ed a coprire, con i loro schiamazzi, la sinfonia nella quale la natura mi aveva avvolto. Mi diressi ,cosi`, alle cascate di Misol Ha , sulla strada di ritorno a Palenque. Come tipologia sono completamente differenti, pero` altrettanto affascinanti: un percorso sulle rocce umide permette di passare dietro alla cascata di 40 metri che si tuffa in un piccolo lago. Sapevo che l'acqua era fredda e vidi solo 2 ragazzini entrarci. Provai a resistere, ma, quando il sole del primo pomeriggio comincio` a picchiare piu` forte, non seppi trattenermi e dovetti farmi una nuotata. Tornai a Palenque molto stanco e cenai con una minestra di verdura, bevendo un the caldo al limone. Erano un po` di giorni che sentivo un dolore allo stomaco, che forse nell'ultimo periodo avevo messo a dura prova, mangiando qualsiasi cibo anche se a me sconosciuto. Quando tornai in camera, verso le 21.00, mi accadde qualcosa di strano: sentivo una gran voglia di vomitare e dovetti trattenermi dal non farlo. Alla forte nausea si aggiunse un repentino innalzamento della temperatura corporea ed iniziai a tremare dal freddo, pur essendoci 30 gradi nella stanza. Avevo la sveglia alle 5:15 per prendere il minibus delle 6:00 verso la frontiera con il Guatemala. Alle 4:25, dopo al massimo 3 ore di sonno leggero, mi svegliai. Mi affrettai cosi` nei preparativi per prendere il bus delle 5:00. Tre ore piu` tardi ero alla frontiera Corazol, da dove partono le barche mono motore dirette alle rovine di Yaxchilàn e quelle dirette alla piccola e sperduta citta` di Bethel, dove c'e` l'ufficio doganale per entrare in Guatemala. A delimitare il confine tra i due stati e` il fiume ed esistono diverse opzioni per attraversarlo. Rinunciai alla gita alle rovine a causa del prezzo spropositato che mi chiesero all'ufficio informazioni: 700 pesos da pagare da solo essendo l'unico partecipante, da sommarsi ad altri 400 per arrivare a Bethel e passare il confine.
Il prezzo della gita raggiungeva quasi quello del tour di 2 giorni offerto dalle agenzie di San Cristobal e lo reputai assolutamente illogico. Dissi che avrei aspettato l'arrivo di altre persone per dividere la spesa e mi sedetti su di una panchina. Le risposte delle persone alle quali chiedevo informazioni erano molto vaghe e lasciavano facilmente trasparire che ci fosse un imbroglio.
Cosi` mi avviai, da solo, verso le barche attraccate alla riva del fiume.
Pensai: "Non è possibile che un messicano che voglia attraversare il confine debba sostenere quella spesa!". Non feci in tempo ad arrivare in fondo alla scalinata in pietra, quando un ragazzo mi fermo` chiedendomi dove ero diretto.
Per 50 pesos attraversai il fiume in circa 2 minuti, con lo stesso signore che mi aveva chiesto i 400 presentandomela come unica opzione disponibile. Cambiai 500 pesos sull'altra sponda, in terreno Guatemalteco, discussi sulla trattazione, ma sicuramente non fu molto favorevole per me.
Alle 9:00 salii sul vecchio ed impolverato pulmino che parti` solo dopo mezz'ora quando, l'autista ed il suo aiutante finirono di fare colazione a base di pollo fritto e patatine in un chiosco di fronte alla fermata.
Il paese, poverissimo, è composto, al massimo, da 20 case immerse nella vegetazione.
Lo stesso uomo che mi aveva cambiato i soldi si affaccio` alla portiera del bus: ero l'unico passeggero e volle 50 quetzal per un biglietto immaginario. Lo pagai e lo vidi raggiungere i due seduti a mangiare.
Diede i soldi al ragazzo che si occupa dei pagamenti che, con l'altra mano, gli diede il resto: si era preso la sua commissione e quel poco che ero riuscito a farmi dare in piu` nel cambio. Ero stato fregato 3 volte nel giro di un'ora.
Avevo fatto il possibile perche` ciò non accadesse ed avevo pagato cifre irrisorie superiori a quelle reali, ma al solo pensiero di essere trattato diversamente dalla gente del posto mi faceva innervosire. Si puo` considerare, secondo me, una forma di razzismo, dove i diritti di una persona cambiano a seconda del suo paese di provenienza. Questo succede in tutti i paesi del Centro America.
Partimmo percorrendo, a moderata velocita`, la strada sterrata e polverosa, in mezzo ad infinite praterie di piantagioni di banani, manghi ed altri frutti tropicali. Dopo piu` di un'ora, arrivammo a Bethel, ci fermammo ad aspettare per mezz'ora qualcosa che mai arrivo`. Il tempo scorreva lento, come i km percorsi.
Nel frastuono del pulmino traballante, la temperatura aumentava costantemente. Non si potevano aprire i finestrini per non essere invasi da una nube di polvere bianca alzata dagli altri veicoli che provenivano nella direzione opposta.
Pensai :"Certo che bucare una gomma in questo posto deve essere davvero una bella rottura di palle!". Non passo` mezz'ora che uno scoppio tremendo mi fece pensare che me la ero proprio "gufata" da solo. Bucammo la posteriore destra e perdemmo altri 40 minuti per cambiarla. Lungo la strada arida ed infinita, salivano sempre piu` persone, ma nessuno scendeva! Io cercavo di rimanere sveglio e di combattere le stanchezza. Mi avevano detto che sarei arrivato a Flores in 3 ore.
Invece: 4 furono di strada sterrata ed una di asfalto fino a Santa Elena. Fu un viaggio estenuante, facemmo almeno 100 fermate, bucammo una gomma, attraversammo mandrie di mucche che camminavano libere per la strada e la cosa piu` divertente fu che a Flores, nemmeno mi ci portarono.
Scesi dal bus stremato, sudato, sporco, con uno strato di polvere visibile ad occhio nudo depositato sulla pelle. In totale: 10 ore di viaggio da incubo, senza praticamente aver dormito, mangiato, bevuto o essere andato in bagno.
Alla stazione dei bus, presi un tuc-tuc e mi feci portare fino a dove partono i bus per il Belize.

Ho preso una stanza vicino al chiassoso mercato. Sono uscito a cenare velocemente ed ora provo a riposare. Domani devo arrivare a Belize City. Un altro stato, un'altra cultura, un'altra lingua, altro cibo, altra gente.... un'altra avventura!

giovedì 4 marzo 2010

04.03.10 San Cristobal de Las Casas-Mexico


Lunedi` andai all' "Uffico dei diritti umani" per avere informazioni per andare a visitare una comunita` Zapatista. Ammetto che, prima d'ora, ignoravo quasi completamente quali fossero gli ideali e le azioni di questo movimento armato clandestino attivo in Chiapas. Alcune sere prima, assistetti ad un documentario proiettato sul muro della Cattedrale di San Cristobal.
Seduto in terra insieme ad una cinquantina di persone, in un paio d'ore, riuscii a farmi un'idea ed a capire quali fossero gli argomenti trattati dal EZLN, che deve il suo nome al rivoluzionario messicano Emiliano Zapata. Stimolata la mia curiosita` feci qualche ricerca su internet e` decisi di volerci andare di persona.
Erano le 12.30 quando entrai nell'ufficio e la segretaria mi avviso` che il corso (pre-visita) alla organizzazione, era in pieno svolgimento nella sala a fianco. Circa una decina di ragazzi di diverse nazionalita`, seduti intorno ad un grande tavolo, prendevano appunti e seguivano con attenzione le parole di una signora robusta e dall'aria molto seria, come quella della mia professoressa di italiano alle superiori. Mi comunico`, senza sorridermi, che la "lezione" stava per terminare ma mi invito` ugualmente a prendere posto. Rifiutai l'invito e mi limitai a chiedere quando sarebbe stata la prossima. "Tutti i lunedi` dalle 11.00 alle 13.00", mi rispose con tono pacato pero` austero, preoccupandosi di scandire bene le parole per non essere obbligata a ripetersi ed a prolungare ulteriormente l'interruzione della sua orazione, sicuramente dai contenuti molto interessanti. Mi scusai per il disturbo e lasciai la sala. Mentre camminavo sotto il sole del primo pomeriggio, nelle strade affollate della citta`, in cerca di un posto dove poter pranzare, pensai che non avrei potuto fermarmi una settimana in piu` solo per fare due ore di corso sugli Zapatisti, e decisi cosi` che ci sarei andato per conto mio.
In verita`, ero spinto solo da una forte curiosita`, ben lontana da qualsiasi interesse di stampo politico.
Il mattino seguente mi alzai presto e mi avviai verso il mercato, in cerca di un mezzo di trasporto diretto alla piccola comunita` chiamata Oventìk. Era una mattina fredda e umida, il cielo era coperto da dense nuvole bianche intente a nascondere le cime delle montagne che circondano la citta`. Non ero in piena forma, soffrivo di un forte raffreddore e mi sentivo debole a causa di qualche linea di febbre.
Il problema, qui, e`che nelle giornate nuvolose, la temperatura si abbassa notevolmente ed i locali, sono quasi tutti privi di riscaldamento. Il primo tra questi e` il mio ostello.
Nella grande camerata dove dormo, la temperatura di notte non e` di molto superiore a quella esterna. Non esiste quindi, almeno per me, il piacere di entrare infreddoliti in un locale e potersi svestire e riscaldare davanti ad una tazza di the bollente. Questo, forse, avviene nei luoghi da me considerati di "lusso", dove una cena, potrebbe costarmi l'equivalente di 5 notti nel mio freddo e modesto ostello. Al contrario, la maggior parte dei bar e dei ristoranti tengono le grandi porte spalancate come invito alla clientela, che deve pero` fare attenzione a non sedersi nel mezzo di una gelida corrente.
Non avevo mai attraversato, prima, il mercato di San Cristobal, situato dietro a quello dell'artigianato dedicato ai turisti. Un grande angolo di "vero Messico" prende vita a nord della citta`. Il traffico, il frastuono dei clacsons, le grida dei venditori, la musica proveniente da ogni parte, le persone che come in un formicaio si intrufolano tra le auto incolonnate per immergersi nella distesa di bancarelle, producono un ambiente caotico e rumoroso.
Per la strada si puo` calpestare di tutto mentre si cammina e se non si fa attenzione, anche i piedi alla persona sbagliata. Dopo 30 minuti di attesa ed una macedonia comprata da un anziano uomo che si aggirava con i contenitori in plastica sopra ad un vassoio, come un esperto cameriere, finalmente partimmo.
Il taxi collettivo mi fece scendere sul ciglio della strada di fronte ad un grande cancello rosso, a 60 km a nord di San Cristobal, nel mezzo delle montagne innebbiate che un'ora e mezzo prima ammiravo dalla cittadina. Dietro a quelle sbarre fredde ed umide, immersi nella corposa foschia, c'erano due uomini robusti e di media statura. Indossavano entrambi scarponcini da montagna, jeans e pesanti maglioni di lana dai colori scuri. A distinguerli ed attirare la mia attenzione, furono i passamontagna neri che coprivano loro completamente la testa ed il viso lasciando scorgere, solamente, gli occhi. Mi chiesero il passaporto e solo dopo averlo portato dentro ad un ufficio ed aver ricevuto il permesso, mi fecero passare.
La comunita` e` disposta ai lati di una strada acciottolata in discesa, lunga 500m, che termina con un grande piazzale di cemento color mattone. Dopo la mia identificazione ed alcune brevi domande da parte di tre membri seduti dietro ad un vecchio tavolo in legno, mi fecero accompagnare ad una delle casette colorate lungo la strada. Le costruzioni erano quasi tutte adibite ad uffici, depositi, abitazioni, e decorate da coloratissimi murales rappresentanti immagini, volti, bandiere del movimento rivoluzionario. Una coppia di ragazzi spagnoli mi aveva preceduto di pochi minuti e fui costretto ad aspettare fuori, al freddo, per circa mezz'ora.
La nebbia era molto densa e fitta, si muoveva spinta dal vento se a pochi metri fosse scoppiato un grande incendio. Il fumo di nuvole rendeva l'ambiente rigido e silenzioso, quasi inquietante, spettrale. Il signore, che ho deliberatamente deciso di chiamare "Il Capitano", mi accolse gentilmente dentro alla stanza e mi fece accomodare su di una panca in legno. Si sedette dietro alla grande scrivania, colma di fogli riposti in modo ordinato, ed inizio` a parlare. Il tono della sua voce era leggermente rauco e tranquillo e le sue parole, pronunciate con estrema convinzione e fermezza, rimbombavano nella stanza vuota. Teneva le mani con le dita incrociate. Erano mani forti, di un lavoratore, scure e segnate dal freddo. Non si sconpose nemmeno un secondo dalla sua postura statuaria e mi guardava fisso negli occhi.
In quei pochi centimetri delimitati dal passamontagna, riuscii a scoprire di piu` che se l'avessi visto a volto scoperto. "Gli occhi sono lo specchio dell'anima" disse un giorno qualcuno... e dovendomi concentrare solo su di essi, sentii la forte energia e lo spirito idealista che trasmettevano. Le pupille, nere e luccicanti come biglie di Tormalina, sottolineavano la determinazione di quell'uomo incappucciato, ed il rosso sangue che le contornava, simboleggiava l'ardore e lo sforzo con il quale svolgeva il suo compito all'interno della comunita` indipendente.
Alle sue spalle, la bandiera simbolo del movimento, completamente nera con la scritta rosso fuoco: "Democracia, justicia y libertad" a forma di arco, con in mezzo una grande stella che rappresenta i 5 continenti. Piu` in basso, la sigla EZLN che significa: Ejército Zapatista de Liberación Nacional. La conversazione fu molto coinvolgente ed interessante, ed io, piu` volte, non riuscii a trattenermi dall'interromperlo per fargli delle domande. Uscii dalla stanza soddisfatto dell'incontro e dalla particolare ed unica nel suo genere, esperienza di vita. Vicino all'uscita, nel piccolo negozio di artigianato, ammirai le grandi foto appese ai muri e come compenso del tempo dedicatomi gratuitamente, comprai una maglietta per ricordo, con sopra stampata in rosso la faccia del subcomandante Marcos, portavoce dell'esercito zapatista.
Rimasi colpito da parole come:" Mal governo, indipendenza, stanchi di aspettare, la nostra terra, la nostra acqua, la nostra aria...." e nel viaggio di ritorno mi soffermai a riflettere. Non voglio e non posseggo le conoscenze sufficienti per potermi schierare; semplicemente ammiro lo sforzo di quelle persone che dedicano vita, tempo e denaro per combattere e sostenere la propria causa.

martedì 2 marzo 2010

02.03.10 San C.de Las Casas-Mexico


Domenica mattina, Victor, il fratello del mio amico Marcos, venne a prendermi all'incrocio situato alla fine dell'isola della Calle de Guadalupe, di fronte al suo negozio di ferramenta. Si presento` a bordo di un vecchio ed un po' "scassato" PK, che credo, molti anni fa, sia stato di colore bianco. Pochi isolati piu` avanti caricammo Chico, che ci venne incontro saltellando come una gazzella inseguita da un ghepardo affamato. Si accovaccio` dietro ai due sedili in uno spazio angusto non certo dedicato ai passeggeri. I capelli legati accentuavano i lineamenti spigolosi del suo viso magro ed allungato guarnito da un pizzetto senza baffi. Indossava una felpa con il cappuccio grigio chiaro, di almeno 2 taglie piu` grande ed un paio di bermuda mimetici. Gli occhi arrossati e lucidi ed un'espressione più che gioiosa, vitale ed un po' persa, da "Alice nel paese delle meraviglie" mi fece intuire che aveva appena finito di fumarsi un "porro": una canna di pura Marijuana, senza nemmeno una traccia di tabacco, come usa in tutto il Centro e sud America.
In successione, passammo a prendre Abram e Jorge. Il primo ci fece accomodare nella sua grande casa arancione di due piani, nella quale convive con altri 4 amici. Ci presento` la sua cagnolina di nome Chita: un piccolo chihuahua marroncino che gironzolava per casa scodinzolando felice dell'arrivo di nuovi ospiti.
Tra il piccolo animale ed il suo padrone, ci sono, almeno, 100kg di differenza. Il contrasto tra il grande uomo dai lunghi capelli scuri, il quale probabilmente discende da qualche antica stirpe vichinga, ed il suo affettuoso mostriciattolo allegro, era inquietante.
Jorge, l'ultimo che passammo a prendere, ci fece aspettare sotto casa, essendo rimasto addormentato anche dopo i lunghi richiami della sveglia. Mantenni il mio posto sui sedili di fianco a Victor, mentre i suoi 3 amici si sedettero sul cassone posteriore e ci avviammo verso le montagne.
Ero tranquillo, pero` allo stesso tempo emozionato; non avevo mai ne` visto ne` provato l'esperienza della "guerra" con le pallottole di vernice.
Arrivati sul posto, dopo i saluti, ci affrettammo nei preparativi, per essere i primi a giocare. Indossammo i giubbotti smanicati mimetici, i caschi muniti di visiera e ci armammo di fucili ad aria compressa. Dettate le regole, entrammo nel campo di battaglia: 5000 metri quadri di bosco, con continue salite e dicese ricoperte di arbusti che formavano piccole montagne. Il campo è delimitato da una staccionata in legno. In alcune parti del campo, sono stati costruiti dei muretti con assi di legno lunghe, circa, 3 metri ed alti 1.50, da utilizzare come riparo durante la battaglia. Eravamo 2 squadre, composte da 5 giocatori l'una. L'obiettivo della prima missione, fu, L'ELIMINAZIONE, cioe` colpire per 3 volte ogni componente della squadra avversaria con i proiettili di vernice in una qualsiasi parte del corpo, dalla vita in su. Quando qualcuno, colpito per la terza volta, veniva eliminato, con le mani alzate ed il fucile puntato verso l'alto, doveva gridare: "FUERA!" ed abbandonare l'area di gioco, cercando di non passare nella cosiddetta "zona di fuoco". Non fummo molto abili e nemmeno scrupolosi nella strategia, ma, in meno di 30 minuti, riuscimmo comunque a sconfiggere l'avversario senza che nemmeno uno dei nostri venisse eliminato.
La seconda partita fu piu` lunga, combattuta ed entusiasmante. Le regole del primo scontro rimanevano invariate; l'obiettivo, questa volta consisteva nel riuscire ad arrivare a prendere la bandiera avversaria issata sul lato opposto del campo ed, allo stesso tempo, difendere la nostra dietro di noi. Comprammo altri 100 colpi che spartimmo, lasciandone il maggior numero ad Abram che, secondo una tattica questa volta piu` studiata nei dettagli, avrebbe dovuto rimanere nelle retrovie a difendere la bandiera. Io e Victor, avremmo dovuto stare in "prima linea" mentre Chico e Jorge ci coprivano le spalle. Cominciammo ad avanzare con cautela dalla parte sinistra del campo nascondendoci dietro gli alberi ed i muretti in legno. In quei momenti, ci si emoziona davvero e, pur sapendo che si tratta solo di un gioco, l'adrenalina scorre velocemente nelle vene come i proiettili che si sparano e che possono colpire l'avversario con precisione fino ad una distanza di 40 metri, provocandogli, se colpito sulla pelle nuda, un dolore simile a quello di un forte pizzicotto.
Mi stavo divertendo davvero, ero affannato, sudato e molto concentrato!
Avanzai lungo la parte piu` bassa del bosco, radente la staccionata e riparato dalle montagnette di terra. Pensai di poter sorprendere l'avversario uscendo dal centro del fuoco nemico, ma non fui l'unico ad avere quell'idea! Mentre scrutavo da dietro un albero la cima della montagna dove sventolava la bandiera, sporsi la testa a destra per riuscire a scorgere qualcuno dei miei avversari. All'improvviso, un proiettile mi colpi` il fucile che tenevo nella mano sinistra rivolto verso l'alto e che avevo distrattamente lasciato fuori dalla copertura del grande pino.
La pallina di vernice esplose a pochi centimetri del mio viso comprendomi la visiera del casco di liquido arancione. Mi buttai a terra con la schiena appoggiata alla corteggia ruvida del tronco e, mentre cercavo di riacquistare visibilita` pulendomi con una manica, sentivo lo scoppiettio di altri proiettili che arrivavano a ripetizione: mi stavano sparando da due punti diversi! Il mio avversario, che aveva avuto la mia stessa idea, mi aveva visto per primo e mi aveva colpito. A scovarmi, era stato anche il cecchino in cima alla montagna che non smetteva di sparare nella mia direzione. Feci un grido a Victor, mentre strisciavo a terra costretto ad indietreggiare e lui, da dietro un muretto, accorse in mio aiuto svuotando mezzo caricatore verso l'uomo vicino alla staccionata e costringendolo a mettersi al riparo e cessare il fuoco. Riuscii a raggiungere il nascondiglio di Victor, mentre mi copriva le spalle. Sentivo i proiettili passarmi vicino al corpo e davanti agli occhi, udivo il rumore di quando schizzavano fuori dai fucili e di quando si impattavono al suolo vicino ai miei piedi e contro i tronchi degli alberi.
Intanto io correvo, con la testa bassa, correvo il piu` veloce possibile! Mi sentii come il protagonista di un film o ancor meglio, come la sua controfigura.
Il nemico che mi aveva sparato, godeva di buona mira, ma non di altrettanta pazienza. Una volta al riparo, lo aspettai: sapevo bene dove fosse nascosto e che prima o poi avrebbe dovuto venir fuori. Quando alzo` la testa, dopo alcuni minuti di tregua, mentre il cuore della battaglia si era spostato nella parte alta del bosco, non esitai un attimo e cominciai a sparare. Lo colpii prima alla nuca, (alla fine dei giochi, sorridendo e stringendomi la mano mi disse che ancora gli faceva male...) e quando si giro` verso di me, tre volte al petto in rapida successione, determinando cosi` la sua eliminazione. Mentre, con le mani alzate ed un'aria sconsolata abbandonava il campo, ripresi la mia posizione e cominciai ad avanzare. Il cecchino mi aveva visto e sapevo che stava solo aspettando una mia mossa falsa. Nel mentre, i miei compagni avevano eliminato altri 2 avversari, uno dei quali indossava una tuta da ginnastica bianca, (Bianca!! credo non esista indumento meno idoneo per quel tipo di attivita` sportiva).
Mi ricordo ancora la scena: lo vidi strisciare fuori da un cespuglio come un serpente in cerca di cibo. Ero troppo distante per cercare di colpirlo con precisione e quindi mi limitai a godermi la scena. Inconsapevole di essere sotto tiro avanzo`,impavido, a quattro zampe e quando si trovo` in mezzo tra il suo nascondiglio ed il muro di legno a pochi metri di fronte a lui, la sua sventatezza fu punita duramente. Assalito da una raffica di pallottole che provenivano da sinistra e destra contemporaneamente e che gli cambiarono la tinta della tuta da ginnastica, fu costretto a ritirarsi.
D'accordo con Victor, ci alzammo insieme dalle nostre due postazioni, rispondendo con vigore agli attacchi e concentrandoci sul cecchino. Quest'ultimo fu cosretto a rannicchiarsi dietro alle assi di legno per non essere colpito ed io approffitai del momento. Mi fiondai fino ai piedi della montagna e mi sdraiai con la schiena a terra. In quel momento ero solo ad un ventina di metri dal mio rivale, pero` fuori dal suo campo visivo. Mentre ascoltavo il rimbombo della battaglia alle mie spalle, indisturbato, potei aggirare il monte ed in pochi minuti trovarmi dietro la base nemica. Per scalare la parete terrosa e ripida dovetti fare piu` pause, ero esausto, sudato e la visiera, ancora sporca, si appannava ad ogni mio respiro. Scivolai ripetutamente appoggiandomi con la mano destra alla terra umida, mentre con la sinistra sorreggevo il fucile che si faceva sempre piu` pesante. Sentivo il profumo pungente del terricio mescolato con l'aroma degli arbusti ancora umidi dopo la brina del mattino.
Raggiunta la cima, cercando di non fare troppo rumore, mi trovai a pochi metri dalla bandiera. Il cecchino era girato di spalle, intento a sparare ai miei compagni. Mi avvicinai con passo lento e felino ed aspettai che si voltasse. Gli tenevo il fucile puntato contro, era a meno di 10 metri da me ed a separarci, solo la bandiera verde che simboleggiava il compimento della missione. Quando la mia squadra rispose al fuoco, si giro` di scatto verso di me. Non gli diedi il tempo di respirare e gli scaricai una raffica di pallottole al petto, lasciandolo immobile, con sul viso dipinta una maschera di stupore, paura e remissione. Afferrai con la mano destra la bandiera e la alzai al cielo gridando. I miei compagni uscirono allo scoperto, anch'essi sorpresi ed increduli di vedermi in cima alla montagna. Nessuno si era accorto che fossi sparito per qualche minuto, erano tutti troppo occupati a spararsi. Avevo vinto, avevamo vinto! Ero sfinito, respiravo con affanno, le gambe a mala pena riuscivano a sorreggere il mio peso, il tutto era durato quasi un'ora e mezza ed a me sembrava di aver appena corso una maratona. La felpa che indossavo era impregnata di sudore e togliermi il casco inumidito fu un grande sollievo. Ero molto contento, però, di aver vinto e di essere stato io a far trionfare la mia squadra.

Sono sempre stato, lo sono tutt'ora e sempre lo saro`, contrario a qualsiasi tipo di guerra. Non mi hanno mai affascinato le armi e tanto meno gli eserciti. Sono felicissimo di essere stato esonerato dal servizio di leva e, a parte giocare con i soldatini all'eta` di 4 anni, la guerra non mi ha mai attratto. Non sprechero` inutili parole dicendo che e` sbagliata e che porta solo alla distruzione, ma mi limitero` a dire, che quello a cui ho partecipato domenica, non ha nulla a che vedere con la guerra. E` semplicemente un gioco, da qualcuno chiamato sport, dove il rischio maggiore, se ci si attiene alle regole ed alle forme di sicurezza, e`quello di uscire dal campo con qualche piccolo livido, cosa che accade in qualsiasi partita di calcio. Si, e` una simulazione di guerra, ma non per questo puo` essere considerato immorale, a meno che non si voglia considerare immorale anche uno sport olimpico come la scherma, che è una simulazione di un duello di spade.
Mi sono divertito molto, ho sentito l'adrenalina scorrermi nele vene ed il pericolo rincorrermi come un cane inferocito, tutto questo praticamente senza alcun rischio. Il fatto che il gioco si sia svolto in un bosco, in mezzo alla natura, sui pendii delle montagne dello stato del Chiapas, almeno per me, ha reso la competizione ancora piu` realistica ed avvincente. Lo rifaro`, appena mi ricapitera` l'occasione, non ci vedo nulla di male...