Lunedi` andai all' "Uffico dei diritti umani" per avere informazioni per andare a visitare una comunita` Zapatista. Ammetto che, prima d'ora, ignoravo quasi completamente quali fossero gli ideali e le azioni di questo movimento armato clandestino attivo in Chiapas. Alcune sere prima, assistetti ad un documentario proiettato sul muro della Cattedrale di San Cristobal.
Seduto in terra insieme ad una cinquantina di persone, in un paio d'ore, riuscii a farmi un'idea ed a capire quali fossero gli argomenti trattati dal EZLN, che deve il suo nome al rivoluzionario messicano Emiliano Zapata. Stimolata la mia curiosita` feci qualche ricerca su internet e` decisi di volerci andare di persona.
Erano le 12.30 quando entrai nell'ufficio e la segretaria mi avviso` che il corso (pre-visita) alla organizzazione, era in pieno svolgimento nella sala a fianco. Circa una decina di ragazzi di diverse nazionalita`, seduti intorno ad un grande tavolo, prendevano appunti e seguivano con attenzione le parole di una signora robusta e dall'aria molto seria, come quella della mia professoressa di italiano alle superiori. Mi comunico`, senza sorridermi, che la "lezione" stava per terminare ma mi invito` ugualmente a prendere posto. Rifiutai l'invito e mi limitai a chiedere quando sarebbe stata la prossima. "Tutti i lunedi` dalle 11.00 alle 13.00", mi rispose con tono pacato pero` austero, preoccupandosi di scandire bene le parole per non essere obbligata a ripetersi ed a prolungare ulteriormente l'interruzione della sua orazione, sicuramente dai contenuti molto interessanti. Mi scusai per il disturbo e lasciai la sala. Mentre camminavo sotto il sole del primo pomeriggio, nelle strade affollate della citta`, in cerca di un posto dove poter pranzare, pensai che non avrei potuto fermarmi una settimana in piu` solo per fare due ore di corso sugli Zapatisti, e decisi cosi` che ci sarei andato per conto mio.
In verita`, ero spinto solo da una forte curiosita`, ben lontana da qualsiasi interesse di stampo politico.
Il mattino seguente mi alzai presto e mi avviai verso il mercato, in cerca di un mezzo di trasporto diretto alla piccola comunita` chiamata Oventìk. Era una mattina fredda e umida, il cielo era coperto da dense nuvole bianche intente a nascondere le cime delle montagne che circondano la citta`. Non ero in piena forma, soffrivo di un forte raffreddore e mi sentivo debole a causa di qualche linea di febbre.
Il problema, qui, e`che nelle giornate nuvolose, la temperatura si abbassa notevolmente ed i locali, sono quasi tutti privi di riscaldamento. Il primo tra questi e` il mio ostello.
Nella grande camerata dove dormo, la temperatura di notte non e` di molto superiore a quella esterna. Non esiste quindi, almeno per me, il piacere di entrare infreddoliti in un locale e potersi svestire e riscaldare davanti ad una tazza di the bollente. Questo, forse, avviene nei luoghi da me considerati di "lusso", dove una cena, potrebbe costarmi l'equivalente di 5 notti nel mio freddo e modesto ostello. Al contrario, la maggior parte dei bar e dei ristoranti tengono le grandi porte spalancate come invito alla clientela, che deve pero` fare attenzione a non sedersi nel mezzo di una gelida corrente.
Non avevo mai attraversato, prima, il mercato di San Cristobal, situato dietro a quello dell'artigianato dedicato ai turisti. Un grande angolo di "vero Messico" prende vita a nord della citta`. Il traffico, il frastuono dei clacsons, le grida dei venditori, la musica proveniente da ogni parte, le persone che come in un formicaio si intrufolano tra le auto incolonnate per immergersi nella distesa di bancarelle, producono un ambiente caotico e rumoroso.
Per la strada si puo` calpestare di tutto mentre si cammina e se non si fa attenzione, anche i piedi alla persona sbagliata. Dopo 30 minuti di attesa ed una macedonia comprata da un anziano uomo che si aggirava con i contenitori in plastica sopra ad un vassoio, come un esperto cameriere, finalmente partimmo.
Il taxi collettivo mi fece scendere sul ciglio della strada di fronte ad un grande cancello rosso, a 60 km a nord di San Cristobal, nel mezzo delle montagne innebbiate che un'ora e mezzo prima ammiravo dalla cittadina. Dietro a quelle sbarre fredde ed umide, immersi nella corposa foschia, c'erano due uomini robusti e di media statura. Indossavano entrambi scarponcini da montagna, jeans e pesanti maglioni di lana dai colori scuri. A distinguerli ed attirare la mia attenzione, furono i passamontagna neri che coprivano loro completamente la testa ed il viso lasciando scorgere, solamente, gli occhi. Mi chiesero il passaporto e solo dopo averlo portato dentro ad un ufficio ed aver ricevuto il permesso, mi fecero passare.
La comunita` e` disposta ai lati di una strada acciottolata in discesa, lunga 500m, che termina con un grande piazzale di cemento color mattone. Dopo la mia identificazione ed alcune brevi domande da parte di tre membri seduti dietro ad un vecchio tavolo in legno, mi fecero accompagnare ad una delle casette colorate lungo la strada. Le costruzioni erano quasi tutte adibite ad uffici, depositi, abitazioni, e decorate da coloratissimi murales rappresentanti immagini, volti, bandiere del movimento rivoluzionario. Una coppia di ragazzi spagnoli mi aveva preceduto di pochi minuti e fui costretto ad aspettare fuori, al freddo, per circa mezz'ora.
La nebbia era molto densa e fitta, si muoveva spinta dal vento se a pochi metri fosse scoppiato un grande incendio. Il fumo di nuvole rendeva l'ambiente rigido e silenzioso, quasi inquietante, spettrale. Il signore, che ho deliberatamente deciso di chiamare "Il Capitano", mi accolse gentilmente dentro alla stanza e mi fece accomodare su di una panca in legno. Si sedette dietro alla grande scrivania, colma di fogli riposti in modo ordinato, ed inizio` a parlare. Il tono della sua voce era leggermente rauco e tranquillo e le sue parole, pronunciate con estrema convinzione e fermezza, rimbombavano nella stanza vuota. Teneva le mani con le dita incrociate. Erano mani forti, di un lavoratore, scure e segnate dal freddo. Non si sconpose nemmeno un secondo dalla sua postura statuaria e mi guardava fisso negli occhi.
In quei pochi centimetri delimitati dal passamontagna, riuscii a scoprire di piu` che se l'avessi visto a volto scoperto. "Gli occhi sono lo specchio dell'anima" disse un giorno qualcuno... e dovendomi concentrare solo su di essi, sentii la forte energia e lo spirito idealista che trasmettevano. Le pupille, nere e luccicanti come biglie di Tormalina, sottolineavano la determinazione di quell'uomo incappucciato, ed il rosso sangue che le contornava, simboleggiava l'ardore e lo sforzo con il quale svolgeva il suo compito all'interno della comunita` indipendente.
Alle sue spalle, la bandiera simbolo del movimento, completamente nera con la scritta rosso fuoco: "Democracia, justicia y libertad" a forma di arco, con in mezzo una grande stella che rappresenta i 5 continenti. Piu` in basso, la sigla EZLN che significa: Ejército Zapatista de Liberación Nacional. La conversazione fu molto coinvolgente ed interessante, ed io, piu` volte, non riuscii a trattenermi dall'interromperlo per fargli delle domande. Uscii dalla stanza soddisfatto dell'incontro e dalla particolare ed unica nel suo genere, esperienza di vita. Vicino all'uscita, nel piccolo negozio di artigianato, ammirai le grandi foto appese ai muri e come compenso del tempo dedicatomi gratuitamente, comprai una maglietta per ricordo, con sopra stampata in rosso la faccia del subcomandante Marcos, portavoce dell'esercito zapatista.
Rimasi colpito da parole come:" Mal governo, indipendenza, stanchi di aspettare, la nostra terra, la nostra acqua, la nostra aria...." e nel viaggio di ritorno mi soffermai a riflettere. Non voglio e non posseggo le conoscenze sufficienti per potermi schierare; semplicemente ammiro lo sforzo di quelle persone che dedicano vita, tempo e denaro per combattere e sostenere la propria causa.
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