ITINERARIO

ITINERARIO

Il mio viaggio

37 giorni, 1 ora, 9 minuti e 51 secondi....... Adesso è questo il mio calendario, non esistono più giorni della settimana, non esiste giorno e notte, niente pranzo e cena. Solo il tempo.
Se ne va veloce, corre senza voltarsi indietro, non mi lascia riposare, non mi aspetta, nemmeno se lo imploro. Pensavo di averne ancora molto, pensavo di poter sbrigare tutto con calma. Mi sbagliavo, tutto di un tratto il cuore mi batte forte, i pensieri si accavallano,l e emozioni rimbalzano dentro di me come una pallina in un flipper.
Manca poco più di in mese, poi , finalmente, partirò! Volo BA 2545 06 settembre 2009,ore 07.30 Roma FiumicinoLondon Gatwick
Volo BA 2157 06 settembre 2009,ore 10.40 London Gattwick – Antigua
Volo AA 5053 17 settembre 2009,ore 07.16 Antigua – San Juan
Volo AA 0973 17 settembre 2009,ore 13.25 San JuanMiami Intl
Volo AA 2125 17 settembre 2009,ore 21.25 Miami intl – Guatemala City.
Questo è il mio itinerario per arrivare in Guatemala.

Lo so, è un po' lungo e se lo leggo mi viene da ridere. Ripenso al quel giorno, 26 marzo 2009. La settimana prima mi ero messo in contatto con la scuola di spagnolo ad Antigua, in Guatemala, per avere informazioni e mi ero fatto fare un po' di preventivi per il biglietto aereo. Navigavo su internet guardando foto del centro America , leggevo racconti di viaggio e mandavo qualche email alle agenzie. Stavo sognando, sognando ad occhi aperti. Mi stavo organizzando ma ancora non c'era niente di sicuro; nemmeno io ero sicuro. Mi alzo alle 9.00, sono solo in casa e sembra essere un giovedì come tanti altri. Ormai è da molto tempo che penso a questo viaggio, ne ho parlato con qualcuno, per avere delle opinioni a riguardo, ma sembra che nessuno capisca davvero il vero motivo e l'importanza del mio progetto. Preparo un tè e mentre aspetto che si raffreddi faccio una doccia. Mi sento bene,passo quasi 10 minuti sotto l'acqua e mi rilasso. Martin Jondo è in salotto che suona per me 'Jah Gringo' (http://www.youtube.com/watch?v=j25kZ4dskys&feature=related) e mi vengono in mente tanti ricordi. Ricordo l'estate passata, i miei viaggi a Madrid, Valencia, FuerteVentura, Barcellona, New York . Così comincio a guardare le foto che non vedevo da tanto tempo.

Sono dell'idea che questa storia del digitale abbia un po' rovinato il piacere di guardare le foto,perché se ne fanno troppe si lasciano sul pc e non si guardano mai. A me piacciono gli album, da poter sfogliare, da far vedere agli amici quando vengono a casa, dove ci sono quelle migliori ma anche quelle venute un po' male che però dispiace buttare via. Il cd va avanti ed io mi perdo nelle immagini delle spiagge, del mare, del cielo, dei palazzi.....penso a quanto stavo bene quando ero là e a come riuscivo ad essere me stesso, mi sentivo libero.

Così, d'un tratto, scatta qualcosa dentro di me, non penso più, mi lascio andare, mi vesto, prendo le chiavi dello scooter e mi precipito in banca. Prelevo i soldi necessari, vado a San Giovanni in agenzia, entro e dico che voglio fare un biglietto per Antigua! Lo voglio aperto 6 mesi e pago una tassa per poterlo prolungare fino ad un anno.
Avevo aspettato per tanto tempo quel giorno, avevo passato intere serate a chiedermi quando sarebbe arrivato il momento giusto per farlo............poi............. mi sono reso conto che il momento giusto per fare qualcosa di importante per noi stessi siamo noi a crearcelo, siamo noi a volerlo. Se aspettiamo che siano le persone, le situazioni, i soldi, il lavoro, tutti i fattori che ci circondano a plasmare il momento appropriato per realizzare i nostri sogni, non ci riusciremo mai.

Pago,ringrazio ed esco.

Stringendo forte con la mano la busta di plastica arancione con dentro il foglio che mi avrebbe cambiato la vita, passo attraverso la gente e penso che nessuno sa quello che ho appena fatto. Il cuore va a mille km all'ora e le gambe a duemila. Monto sullo scooter e parto, la strada di ritorno mi sembra infinita, vorrei che non cessasse mai qual momento, in mezzo alla statale comincio a gridare, come un ragazzino sulle montagne russe, nessuno può sentirmi, nessuno se ne accorge, quell' istante è solo mio, e io grido, grido più forte che posso. Mi lacrimano gli occhi dalla gioia. Non ho pensato se fosse giusto o sbagliato, se costasse troppo o troppo poco, non ho pensato come avrei fatto con il lavoro, con mia sorella, con la casa, con la macchina e tutto il resto. L'unica cosa alla quale ho pensato è che io lo volevo davvero!


Il giorno seguente comunico a mia sorella Giorgia la mia decisione e lei si dimostra entusiasta per me. Sa che quello che sto per fare è la realizzazione di un sogno, di una passione che va al di là di tutto il resto. Tra di noi c'è un rapporto molto forte e percepisco in lei anche un po' di tristezza perché si rende conto che non ci vedremo più per molto tempo. Mi metto subito in contatto con la scuola in Guatemala ed informo Sarita, colei che si occupa della gestione dei corsi di spagnolo, che il mio giorno di arrivo è il 6 di settembre. Scelgo di alloggiare in una famiglia perché credo che sia il modo migliore per potersi integrare pienamente con la cultura e le usanze del posto, la informo che frequenterò la scuola per un mese e poi partirò per visitare il centro America.
Trascorro una settimana a fantasticare su tutto quello che farò e che vedrò, mentre aspetto con ansia che torni mio fratello Simone dal Messico per poterlo dire anche a lui. Tutti i giorni controllo la mia email aspettando una risposta da Sarita. Finalmente arriva! Ricevo una email dove viene ben descritto tutto quello che è compreso nella quota (molto più conveniente rispetto ad altre associazioni simili) che dovrò pagare una volta arrivato in Guatemala.
"Encluidos: Trasporto dall'aeroporto di città del Guatemala ad Antigua il giorno 6 september (hora 14.00)Corso di lingua spagnola 5 giorni a settimana (lunedì-venerdì) - 4 settimane - fino al 3 de octubre 2009alloggio 4 settimane in famiglia con pensione completaAssistenza da parte dell'agenzia di Walter per ogni cosa tu abbia bisogno . Ritorno in areoporto il 3 ottobre (o seguenti)Per ora ti viene chiesto un anticipo del 10%.Se ti va bene il preventivo ti mando il voucher di prenotazione.Le famiglie che utilizziamo sono tutte nel centro di Antigua. Ottima scelta quella di soggiornare presso di loro, si aiuta la popolazione locale e si capisce come è la vita in centro america. Bravo!!! "
La leggo un paio di volte, poi vado a prendere il mio biglietto nel cassetto del comodino in camera da letto, lo apro e li mi sorge un enorme dubbio!!! Se io ho in mano un biglietto per Antigua, a cosa mi serve il trasporto dall'aeroporto di città del Guatemala ad Antigua? In quel momento mi si gela il sangue nelle vene, gocce di sudore cominciano a scendermi sulla fronte. Vado su google, scrivo : Antigua Guatemala aeroporto. Cosa scopro? Che ad Antigua in Guatemala non c'è nessun aeroporto!!!! No, non ci posso credere! Ma allora ho fatto il biglietto sbagliato! Impossibile! Ma per dove ho fatto il biglietto allora? Dove atterrerò?

Scrivo Antigua su google ed eccomi qua, http://www.google.it/search?hl=it&q=antigua+&meta= una piccola isola dei Caraibi della quale io non ero a conoscenza nemmeno dell'esistenza. Incredibile!
Mi fiondo in agenzia per avere spiegazioni, mi dicono che loro non possono più fare niente per me, la compagnia aerea, se annullassi il biglietto, mi rimborserebbe solo una piccola parte dell'importo e farne un altro diretto da Roma a Guatemala City costerebbe molto di più. Torno a casa, racconto tutto a mia sorella e comincio a pensare a come il non sapere le cose nella vita, a volte ti possa danneggiare. Il mattino seguente trovo un biglietto sul tavolo della cucina,era di mia sorella:

" buon giorno, lo so che è dura alzarsi alle 5 del mattino per andare a lavorare, ma pensa che tra un anno a quest'ora sarai dall'altra parte del mondo...chissà dove, chissà con chi! Anche se c'è stato quest'intoppo del biglietto vedrai che il tuo sogno andrà avanti, basta essere determinati, e tu lo sei! Sei forte! Ti voglio tanto bene e non smetterò mai di dirtelo, sei il mio fratellino speciale e non so come farei se non ti avessi vicino! Intendo nel cuore, con i sentimenti. Non ha importanza la distanza fisica,se c'è di mezzo il bene che ci vogliamo! Buon lavoro. Un bacio. Giorgia."

Questo messaggio mi ha dato molta forza, mi ha fatto pensare che se ho sbagliato, devo pagarne le conseguenze e quindi devo andare ai Caraibi! Ho cominciato a contattare persone di Antigua-Barbuda nella speranza di trovare una sistemazione ad un prezzo accessibile. L'isola è carissima e non esistono ostelli o pensioni. Con un po' di fortuna ho trovato un resort vicino al mare a 45 $ a notte dove alloggerò per 10 giorni. Ho fatto il biglietto per il 17 settembre da Antigua a Guatemala City e la somma dei due biglietti è risultata uguale all'importo di un biglietto diretto dall'Italia per il Guatemala. Ho comunicato l'inconveniente a Sarita, senza entrare nei dettagli, per non fare brutta figura e lei mi ha risposto che non c'erano problemi,avrebbe rimandato tutto di 10 giorni.
Così ho preso questa vicenda con filosofia ed ottimismo, forse era destino.

Poi....... in fin dei conti........ si sta parlando di andare 10 giorni in un'isola dei Caraibi, non è poi così male.....


E' per questo motivo che ho cominciato a prendere lezioni private di inglese, per riuscire a cavarmela in quei 10 giorni. A proposito, si è fatto davvero tardi, sono le 2.35 del mattino ed io alle 10 ho lezione, è meglio che vada a dormire.

sabato 30 gennaio 2010

29.01.10 Huatulco-Mexico


Sono in piedi, fermo, con entrambi i piedi all'interno del piccolo cerchio disegnato con il gesso nel mezzo di un grande campo da calcio. Nel grande stadio, gli spalti che mi circondano sono gremiti di gente. Grandi riflettori mi coprono di luce incandescente dall'alto, abbagliandomi gli occhi.
Ad ogni respiro una nuvola di aria calda esce dalla mia bocca per dissolversi nell'aria gelida di una notte invernale.
Mi sembra di stare fermo, eppure vedo lo stadio girare lentemante intorno a me.
Tra la folla non riesco a riconoscere nessuno, scruto le sagome sfuocate in lontananza che si muovono disordinatamente. Con le mani mi copro gli occhi dalla luce fastiosa, cerco di vedere lontano, di incontrare qualcuno, ma sono solo, in mezzo a milioni di persone. La folla ammassata sulle gradinate sembra in delirio, si sbracciano, urlano, fischiano, gridano a scuarcia gola qualcosa che pero´, io non riesco a capire. Mi sforzo di captare una frase, un suono, un segnale, ma quel rumore mi assorda e non capisco cosa stiano cercando di dirmi. Non ci sono compagni, non ci sono avversari, solo io e nessun altro. Mi faccio mille domande, ma in quel frastuono, non ottengo nessuna risposta. Voglio andarmene da lì, voglio scappare, voglio correre, fuggire via, ma non mi muovo, non ci riesco.
Non comando i movimenti del mio corpo, non ne ho la forza, non ne ho il coraggio. Vorrei urlare, vorrei che la mia voce sovrastasse quella della gente, cosi´ da poterla sentire, ma non riesco a farlo. Quando sto per arrendermi al mio destino, per magia, scompare come una bolla di sapone ed ecco, il piu´ assoluto silenzio.
Non c'e´ piu´ nessuno intorno a me, sono spariti tutti, nel nulla. Adesso non ho piu´ paura, chiudo gli occhi e mi rilasso nel silenzio. Non ho bisogno di loro, non ho bisogno di quelle persone. Non cerco aiuto perche´ so che nessuno, mi puo´ aiutare.
Basta, riflettere! Basta, pensare! Serve solo a far aumentare i dubbi. Ora sono in silenzio, in mezzo a quello stadio e mi sento pronto a giocare la partita: la partita piu´ importante della mia vita dove una sola distrazione, un attimo di debolezza, un secondo di troppo ne puo´ cambiare il risultato per sempre. Questa e´ la partita contro me stesso ed io voglio vincerla, costi quel che costi!

Quante volte nella vita ci troviamo costretti a dover prendere decisioni importanti? Decisioni che possono cambiare il nostro destino, i nostri sogni, la nostra esistenza. A volte pensiamo che da soli non ce la potremmo mai fare, che non e´ il momento giusto, che la situazione e´ troppo complicata. Abbiamo paura, paura di tentare, paura di fallire. Abbiamo paura di soffrire e di far soffrire, e cosi´, rimandiamo tutto a domani. Andiamo in cerca di scuse, di consigli, di espedienti, di preghiere, aspettando che qualcuno ci dia la risposta. La cerchiamo ovunque intorno a noi, camminando nel deserto della mente, soli in mezzo alla tempesta di pensieri. Soffrendo, aspettiamo di sentire in quel frastuono qualcuno che ci dica qual e´ la cosa giusta da fare, la cosa perfetta, della quale mai ci pentiremo. Andiamo alla ricerca di quella voce ogni giorno, in ogni istante. La cerchiamo nelle parole, negli sguardi della gente, nelle strette di mano, per le strade, al lavoro, ovunque. Aspettiamo, sappiamo che un giorno la sentiremo e che seguendola non avremmo piu´ bisogno di decidere. Qualcuno lo avra´ fatto per noi, la cosa giusta al momento giusto. Pero´ il tempo passa, scorre in fretta davanti ai nostri occhi impauriti e non sentiamo niente, non una sola parola. Possiamo attraversare oceani, scalare montagne, discendere fiumi, ma non la troveremo mai. La risposta e´ dentro di noi e solo ascoltandoci, riusciremo a sentirla. Qualcuno la chiama Dio, altri destino, anima, fato, fortuna, coraggio. Io la chiamo AMORE, amore per noi stessi. Amare e´ la prova della vita piu´ difficile di tutte, alla quale veniamo sottoposti senza preavviso e senza conoscerne le regole. Veniamo risucchiati da un vortice di emozioni che ci trascina via impotenti. Non sappiamo dove andremo a finire, pero´ non possiamo fare altro che lasciarci andare. Ma come fare ad amare qualcuno, se prima non amiamo noi stessi? Da dove prendere tutta quella energia da donare a qualcuno, se non la troviamo prima dentro di noi?

Sogni come questo, mi aiutano a capire che quello che cerco cosi´ disperatamente e´ dentro di me e che mai devo smettere di chiedermi che cosa voglio. Che cosa voglio veramente? Io lo so, in fondo tutti lo sappiamo, dobbiamo solo domandarcelo, tutti i giorni, perche´ siamo soli in mezzo quello stadio e siamo noi, gli unici, a dover fischiare il calcio d'inizio.

Queste parole mi vengono dal cuore, in questo momento difficile del mio viaggio. Sto programmando la mia partenza da Huatulco, una partenza rimandata tante volte, una partenza che mi spezzera´ il cuore in due, che mi fara´ soffrire, ancora una volta. Fara´ soffrire anche qualcun altro e questa cosa mi uccide. Ho cercato tanto quella voce, che mi dicesse quando fosse il giorno giusto, che mi desse una data, un momento esatto, ho aspettato di ascoltare la frase giusta per dire ¨Addio¨, per dire ¨Devo andare¨. Alla fine l'ho capito, questa notte, dentro a quello stadio.
Se potessi raccontare tutto, ogni fatto, luogo, sensazione, pensiero, brivido, pianto... se potessi descrivere al completo quello che vivo, quello che sento. Forse un giorno lo faro´, forse riprendendo in mano queste righe, le potro´ colmare dei ricordi che mi porto dentro al cuore e che lì rimarranno fino a che questo, non cessera´ di battere.

venerdì 22 gennaio 2010

21.01.10 Puerto Angel - Mexico


Ero seduto al bancone del pub Dublin, ormai vicino all'orario di chiusura. Il locale era quasi vuoto ed io chiacchieravo di musica con Rodrigo. Mi alzai per andarmene ed aprii il mio braccio destro per effettuare il saluto diffuso in tutto il Centro America: con la mano destra in posizione orizzontale, si dà il classico ¨5¨, poi si stringe il pugno e lo si scontra senza forza contro quello del compagno.
Spesso e´ il primo impatto, quello con le mani aperte, a determinare la confidenza tra le due persone, in base alla sua forza. Dopo il saluto, Rodrigo mi invito´ , per il giorno seguente, ad andare sulla barca di Scott. Quest' ultimo aveva, da poco, lasciato il locale e mi domandai se potevo considerare valido un invito fatto da una persona che non fosse il proprietario della barca, ma accettai senza farmi troppi problemi.

Il mattino seguente mi presentai al molo di Santa Cruz alle 10.30, come prestabilito. Mentre comminavo sulla passarella che conduce alle imbarcazioni mi guardavo intorno nella speranza di incontrare qualcuno che conoscevo chiedendomi quale fosse la barca di Scott. Chiesi informazioni ad un piccolo signore che indossava una polo bianca con il simbolo della Capitaneria, mi indico´ quale fosse lo spazio riservato alla barca del mio amico, ma allo stesso tempo, mi avverti´ che aveva lasciato il porto da una decina di minuti. Sconsolato e dubbioso feci marcia indietro verso il piazzale, alla ricerca di un taxi per tornare a casa. Ne vidi arrivare uno a tutta velocita´ sulla strada sterrata e, quando si fermo´ e la nube di polvere si dissolse nell'aria, spunto´ la piccola ed esile sagoma di Rodrigo. Portava i lunghi capelli brizzolati raccolti in una coda di cavallo, nella mano destra teneva il cellulare e nell'altra una bottiglia di gatorade al limone. Aveva la faccia di uno che si era svegliato da 30 secondi. Sotto gli occhi ancora socchiusi e circondati dalle scure occhiaie, mi regalo´ il suo solito sorriso e mi auguro´ il buon giorno. Erano le 10.40 e sapeva bene di essere in ritardo. ¨Qui non c'e´ nessuno Scott, io sono arrivato alle 10.25 ed un tipo mi ha detto che se ne erano gia´ andati da dieci minuti!¨ gli dissi con tono perplesso. Dopo essersi scolato mezza bottiglia in un solo sorso della bibita energetica, guardando verso il mare, mi rispose:¨Come e´ possibile? Scott mi aveva detto alle 10.30! Aspetta, ora ci penso io.¨. Inizio´ a fare qualche telefonata, senza che nessuno gli rispondesse, l'ultima fu quella buona. Parlo´ con Scott e lo convinse a tornare indietro a prenderci. Mi spiego´ che c'era stato un disguido con l'orario, Scott aveva detto ai sui amici canadesi alle 9.30, ma a lui ed al resto dell'equipaggio alle 10.30. Quest'ultimi, quando arrivarono con un po´ di anticipo per i preparativi, si erano quindi affrettati a partire per non fare aspettare ulteriormente gli invitati nordamericani. Sinceramente mi sentii un po´ in imbarazzo a pensare che tutte quelle persone dovessero tornare solo per noi, ma furono un paio di battute e la simpatia di Rodrigo a rimettermi a mio agio. Dopo una decina di minuti ed una sigaretta, vedemmo la barca avvicinarsi all'entrata del porto. Man mano che si avvicinava, diventava sempre piu´ grande e, quando me la trovai davanti agli occhi capii che non era il grosso motoscafo che mi ero immaginato, ma qualcosa di piu´. Davanti, sulla grande vetrata oscurata, c'erano tre grandi lettere rosse, (G,S,D) a rappresentare la societa´ di Scott e Nata, che organizza ¨immersioni di lusso¨. Ovvero, oltre che ad offrire il servizio di tre istruttori, le attrezzature e di fatto le immersioni guidate, permette ai clienti di godersi una giornata intera a bordo del piccolo yacht, serviti e riveriti di cibi e bevande a volonta´.La barca e´ lunga almeno 20m ed è dotata di: cucina, due camere da letto matrimoniali, bagno, salotto con tanto di televisore LCD 50 pollici, impianto stereo, frigo-bar, e tante altre piccole, e forse inutili comodita´ che solo la gente con i soldi puo´ permettersi. L'equipaggio e´ composto da Luca, il ragazzo italiano, Toñio, un messicano di 23 anni e Nata, il co-propietario della barca e capo-istruttore. Per ultimo, il baffuto capitano, del quale non ricordo il nome che, dall'alto della cabina, conduce la barca facendo roteare con disinvoltura il grande timone in legno chiaro.
Scott mi accolse affettuosamente e si affretto´ nelle presentazioni dei suoi amici. Erano un gruppo di 7 persone, 4 uomini e 3 donne. Due dei ragazzi erano quasi completamente ricoperti da coloratissimi tatuaggi ed uno di loro aveva entrambi i lobi delle orecchie perforati da quei grossi pircing a forma di anello, dentro ai quali avrei potuto tranquillamente infilarci un dito mignolo. Dopo una visita all'interno della imbarcazione mi sedetti su di uno degli ampi e comodi materassi posti a prua e, mentre prendevamo il largo, ammirammo la maestosa parete rocciosa della costa che scorreva alla mia destra, dalla quale spuntavano paradisiache ed incontaminate spiaggie ricoperte da soffice sabbia bianca. Ci fermammo di fronte ad una di esse e, mentre Luca e gli altri si preparavano per l'immersione, mi tuffai nelle acque fresche e limpide dell'Oceano Pacifico. Presi in prestito un paio di pinne, tubo e maschera, e mi diressi verso gli scogli ammirando il fondale marino. Passai 40 minuti a fare snorkeling e non riuscivo a stancarmi di osservare tutta quella natura, tutta quella vita!
Risaliti tutti a bordo potei godere del grande buffet preparato da Rodrigo e dissetarmi con una coca-cola fresca, e tutto, gentilmente offerto dalla casa. Tra una risata, un tuffo in mare, una pennichella sotto il sole e lunghe chiaccherate, con un sottofondo di ottima musica, il tempo trascorse veloce e verso le 4 del pomeriggio ci dirigemmo verso casa.
Durante il viaggio di ritorno parlai a lungo con Luca che fece nascere in me una gran voglia di provare a fare immersioni. Cosi´, dopo aver contrattato un prezzo davvero speciale con Nata, che si dimostro´ essere molto gentile e disponibile nei miei confronti, Luca mi disse che avremmo potuto provare martedi´ e che per renderlo il piu´ economico possibile, saremmo partiti dalla spiaggia senza dover dunque usare nessuna barca. Mi lasciarono un DVD che illustrava le regole principali per la prima immersione e si raccomandarono che lo guardassi con attenzione. Salutai tutti, ringraziai ripetutamente Scott per la sua ospitalita´, presi appuntamento con Luca per martedi´ mattina e me ne andai verso casa, emozionato ed impaziente di provare questa, per me completamente nuova, attivita´ sportiva.

In questo momento mi trovo a Porto Angel, un piccolo villaggio vicino alla spiaggia di Zipolite, dove sono stato la settimana scorsa. Quando ci passai con il taxi per raggiungere la spiaggia hippy, rimasi incantato dalla pace e dalla tranquillita´ che mi trasmise questo piccolo paese dalle case colorate rivolte verso il mare e cosi´ ho deciso di venirci a passare un paio di giorni. Ho trovato riparo dal sole sotto ad una tettoia di foglie di palme, la spiaggia e´ deserta, ci siamo solo io le piccole e scolorite barchette dei pescatori. Il mare e´ calmo, privo di onde, mi godo il suo silenzio, leggo, scrivo, rifletto,........vivo!

mercoledì 13 gennaio 2010

12.01.10 Zicatela - Mexico




Dopo l'avventura pomeridiana sulle rocce, finita nel peggiore dei modi, comprai un po´ di garze, un disinfettante spray ed una benda. Dopo la doccia comincio´ l'automedicazione. Ad ogni spruzzo di quel disinfettante color rosso a base di alcool, mordevo con forza l'asciugamano per resistere al bruciore ed aspettavo che terminasse per poter proseguire. Ci vollero ben 7 spruzzi per terminare il lavoro, accompagnati da altrettante imprecazioni contro me stesso. Mi fasciai il piede e mi misi un po´ di carta igienica dentro la calza per rendere piu´ morbido ogni passo. Mentre camminavo nella via principale avevo solo l'imbarazzo della scelta per decidere dove andare a mangiare.
Un cartello in piedi sul ciglio della strada, attiro´ la mia attenzione. Era uno dei tanti ristoranti italiani che ormai hanno invaso, credo, tutto il Messico, pero´ fu il sentiero illuminato da torce che andava verso la spiaggia ad invogliarmi ad entrare. L'ambiente era molto accogliente ed invitante, i tavoli in legno erano posti sotto ad una grande terrazza affacciata sul mare e, scendendo 5 gradini, si poteva raggiungere la spiaggia dove ce n'erano altri.
Scelsi l'ultimo a sinistra, a pochi metri dall'acqua. Ordinai come primo: un piatto di tagliatelle fatte in casa al sugo di aragosta e gamberi e, per secondo, una tagliata di tonno. Mi parve strano leggere un menu´ scritto in italiano ed ero molto dubbioso sulla qualita´ della cucina. Il vino che chiesi era cileno, ma per errore la gentile e bella cameriera mi servi´ un Trebbiano d'Abruzzo. Quando arrivo´ il piatto di pasta, mi venne l' acquolina in bocca solo a guardarlo ed a sentirne il profumo.
L'aragosta tagliata a meta´ guarniva il piatto abbondante, la cottura era perfetta ed il sapore sublime. Ritornai con la mia mente in Italia, ne sentii il sapore genuino, fresco, semplice. Quando arrivo´ la tagliata di tonno, guarnita da pure´ di patate, uno dei migliori che abbia mai mangiato, ed insalata, rimasi semplicemente esterrefatto. La carne sembrava burro, si scioglieva in bocca ed era molto saporita.
Mentre ascoltavo la musica del mare, accarezzato dalla brezza della sera, godevo nell'assaporare quelle delizie nonostante fossi dall'altra parte del mondo.
Ho gia´ sperimentato moltissime cucine diverse nella mia vita ed in tutti i luoghi dove vado, una delle cose che mi piace maggiormente, e´ proprio provare la cucina tipica del posto.
Detto questo ed a prescindere dal fatto che ho mangiato benissimo in molti ristoranti stranieri, posso dire che per me, la cucina italiana, rimane comunque la migliore al mondo e questa cena mi ha aiutato a ricordarlo.
A rendere tutto perfetto ed indimenticabile, l'atmosfera, il suono delle onde, l'essere a cosi´ pochi metri dal mare, l'aria pulita, la tranquillita´, la pace. Mancava solo una bella e brava ragazza a farmi compagnia per concludere il quadretto, ma forse c'era, forse no....

Pienamente soddisfatto della fantastica cena, mi incamminai verso il lato opposto della via, inseguendo una musica che proveniva da lontano. Quando la raggiunsi, ero arrivato ad un bar vicino alla spiaggia, arredato semplicemente da palme e con un bancone sul lato destro. La gente ballava a piedi nudi sul pavimento di sabbia; la musica della band era composta da 7 elementi: cantante, pianola, chitarra acustica, trombetta, saxofono, percussioni ed armonica a bocca. Suonavano molto bene, si capiva subito che molti di loro erano veri e propri musicisti e non si trattava di una band improvvisata. Rimasi a ballare, su di un piede solo fino a tarda notte e conobbi due o tre personaggi molto interessanti.

Il mattino successivo rimasi a godermi la spiaggia fino al tardo pomeriggio. Zipolite e´ una spiaggia libera, ma libera in tutti i sensi! Non ci sono praticamente controlli di nessun tipo, mancano addirittura i bagnini. E´ popolata da nudisti che si mostrano fieri di come ¨mamma li ha fatti¨, artisti di strada, omosessuali, rastaman... c'e´ un po´ di tutto, ma nel contesto´ e´ molto tranquilla e rilassante. Vicino c'e´ Masunte, che mi hanno detto essere molto simile; un giorno o l'altro la visiterò.
Tornato a Huatulco, erano ormai le 22 passate, andai a casa di Efi a raccontargli le mie disavventure ed a riposare.

11.01.10 Zicatela - Mexico





Dovetti prendere ben 3 taxi-collettivi per riuscire ad arrivare a questa famosa spiaggia. Per taxi collettivi si intendono quelli che percorrono tratte piu´ lunghe di quelle urbane, trasportando i passeggeri da una citta´ all'altra per un prezzo che normalmente e´ di poco superiore a quello di un viaggio con un bus.

Partii domenica mattina verso le 10.00 e di fronte alla stazione dei bus salii sul primo taxi. Per puro caso nello stesso istante in cui arrivai, si stavano avvicinando al taxi 3 ragazzine adolescenti che ridevano e si tenevano per mano. Normalmente, l'attesa che tutti i posti del taxi siano occupati, puo´ prolungarsi anche piu´ del dovuto, ma in questo caso, partimmo all'istante in direzione Puerto Escondido. A circa meta´ strada per arrivare a Puerto, svoltammo a destra in un grande incrocio e dopo pochi minuti scendemmo tutti nella citta´ di Pochutla. Da li, un'altro taxi-collettivo fino alla piccola cittadina sul mare di Puerto Angel, ed infine l'ultimo diretto alla spiaggia di Zicatela.
Il piccolo centro abitato di Zicatela, si estende nella via parallela alla spiaggia lunga circa 3 km. A separare la spiaggia dalla unica stradina principale dove si vede passare un'auto ogni 15 minuti, la lunga striscia di posade, bar, ristoranti e capanne affacciate sul mare, che offrono ristoro ai turisti.
Nella prima in cui mi fermai, mi basto´ leggere il listino prezzi appeso fuori dalla reception per capire che non era alla mia portata. Continuai, cosi´, a camminare sulla sabbia, alla ricerca di qualcosa di piu´ economico. Lo trovai in fretta. In una piccola posada dalla facciata color lilla, era rimasta libera una camera al primo piano; costava il 40% in meno di quella precedente, bagno privato, ventilatore ed un lusso che a quella di prima mancava: dalla vetrata della camera, si poteva ammirare l'intera spiaggia e bastava uscire sul piccolo balcone comunicante con le stanze vicine per poter sentire il profumo del mare.
Sistemate le mie cose, andai subito a camminare sulla spiaggia e lo feci in direzione nord, verso la grande scogliera che ne delimita la fine. Dopo un bagno veloce, rimanendo sempre a pochi metri dalla riva, date le onde alte, ma soprattutto le forti correnti che ogni tanto portano via con sè qualche vita umana, decisi di andare a vedere al di la´ delle rocce per riuscire a scattare qualche foto particolarmente bella.
Spinto dalla curiosita´ di vedere cosa ci fosse dietro quella montagna rocciosa ed anche da un po´ di incoscienza, munito solo di costume da bagno, infradito e con la macchina fotografica tra i denti, cominciai la mia scalata. I piedi cominciaroro a sudare velocemente ed a scivolarmi fuori dai sandali come unti da sapone. Arrivato a fatica fino in cima ad una grande roccia, mi trovai di fronte ad una parete inclinata alta circa 2 metri. Non so esattamente che cosa diavolo mi passo´ nella testa in quel momento, ma decisi di tentare la cosa piu´ stupida che si potesse fare, e cioe´, scendere! Mi vergogno un po´ a raccontarlo, ma in fin dei conti ormai e successo e forse un giorno, leggendo queste righe, riusciro´ a farmi una grossa risata.
Mi sedetti sulla cima della roccia con le mani appoggiate ai fianchi, guardai di sotto e cercai di trovare un punto dove poter atterrare, poi, senza pensarci due volte, mi lasciai cadere verso il basso. L'atterraggio fu disastroso! Entrambi i piedi mi scivolarono via dalle ciabatte, non riuscii a mantenere l'equilibrio e caddi a terra rovinosamente sul fianco destro. Dopo essermi insultato da solo per 5 minuti, riuscii ad alzarmi ed a sedermi sulla roccia. La prima cosa che vidi quando mi voltai, fu la chiazza di sangue che brillava sulla pietra calda vicino ai miei piedi. Perdevo sangue dal piede sinistro, da 4 punti diversi sulla gamba destra, dal gomito del braccio destro, e l'anca mi faceva un male terribile. Analizzai le ferite, ripresi fiato ed aspettai che il dolore diminuisse. Un ragazzo si affaccio´ dalla roccia dalla quale mi ero lanciato e mi guardo´ con un'espressione di stupore e quasi un po´ impaurita, chiedendosi probabilmente come cavolo avessi fatto ad arrivare lì. La sua testa scompari´ dalla mia vista prima ancora che potessi chiedergli aiuto. Mi trovai da solo, con le onde che si infrangevano ai miei piedi, i grandi avvoltoi neri che volavano con triettorie circolari sulla mia testa e con il sole che batteva forte e bruciava le ferite sanguinanti. Mi sentii stupido, davvero stupido.... Ma il bello deve ancora venire: il problema piu´ grande fu tornare indietro! Provai ripetutamente a scalare la roccia dalla quale mi ero buttato, ma senza successo, anzi rischiando di cadere di schiena. Non avevo appigli sufficienti, l'anca destra mi faceva male e sentivo il piede sinistro ardere come se stessi camminando sui carboni ardenti. Le ferite superficiali sulla gamba e sul braccio, smisero presto di sanguinare, ma gonfiarono e diventarono palline sotto la pelle graffiata. Mi guardai intorno, non sapevo davvero come fare per andarmene da lì. Nessuno poteva vedermi dalla spiaggia vicina, solo in lontananza scorgevo le persone camminare sulla sabbia e non so se avrei potuto fare qualcosa per attirare la loro attenzione. Cominciai a ridere, come dice mia nonna ¨per non piangere¨ e, dopo essermi sfogato, a pensare ad una soluzione per non diventare la cena di quegli uccellacci inquietanti che mi volavano sulla testa.
Abbandonata l'idea di scalare la parete rocciosa, optai per provare a passargli sul lato esterno. La cosa che piu´ faceva paura, era il colore della pietra, il nero luccicante che indicava che erano umide e scivolose. Mi infilai i sandali nel costume, dietro, strinsi la macchina fotografica fra i denti ed, a piccoli passi, mi inventai un sentiero. Ad ogni movimento sentivo che una lama affilata mi entrava sotto la pianta del piede sinistro ed il sudore mi bruciava le altre ferite. Molto lentamente e con la massima cautela impiegai 10, infiniti minuti per riuscire ad attraversare tutto il lato della roccia e, quando finalmente appoggiai i piedi sulla sabbia, sentii un grande sollievo. Andai subito a bagnarmi le ¨ferite¨ con l'acqua del mare, grazie al Cielo non mi ero fatto nulla di grave, con quel salto avrei potuto facilmente rompermi una caviglia o qualcos' altro. Mentre camminavo il dolore sotto la pianta del piede aumentava costantemente. Lo ripulii, cercando di restare in equilibrio con l'acqua alle ginocchia, lo afferrai con la mano, come si fa per fare stirare i muscoli, e quello che vidi, non mi piacque per niente. Oltre ad una ferita grande come una moneta da 100 lire, abbastanza profonda da poter vedere la carne bianca, sul lato interno appena sotto l'alluce, c'era un taglio che attraversava tutta la pianta del piede nel suo centro in modo orizzontale. Non era molto profondo, ma era quello che mi faceva piu´ male di tutti, ed il doverci camminare sopra, certo non aiutava.
Mi distesi sul pareo davanti alla mia posada, mi accesi una sigaretta e cominciai a ridere di me stesso. ¨Bene Matteo, la cazzata del giorno penso che tu l'abbia fatta, penso che ti possa ritenere soddisfatto!¨ pensai mentre ammiravo il sole nascondersi dietro l'oceano. Il mare era mosso e le onde si scontravano tra loro e le creste coloravano il mare di bianco. Quando il sole se ne ando´, al ¨di sopra¨ della lunga linea che delimita il cielo dall' oceano, si formo´ un enorme arcobaleno piatto che ricopriva l'orizzonte. Le linee di colori erano ben visibili, ma tra esse si mescolavano tinte luminose di colori che non avevo mai visto prima. Rimasi a godermi lo spettacolo fino alla fine e quando rientrai zoppicando nella camera, ormai era buio.

sabato 9 gennaio 2010

05.01.10 San Cristobal de Las Casas - Mexico


La citta´ di San Cristobal mi ha davvero affascinato. E´ una citta´ di media grandezza, che si distende nel letto di una valle circondata dagli altopiani ricoperti di pinete.

Le vie acciottolate a senso unico, le basse case colorate, i marciapiedi stretti e le chiese dalle facciate stile barocco dove il sole fa risplendere i loro colori, mi fecero tornare immediatamente alla mia amata Antigua-Guatemala. La calle Real de Gauadalupe si interseca con la fine della ´´Avenida 20 de Noviembre´´ e l'inizio della Avenida Hidalgo le quali tagliano in due la citta´, da nord a sud. Sono in gran parte pedonali e si affollano di gente che passeggia tra i numerosi bar, ristoranti e negozi di abbigliamento. Questo incrocio è nel centro esatto della citta´, ovvero nell'alberata piazza principale con il suo grande e bianco splendente Palacio Municipal. Sul lato nord della piazza sorge la grande cattedrale dal color sabbia e dalle rifiniture rosse e bianche davanti alla quale, ogni sera, viene allestito dagli abitabti del vicino paese di San Juan Chamula, un mercato dell'artigianato.
Alla fine della Calle Guadalupe, a est della citta´ , in cima alla lunga scalinata, si erge la Chiesa di Guadalupe e, dal suo piccolo piazzale di fronte all'entrata principale, si puo´ ammirare il panorama dell'intera citta´.

Vi ritrovai: il calore di Madrid e dei sui quartieri del centro, l'aspetto coloniale ed il fascino di Antigua e l'atmosfera natalizia della mia citta´ natale.
La rusticita´ di un paese di montagna si miscela perfettamente con la vita animata e moderna della gente che la popola. Tutto questo trasmette tranquillita´ e sicurezza, i profumi speziati stimolano l'appetito, le chiese ti riportano indietro nel tempo ed il suo fascino ti avvolge in un abbraccio di benvenuto caloroso. E´ popolata da gente proveniente da ogni parte del mondo, molti dei quali italiani che hanno la supremazia nel campo della ristorazione.

Sono stato a visitare anche il paesino di San Juan Chamula a circa 10km fuori da San Cristobal.
Ero stato avvertito che non si sarebbero potute fare foto e che gli abitanti appartenenti al gruppo etnico degli ´´tzotzil´´ erano molto fieri ed orgogliosi della loro indipendenza. Arrivati davanti alla piazza centrale, fummo assaliti da una decina di bambini che si offrivano di fare da guardie alla nostra macchina, cercavano di vendere piccoli oggetti di artigianato, si proponevano come guide turistiche all'interno della chiesa o semplicemente chiedevano l'elemosina. Sinceramente, mi aspettavo di trovare un ambiente piu´ caratterizzato dalla cultura indigena, mentre vi trovai solo uno spoglio mercato della frutta e qualche donna vestita con gli abiti tradizionali. L'unica cosa, unica nel suo genere, e´ il ´´Templo di San Juan´´, cioe´ la grande chiesa dalla facciata di un bianco abbagliante. All'interno, non ci sono ne´ panche, ne´ banconi. Si respira un forte profumo di incenso e si calpesta un tappeto di aghi di pino che ricoprono il pavimento. Nelle corsie laterali, una mostra di statue di Santi porta fino al grande Altare circondato da fiori ed illuminato dalle luci del Presepe. Le persone vengono a pregare, ma lo fanno in un modo molto particolare: si siedono in terra, ed accendono centinaia di piccole candele bianche. Bagnando il fondo con la cera perche´ non cadano, le dispongono in fila formando quadrati infuocati sul pavimento e pregano fino al loro spegnimento. Come offerta a Dio portano delle uova, bibite gasate e il ´´poch´´, ovvero il liquore locale derivato dalla canna da zucchero.

Dopo il giro nella chiesa, tornammo in citta´ ed andammo a fare provviste di frutta, verdura e carne, al grande Mercado Municipal a pochi isolati da casa nostra.
Dopo la cena, a base di pollo arrosto ed insalata, (ero stanco di mangiare solo tacos), decisi di andare a dormire presto per potermi svegliare, per una volta, ad un'ora decente ed andare cosi´ a visitare il ´´Cañon de Sumidero´´ il mattino successivo.

Marcos mi accompagno´ fino alla statale panamericana, dove ci sono tutti i terminal dei mezzi di trasporto. Salutai e ringraziai il mio amico, dandogli appuntamento per la sera, per cenare insieme e salii su di un taxi. Aspettammo venti minuti prima di partire, dovendo raggiungere il numero di 4 passeggeri. Scesi ad 12km prima di arrivare a Tutxla Gutierrez e comprai un biglietto per il tour nel Cañon de Sumidero. Ero seduto nella seconda fila della piccola barca a motore, che parti´ a tutta velocita´ lungo il fiume. Svoltata la prima curva a destra su quelle acque scure e profonde fino a 100m, gli altopiani che costeggiavano le rive, si trasformarono bruscamente in altissime montagne rocciose, dove le loro pareti, la piu´ alta arriva fino a 1000m, entravano a strapiombo nell'acqua: sembrava che il fiume si restringesse e che il cielo diventasse sempre piu´ piccolo man mano che ci avvicinavamo. Il tour duro´ quasi due ore, ci furono anche brevi soste per fare foto e per le spiegazioni da parte dell'uomo che guidava la barca. Nel viaggio di ritorno, grazie alla vista aquilina del nostro capitano, riuscii anche a fotografare due piccoli coccodrilli intenti a riposare sulle sponde fangose del fiume che, una volta disturbati dal nostro arrivo, andarono a nascondersi sotto l'acqua.

Il taxista che mi stava portando nel centro della capitale mi disse che non c'era molto da vedere, a parte la Cattedrale e che se non ci ero ancora stato, non potevo perdermi lo zoo della citta´, uno tra i piu´ grandi di tutta l'America Latina. Accettai il consiglio e passando con il taxi per le vie della citta´, potei confermare che, in effetti, era uguale ad una qualsiasi altra grande citta´ mexicana.
La particolarita´ dello zoo di Tuxtla, che lo rende unico, e´ il fatto che e´ popolato solo ed esclusivamente dalla fauna locale. Tutti gli animali, rinchiusi in grandi recinti all'interno di un bosco, provengono dalle foreste dello stato di Chapas. Il fatto di vedere animali chiusi in gabbia e´ una cosa che mi mette sempre tristezza, perche´ per quanto vengano accuditi e per quanto si sia cercato di manterli in un habitat il piu´ possibile simile a quello naturale, non e´ il posto giusto per loro e ritengo che l'uomo non abbia nessun diritto di tenerli rinchiusi.

L'emozione di poter osservare un Quetzal, in mezzo alla giungla nella riserva del Biotopo in Guatemala, dopo lunghe attese sotto la pioggia, e vederlo volare per soli pochi secondi tra gli alberi a 20 metri di altezza, e´ stata molto piu´ forte che trovarmi a 15cm da uno di quelli esemplari, separato da un doppio vetro. Lo stesso vale per i due piccoli coccodrilli che avevo visto solo un'ora prima, erano molto piu´ affascinanti di quelli lunghi 4 metri, rinchiusi e destinati a passare la loro vita in una vasca. Nemmeno la grande pantera nera, riusci´ a piacermi.
Sfilava davanti ad una grande vetrata, percorrendo gli stessi 10m infinite volte, ignorando il vasto spazio alle sue spalle, ma con una sola idea nella testa:´´Come cavolo si fara´ per uscire da qui per potermi mangiare una di quelle strane macchinette che mi irritano gli occhi con i loro flash per tutto il giorno?´´.
Vidi specie di animali che non sapevo nemmeno esistessero, mi feci una piccola cultura sulla fauna del Chapas, ma fiu anche contento che quel giorno l'entrata non si pagasse, non mi avrebbe fatto piacere contribuire al mantenimento di quel posto, dove gli animali vengono sottratti alla loro liberta´ , segregati ed obbligati a fare la vita di un quadro in un museo.
Credo che questa sia stata l'ultima volta nella mia vita in cui ho messo piede in uno zoo.

venerdì 8 gennaio 2010

03.01.10 San Cristobal de Las Casas-Mexico


Oggi e´ la festa della Befana e finalmente un po' di ¨clima natalizio¨ sono riuscito a trovarlo. Ho accettato l'invito di Marcos a venire a San Cristobal De Las Casas, nello stato di Chiapas. Lui e´ venuto a trovare i due fratelli, il padre, ed a passare un po' di tempo con il terzo dei suoi 4 figli, il piccolo Mateo di 4 anni, che vive qui con la madre.

Passai la sera di Capodanno a casa di Marcos con i suoi figli ed un sacco di amici: non facemmo niente di speciale, ma fu molto intimo e divertente.
In totale eravamo 25, bambini compresi, mangiammo su di una lunga tavolata in giardino e poi facemmo diventare la piccola terrazza una pista da ballo fino alle prime ore del mattino. Con la paura che i due grandi vassoi di carne cucinata come spezzatino e arrrosto comprata in un ristorante, la pasta, i fagioli, le tortillias, le patate e la frutta, non fossero sufficienti per sfamare tutti i commensali, Marcos mi prego´ di cucinare una pasta ¨all'italiana¨. Il problema fu che a mia disposizione avevo semplicemente: olio di semi, 1 kg di passata di pomodori, una latta di funghi champignon in salamoia, una cipolla, un po' di origano ed un kg di fusilli. Non potei essere molto creativo, ma risultato finale fu apprezzato e qualcuno fece addirittura il bis.
Dopo la festa andai a dormire mentre Marcos ed alcuni amici decisero di continuare fino al tardo pomeriggio del giorno successivo.
Rimasi, quindi, l'unico nelle condizioni fisiche e mentali per poter guidare e decisi, così, di iniziare l'anno nuovo con un bel viaggio in macchina in giro per il Mexico. Non avrei guidato per tutti i 560 km che ci separavano da San Cristobal, ma sicuramente per almeno la meta´ del tragitto, dando la possibilita´ a Marcos di recuperare qualche ora di sonno.
Sistemate le valigie nel portabagagli, ancora mi domando come, vista la quantita´, salimmo in 7 sulla piccola Pegeout 206 nera, di Marcos. Io al posto di guida, Marcos al mio fianco ed in mezzo a noi, sopra ad un cuscino sistemato tra la leva del cambio e quella del freno a mano, la piccola e bella Jaztiri, di 9 anni. Sui sedili posteriori, schiacciati come sardine, la pro-zia, la nonna, Santiago, di 11 anni, fratello di Jaztiri e Claudia, un'amica di Marcos.
Le due sorelle, ancora molto giovani di aspetto e di animo, la sera prima furono le due protagoniste delle festa, portando i loro cinquant'anni con molta disinvoltura e manifestando ancora tanta voglia di divertirsi.
Dopo 2 ore di curve pericolose e di dossi imprevisti, spesso non segnalati, che mi constringevano a brusche frenate, nei pressi di Salina Cruz ci immettemmo nella cosi´ detta ¨autopista¨, ovvero autostrada. E' composta da due grandi corsie, una per direzione, separate da catarifrangenti che, illuminati dai fari la trasformano in un'infinita pista di atterraggio. Quasi completamente priva di curve, e di illuminazione, ci avrebbe condotto fino al confine tra lo stato di Oxaca e quello del Chiapas. Il lungo e noioso rettilineo fece cadere, dopo pochi minuti, i miei passeggeri mexicani in un sonno profondo ed io mi ritrovai solo, alle 2 del mattino, a guidare nel mezzo del deserto mexicano, con l' unica compagnia di un cd di musica elettronica. Passammo attraverso ad una zona chiamata ´´La Ventosa´´: completamente pianeggiante ed arida, immersa nelle distese di sabbia dalla quale spuntano pietroni ed arbusti. Lì, il vento raggiunge velocita´ molto elevate e la sua forza e´ in grado di ribaltare un tir in movimento, cosa che succede abbastanza di frequente. Dovetti diminuire, notevolmente, la velocita´ per cercare di mantere il controllo della macchina che si spostava verso destra come se all'improvviso scivolasse su piccole lastre di ghiaccio; in più schivare i rami che mi attraversavano la strada.
Quando inizio´ il tratto montuoso dopo il confine, Marcos aveva dormito per quasi 4 ore e si senti´ abbastanza riposato da mettersi alla guida. La cosa mi sollevo´ e pensai che mi sarei potuto riposare per un po´.
Mi sbagliavo: per lasciare che la zia si sgranchisse un po´ le gambe, mi ritrovai seduto dietro, appoggiato su di una sola metà del fondoschiena, il braccio destro schiacciato contro al finestrino e quello sinistro, obbligatoriamente, sulla gamba destra di Claudia. Non ebbi la possibilita´ di vedere niente del paesaggio che mi circondava, semplicemente il viaggio si trasformo´ in una lunga attesa per arrivare a destinazione.
Solo quando arrivammo a Tuxtla, la capitale, rimasi abbagliato dal tappeto di luci disteso ai nostri piedi, del quale non si riusciva a vedere la fine. Salutammo e lasciammo la pro-zia e la nonna in una casa in periferia della citta´. Comincio´ a fare giorno, ed io, assicurato da Marcos che ormai non mancava molto, feci l'ultimo sforzo per riuscire a rimanere sveglio.
Risalendo le lunghe e larghe curve dell'autostrada, osservai la grande citta´ di Tuxtla scomparire lentamente sotto un sottile foglio di nuvole bianche, come protetta dal freddo delle montagne. Da 700 m di altura, arrivammo fino ai 2200 m della citta´ di San Cristobal. La temperatura esterna, indicata da numeri digitali sul cruscotto, scendeva rapidamente, come un conto alla rovescia, fermandosi a 11 gradi centigradi. Alle 8.00, appoggiai la testa sul freddo cuscino del letto di casa di Marcos e mi risvegliai nel primo pomeriggio.
La casa e´ molto grande, la facciata esterna, ancora da ristrutturare, non rispecchia per niente gli interni accoglienti e curati nei dettagli. I 200m quadri dell'appartamento sono suddivisi in: tre camere da letto, di cui una dotata di bagno privato con tanto di vasca idromassaggio, un altro bagno e poi la parte che mi piace di piu´: la grande sala con un tavolo di vetro, un grande e comodo divano, due poltrone ed un caminetto in pietra. La cucina e´ in legno scuro, completamente aperta e separata dalla sala solo da un bancone. Pulita, accogliente e ben arredata, ha superato decisamente le mie aspettative.
Mangiammo pranzo alle 4.30 del pomeriggio a casa di Victor, uno dei due fratelli, insieme al padre, alla moglie ed alle loro due splendide bambine. Dopo una passeggiata nel centro ed una visita al mercato dell'artigianato, dove comprai sciarpa e cappello, andammo tutti insieme al cinema a vedere ¨Avatar¨, l'ultimo capolavoro fantascentifico in termini di effetti speciali.
Jatziri e Santiago rimasero a dormire dagli zii mentre io, Marcos e Claudia ci immergemmo nella vita notturna della citta´. Guidati da Marcos, che ha vissuto a San Cristobal tutta la vita fino a pochi mesi fa, prima di decidere di trasferirsi al mare, facemmo il giro di 4 locali, ritornando a casa alle 7 del mattino. In ognuno di questi il mio amico era accolto come una star e passava la maggior parte del tempo a salutare vecchi amici, compagni della squadra di football americano ed ex-ragazze. Ogni locale, aveva stile, clientela, musica e caratteristiche diverse, per accontentare ogni tipo di clientela. Mentre sorseggiavo una birra e parlavo con Claudia al bancone del bar ¨Revolution¨ , nella via principale di San Cristobal, notai tra la gente una faccia conosciuta. Mentre mi stroppicciavo gli occhi e cercavo di mettere a fuoco quell'immagine, quell'uomo si volto´ verso di me e con un' espressione, forse ancora piu´ stupita della mia, si diresse verso di me. Era Jan Paul, il francese, mio vicino di stanza per i miei primi giorni a San Pedro la Laguna, sul Lago di Atlitan; colui che mi presento´ il mio caro amico Fredy, mi invito´ alla gita a cavallo e mi diede tante informazioni utili sulla vita nel paese. Dopo un giro in Guatemala ed una sosta di 2 settimane a Citta´ del Mexico, ha preso una stanza per 1 mese qui a San Cristobal dove e´ alla ricerca di un'attivita´ e dove, forse, ha deciso di rimanere.