Dovetti prendere ben 3 taxi-collettivi per riuscire ad arrivare a questa famosa spiaggia. Per taxi collettivi si intendono quelli che percorrono tratte piu´ lunghe di quelle urbane, trasportando i passeggeri da una citta´ all'altra per un prezzo che normalmente e´ di poco superiore a quello di un viaggio con un bus.
Partii domenica mattina verso le 10.00 e di fronte alla stazione dei bus salii sul primo taxi. Per puro caso nello stesso istante in cui arrivai, si stavano avvicinando al taxi 3 ragazzine adolescenti che ridevano e si tenevano per mano. Normalmente, l'attesa che tutti i posti del taxi siano occupati, puo´ prolungarsi anche piu´ del dovuto, ma in questo caso, partimmo all'istante in direzione Puerto Escondido. A circa meta´ strada per arrivare a Puerto, svoltammo a destra in un grande incrocio e dopo pochi minuti scendemmo tutti nella citta´ di Pochutla. Da li, un'altro taxi-collettivo fino alla piccola cittadina sul mare di Puerto Angel, ed infine l'ultimo diretto alla spiaggia di Zicatela.
Il piccolo centro abitato di Zicatela, si estende nella via parallela alla spiaggia lunga circa 3 km. A separare la spiaggia dalla unica stradina principale dove si vede passare un'auto ogni 15 minuti, la lunga striscia di posade, bar, ristoranti e capanne affacciate sul mare, che offrono ristoro ai turisti.
Nella prima in cui mi fermai, mi basto´ leggere il listino prezzi appeso fuori dalla reception per capire che non era alla mia portata. Continuai, cosi´, a camminare sulla sabbia, alla ricerca di qualcosa di piu´ economico. Lo trovai in fretta. In una piccola posada dalla facciata color lilla, era rimasta libera una camera al primo piano; costava il 40% in meno di quella precedente, bagno privato, ventilatore ed un lusso che a quella di prima mancava: dalla vetrata della camera, si poteva ammirare l'intera spiaggia e bastava uscire sul piccolo balcone comunicante con le stanze vicine per poter sentire il profumo del mare.
Sistemate le mie cose, andai subito a camminare sulla spiaggia e lo feci in direzione nord, verso la grande scogliera che ne delimita la fine. Dopo un bagno veloce, rimanendo sempre a pochi metri dalla riva, date le onde alte, ma soprattutto le forti correnti che ogni tanto portano via con sè qualche vita umana, decisi di andare a vedere al di la´ delle rocce per riuscire a scattare qualche foto particolarmente bella.
Spinto dalla curiosita´ di vedere cosa ci fosse dietro quella montagna rocciosa ed anche da un po´ di incoscienza, munito solo di costume da bagno, infradito e con la macchina fotografica tra i denti, cominciai la mia scalata. I piedi cominciaroro a sudare velocemente ed a scivolarmi fuori dai sandali come unti da sapone. Arrivato a fatica fino in cima ad una grande roccia, mi trovai di fronte ad una parete inclinata alta circa 2 metri. Non so esattamente che cosa diavolo mi passo´ nella testa in quel momento, ma decisi di tentare la cosa piu´ stupida che si potesse fare, e cioe´, scendere! Mi vergogno un po´ a raccontarlo, ma in fin dei conti ormai e successo e forse un giorno, leggendo queste righe, riusciro´ a farmi una grossa risata.
Mi sedetti sulla cima della roccia con le mani appoggiate ai fianchi, guardai di sotto e cercai di trovare un punto dove poter atterrare, poi, senza pensarci due volte, mi lasciai cadere verso il basso. L'atterraggio fu disastroso! Entrambi i piedi mi scivolarono via dalle ciabatte, non riuscii a mantenere l'equilibrio e caddi a terra rovinosamente sul fianco destro. Dopo essermi insultato da solo per 5 minuti, riuscii ad alzarmi ed a sedermi sulla roccia. La prima cosa che vidi quando mi voltai, fu la chiazza di sangue che brillava sulla pietra calda vicino ai miei piedi. Perdevo sangue dal piede sinistro, da 4 punti diversi sulla gamba destra, dal gomito del braccio destro, e l'anca mi faceva un male terribile. Analizzai le ferite, ripresi fiato ed aspettai che il dolore diminuisse. Un ragazzo si affaccio´ dalla roccia dalla quale mi ero lanciato e mi guardo´ con un'espressione di stupore e quasi un po´ impaurita, chiedendosi probabilmente come cavolo avessi fatto ad arrivare lì. La sua testa scompari´ dalla mia vista prima ancora che potessi chiedergli aiuto. Mi trovai da solo, con le onde che si infrangevano ai miei piedi, i grandi avvoltoi neri che volavano con triettorie circolari sulla mia testa e con il sole che batteva forte e bruciava le ferite sanguinanti. Mi sentii stupido, davvero stupido.... Ma il bello deve ancora venire: il problema piu´ grande fu tornare indietro! Provai ripetutamente a scalare la roccia dalla quale mi ero buttato, ma senza successo, anzi rischiando di cadere di schiena. Non avevo appigli sufficienti, l'anca destra mi faceva male e sentivo il piede sinistro ardere come se stessi camminando sui carboni ardenti. Le ferite superficiali sulla gamba e sul braccio, smisero presto di sanguinare, ma gonfiarono e diventarono palline sotto la pelle graffiata. Mi guardai intorno, non sapevo davvero come fare per andarmene da lì. Nessuno poteva vedermi dalla spiaggia vicina, solo in lontananza scorgevo le persone camminare sulla sabbia e non so se avrei potuto fare qualcosa per attirare la loro attenzione. Cominciai a ridere, come dice mia nonna ¨per non piangere¨ e, dopo essermi sfogato, a pensare ad una soluzione per non diventare la cena di quegli uccellacci inquietanti che mi volavano sulla testa.
Abbandonata l'idea di scalare la parete rocciosa, optai per provare a passargli sul lato esterno. La cosa che piu´ faceva paura, era il colore della pietra, il nero luccicante che indicava che erano umide e scivolose. Mi infilai i sandali nel costume, dietro, strinsi la macchina fotografica fra i denti ed, a piccoli passi, mi inventai un sentiero. Ad ogni movimento sentivo che una lama affilata mi entrava sotto la pianta del piede sinistro ed il sudore mi bruciava le altre ferite. Molto lentamente e con la massima cautela impiegai 10, infiniti minuti per riuscire ad attraversare tutto il lato della roccia e, quando finalmente appoggiai i piedi sulla sabbia, sentii un grande sollievo. Andai subito a bagnarmi le ¨ferite¨ con l'acqua del mare, grazie al Cielo non mi ero fatto nulla di grave, con quel salto avrei potuto facilmente rompermi una caviglia o qualcos' altro. Mentre camminavo il dolore sotto la pianta del piede aumentava costantemente. Lo ripulii, cercando di restare in equilibrio con l'acqua alle ginocchia, lo afferrai con la mano, come si fa per fare stirare i muscoli, e quello che vidi, non mi piacque per niente. Oltre ad una ferita grande come una moneta da 100 lire, abbastanza profonda da poter vedere la carne bianca, sul lato interno appena sotto l'alluce, c'era un taglio che attraversava tutta la pianta del piede nel suo centro in modo orizzontale. Non era molto profondo, ma era quello che mi faceva piu´ male di tutti, ed il doverci camminare sopra, certo non aiutava.
Mi distesi sul pareo davanti alla mia posada, mi accesi una sigaretta e cominciai a ridere di me stesso. ¨Bene Matteo, la cazzata del giorno penso che tu l'abbia fatta, penso che ti possa ritenere soddisfatto!¨ pensai mentre ammiravo il sole nascondersi dietro l'oceano. Il mare era mosso e le onde si scontravano tra loro e le creste coloravano il mare di bianco. Quando il sole se ne ando´, al ¨di sopra¨ della lunga linea che delimita il cielo dall' oceano, si formo´ un enorme arcobaleno piatto che ricopriva l'orizzonte. Le linee di colori erano ben visibili, ma tra esse si mescolavano tinte luminose di colori che non avevo mai visto prima. Rimasi a godermi lo spettacolo fino alla fine e quando rientrai zoppicando nella camera, ormai era buio.
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