Domenica mattina, Victor, il fratello del mio amico Marcos, venne a prendermi all'incrocio situato alla fine dell'isola della Calle de Guadalupe, di fronte al suo negozio di ferramenta. Si presento` a bordo di un vecchio ed un po' "scassato" PK, che credo, molti anni fa, sia stato di colore bianco. Pochi isolati piu` avanti caricammo Chico, che ci venne incontro saltellando come una gazzella inseguita da un ghepardo affamato. Si accovaccio` dietro ai due sedili in uno spazio angusto non certo dedicato ai passeggeri. I capelli legati accentuavano i lineamenti spigolosi del suo viso magro ed allungato guarnito da un pizzetto senza baffi. Indossava una felpa con il cappuccio grigio chiaro, di almeno 2 taglie piu` grande ed un paio di bermuda mimetici. Gli occhi arrossati e lucidi ed un'espressione più che gioiosa, vitale ed un po' persa, da "Alice nel paese delle meraviglie" mi fece intuire che aveva appena finito di fumarsi un "porro": una canna di pura Marijuana, senza nemmeno una traccia di tabacco, come usa in tutto il Centro e sud America.
In successione, passammo a prendre Abram e Jorge. Il primo ci fece accomodare nella sua grande casa arancione di due piani, nella quale convive con altri 4 amici. Ci presento` la sua cagnolina di nome Chita: un piccolo chihuahua marroncino che gironzolava per casa scodinzolando felice dell'arrivo di nuovi ospiti.
Tra il piccolo animale ed il suo padrone, ci sono, almeno, 100kg di differenza. Il contrasto tra il grande uomo dai lunghi capelli scuri, il quale probabilmente discende da qualche antica stirpe vichinga, ed il suo affettuoso mostriciattolo allegro, era inquietante.
Jorge, l'ultimo che passammo a prendere, ci fece aspettare sotto casa, essendo rimasto addormentato anche dopo i lunghi richiami della sveglia. Mantenni il mio posto sui sedili di fianco a Victor, mentre i suoi 3 amici si sedettero sul cassone posteriore e ci avviammo verso le montagne.
Ero tranquillo, pero` allo stesso tempo emozionato; non avevo mai ne` visto ne` provato l'esperienza della "guerra" con le pallottole di vernice.
Arrivati sul posto, dopo i saluti, ci affrettammo nei preparativi, per essere i primi a giocare. Indossammo i giubbotti smanicati mimetici, i caschi muniti di visiera e ci armammo di fucili ad aria compressa. Dettate le regole, entrammo nel campo di battaglia: 5000 metri quadri di bosco, con continue salite e dicese ricoperte di arbusti che formavano piccole montagne. Il campo è delimitato da una staccionata in legno. In alcune parti del campo, sono stati costruiti dei muretti con assi di legno lunghe, circa, 3 metri ed alti 1.50, da utilizzare come riparo durante la battaglia. Eravamo 2 squadre, composte da 5 giocatori l'una. L'obiettivo della prima missione, fu, L'ELIMINAZIONE, cioe` colpire per 3 volte ogni componente della squadra avversaria con i proiettili di vernice in una qualsiasi parte del corpo, dalla vita in su. Quando qualcuno, colpito per la terza volta, veniva eliminato, con le mani alzate ed il fucile puntato verso l'alto, doveva gridare: "FUERA!" ed abbandonare l'area di gioco, cercando di non passare nella cosiddetta "zona di fuoco". Non fummo molto abili e nemmeno scrupolosi nella strategia, ma, in meno di 30 minuti, riuscimmo comunque a sconfiggere l'avversario senza che nemmeno uno dei nostri venisse eliminato.
La seconda partita fu piu` lunga, combattuta ed entusiasmante. Le regole del primo scontro rimanevano invariate; l'obiettivo, questa volta consisteva nel riuscire ad arrivare a prendere la bandiera avversaria issata sul lato opposto del campo ed, allo stesso tempo, difendere la nostra dietro di noi. Comprammo altri 100 colpi che spartimmo, lasciandone il maggior numero ad Abram che, secondo una tattica questa volta piu` studiata nei dettagli, avrebbe dovuto rimanere nelle retrovie a difendere la bandiera. Io e Victor, avremmo dovuto stare in "prima linea" mentre Chico e Jorge ci coprivano le spalle. Cominciammo ad avanzare con cautela dalla parte sinistra del campo nascondendoci dietro gli alberi ed i muretti in legno. In quei momenti, ci si emoziona davvero e, pur sapendo che si tratta solo di un gioco, l'adrenalina scorre velocemente nelle vene come i proiettili che si sparano e che possono colpire l'avversario con precisione fino ad una distanza di 40 metri, provocandogli, se colpito sulla pelle nuda, un dolore simile a quello di un forte pizzicotto.
Mi stavo divertendo davvero, ero affannato, sudato e molto concentrato!
Avanzai lungo la parte piu` bassa del bosco, radente la staccionata e riparato dalle montagnette di terra. Pensai di poter sorprendere l'avversario uscendo dal centro del fuoco nemico, ma non fui l'unico ad avere quell'idea! Mentre scrutavo da dietro un albero la cima della montagna dove sventolava la bandiera, sporsi la testa a destra per riuscire a scorgere qualcuno dei miei avversari. All'improvviso, un proiettile mi colpi` il fucile che tenevo nella mano sinistra rivolto verso l'alto e che avevo distrattamente lasciato fuori dalla copertura del grande pino.
La pallina di vernice esplose a pochi centimetri del mio viso comprendomi la visiera del casco di liquido arancione. Mi buttai a terra con la schiena appoggiata alla corteggia ruvida del tronco e, mentre cercavo di riacquistare visibilita` pulendomi con una manica, sentivo lo scoppiettio di altri proiettili che arrivavano a ripetizione: mi stavano sparando da due punti diversi! Il mio avversario, che aveva avuto la mia stessa idea, mi aveva visto per primo e mi aveva colpito. A scovarmi, era stato anche il cecchino in cima alla montagna che non smetteva di sparare nella mia direzione. Feci un grido a Victor, mentre strisciavo a terra costretto ad indietreggiare e lui, da dietro un muretto, accorse in mio aiuto svuotando mezzo caricatore verso l'uomo vicino alla staccionata e costringendolo a mettersi al riparo e cessare il fuoco. Riuscii a raggiungere il nascondiglio di Victor, mentre mi copriva le spalle. Sentivo i proiettili passarmi vicino al corpo e davanti agli occhi, udivo il rumore di quando schizzavano fuori dai fucili e di quando si impattavono al suolo vicino ai miei piedi e contro i tronchi degli alberi.
Intanto io correvo, con la testa bassa, correvo il piu` veloce possibile! Mi sentii come il protagonista di un film o ancor meglio, come la sua controfigura.
Il nemico che mi aveva sparato, godeva di buona mira, ma non di altrettanta pazienza. Una volta al riparo, lo aspettai: sapevo bene dove fosse nascosto e che prima o poi avrebbe dovuto venir fuori. Quando alzo` la testa, dopo alcuni minuti di tregua, mentre il cuore della battaglia si era spostato nella parte alta del bosco, non esitai un attimo e cominciai a sparare. Lo colpii prima alla nuca, (alla fine dei giochi, sorridendo e stringendomi la mano mi disse che ancora gli faceva male...) e quando si giro` verso di me, tre volte al petto in rapida successione, determinando cosi` la sua eliminazione. Mentre, con le mani alzate ed un'aria sconsolata abbandonava il campo, ripresi la mia posizione e cominciai ad avanzare. Il cecchino mi aveva visto e sapevo che stava solo aspettando una mia mossa falsa. Nel mentre, i miei compagni avevano eliminato altri 2 avversari, uno dei quali indossava una tuta da ginnastica bianca, (Bianca!! credo non esista indumento meno idoneo per quel tipo di attivita` sportiva).
Mi ricordo ancora la scena: lo vidi strisciare fuori da un cespuglio come un serpente in cerca di cibo. Ero troppo distante per cercare di colpirlo con precisione e quindi mi limitai a godermi la scena. Inconsapevole di essere sotto tiro avanzo`,impavido, a quattro zampe e quando si trovo` in mezzo tra il suo nascondiglio ed il muro di legno a pochi metri di fronte a lui, la sua sventatezza fu punita duramente. Assalito da una raffica di pallottole che provenivano da sinistra e destra contemporaneamente e che gli cambiarono la tinta della tuta da ginnastica, fu costretto a ritirarsi.
D'accordo con Victor, ci alzammo insieme dalle nostre due postazioni, rispondendo con vigore agli attacchi e concentrandoci sul cecchino. Quest'ultimo fu cosretto a rannicchiarsi dietro alle assi di legno per non essere colpito ed io approffitai del momento. Mi fiondai fino ai piedi della montagna e mi sdraiai con la schiena a terra. In quel momento ero solo ad un ventina di metri dal mio rivale, pero` fuori dal suo campo visivo. Mentre ascoltavo il rimbombo della battaglia alle mie spalle, indisturbato, potei aggirare il monte ed in pochi minuti trovarmi dietro la base nemica. Per scalare la parete terrosa e ripida dovetti fare piu` pause, ero esausto, sudato e la visiera, ancora sporca, si appannava ad ogni mio respiro. Scivolai ripetutamente appoggiandomi con la mano destra alla terra umida, mentre con la sinistra sorreggevo il fucile che si faceva sempre piu` pesante. Sentivo il profumo pungente del terricio mescolato con l'aroma degli arbusti ancora umidi dopo la brina del mattino.
Raggiunta la cima, cercando di non fare troppo rumore, mi trovai a pochi metri dalla bandiera. Il cecchino era girato di spalle, intento a sparare ai miei compagni. Mi avvicinai con passo lento e felino ed aspettai che si voltasse. Gli tenevo il fucile puntato contro, era a meno di 10 metri da me ed a separarci, solo la bandiera verde che simboleggiava il compimento della missione. Quando la mia squadra rispose al fuoco, si giro` di scatto verso di me. Non gli diedi il tempo di respirare e gli scaricai una raffica di pallottole al petto, lasciandolo immobile, con sul viso dipinta una maschera di stupore, paura e remissione. Afferrai con la mano destra la bandiera e la alzai al cielo gridando. I miei compagni uscirono allo scoperto, anch'essi sorpresi ed increduli di vedermi in cima alla montagna. Nessuno si era accorto che fossi sparito per qualche minuto, erano tutti troppo occupati a spararsi. Avevo vinto, avevamo vinto! Ero sfinito, respiravo con affanno, le gambe a mala pena riuscivano a sorreggere il mio peso, il tutto era durato quasi un'ora e mezza ed a me sembrava di aver appena corso una maratona. La felpa che indossavo era impregnata di sudore e togliermi il casco inumidito fu un grande sollievo. Ero molto contento, però, di aver vinto e di essere stato io a far trionfare la mia squadra.
Sono sempre stato, lo sono tutt'ora e sempre lo saro`, contrario a qualsiasi tipo di guerra. Non mi hanno mai affascinato le armi e tanto meno gli eserciti. Sono felicissimo di essere stato esonerato dal servizio di leva e, a parte giocare con i soldatini all'eta` di 4 anni, la guerra non mi ha mai attratto. Non sprechero` inutili parole dicendo che e` sbagliata e che porta solo alla distruzione, ma mi limitero` a dire, che quello a cui ho partecipato domenica, non ha nulla a che vedere con la guerra. E` semplicemente un gioco, da qualcuno chiamato sport, dove il rischio maggiore, se ci si attiene alle regole ed alle forme di sicurezza, e`quello di uscire dal campo con qualche piccolo livido, cosa che accade in qualsiasi partita di calcio. Si, e` una simulazione di guerra, ma non per questo puo` essere considerato immorale, a meno che non si voglia considerare immorale anche uno sport olimpico come la scherma, che è una simulazione di un duello di spade.
Mi sono divertito molto, ho sentito l'adrenalina scorrermi nele vene ed il pericolo rincorrermi come un cane inferocito, tutto questo praticamente senza alcun rischio. Il fatto che il gioco si sia svolto in un bosco, in mezzo alla natura, sui pendii delle montagne dello stato del Chiapas, almeno per me, ha reso la competizione ancora piu` realistica ed avvincente. Lo rifaro`, appena mi ricapitera` l'occasione, non ci vedo nulla di male...
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